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Trump esporta la dottrina israeliana: pescherecci venezuelani sotto attacco, decine di morti

Posted on giovedì 6 Novembre 2025giovedì 6 Novembre 2025 By Grande inganno 2 commenti su Trump esporta la dottrina israeliana: pescherecci venezuelani sotto attacco, decine di morti

Wilder Fernández, pescatore con 13 anni di esperienza nel lago di Maracaibo, guarda le acque torbide dove ogni giorno rischia la vita. Non per i pericoli del mare, ma per i missili americani. Sua moglie lo implora: “Lascia la pesca, cerca un altro lavoro”. Ma lui risponde: “Non c’è nessun posto dove scappare!”.

Dal 2 settembre, l’amministrazione Trump ha ucciso almeno 64 persone in 15 attacchi contro imbarcazioni nei Caraibi e nel Pacifico. Ogni volta, la giustificazione è stata la stessa: “narcoterroristi”. Nessuna prova concreta è mai stata fornita, né è mai stata identificata pubblicamente una singola vittima. L’unica testimonianza sono le esplosioni, i corpi in mare e i video pubblicati sui social dal presidente.

La tattica è identica a quella utilizzata da Israele a Gaza: designare il nemico come “terrorista”, attaccare con forza letale, non distinguere tra combattenti e civili, presentare tutto come legittima difesa. Come ha sintetizzato lo storico Greg Grandin:

“Stanno portando la logica di Gaza nei Caraibi, in termini di mancanza di responsabilità, impunità e una nozione espansiva di difesa nazionale per giustificare quello che è, in effetti, solo un omicidio extragiudiziale”.

Il copione israeliano applicato ai Caraibi

Il meccanismo è sempre lo stesso, che si tratti di Gaza o del Mar dei Caraibi:

Primo passo: Designare un’organizzazione come “terroristica”. Israele lo fa con Hamas. Gli Stati Uniti l’hanno fatto con il Tren de Aragua, gruppo criminale venezuelano ora etichettato come “organizzazione terroristica straniera”.

Secondo passo: Ogni obiettivo diventa automaticamente parte di quell’organizzazione. A Gaza, chiunque si trovi in una zona colpita diventa “Hamas”. Nei Caraibi, diventa “narcoterrorista”.

Terzo passo: Attaccare con forza sproporzionata. Missili contro ospedali a Gaza. Missili contro barche di pescatori nei Caraibi.

Quarto passo: Pubblicare video dell’attacco, dichiarare vittoria, non fornire mai prove delle accuse. Israele diffonde filmati di edifici che esplodono. Trump posta video di barche in fiamme su Truth Social.

Quinto passo: Quando emergono prove di vittime civili, negare o ignorare. A Gaza, migliaia di bambini morti sono “danni collaterali inevitabili”. Nei Caraibi, pescatori come Alejandro Carranza diventano inesistenti nelle narrazioni ufficiali.

Sesto passo: Inventare una giustificazione legale. Israele dice di essere in “conflitto armato permanente”. Trump ha notificato al Congresso che gli USA sono in “conflitto armato non internazionale” con i cartelli della droga.

Il risultato è lo stesso: uccidere senza processo, senza prove, senza conseguenze. E chiamarlo “autodifesa”.

Il Venezuela: obiettivo di sempre

Per capire cosa sta accadendo nei Caraibi, bisogna tornare indietro. Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere del mondo, oltre alle maggiori riserve auree dell’America Latina. Un tesoro che Washington ha sempre considerato, nelle parole di Trump, “parte degli Stati Uniti”.

Durante il suo primo mandato (2017-2021), Donald Trump cercò ripetutamente di rovesciare il regime di Nicolás Maduro in Venezuela. Nel 2019, riconobbe Juan Guaidó come “presidente legittimo” del paese, sperando che ciò scatenasse un colpo di stato, ma il tentativo fallì. In diverse occasioni, Trump chiese ai suoi generali se fosse possibile avviare un’invasione militare. Tuttavia, il suo consigliere per la sicurezza nazionale, H.R. McMaster, e altri membri del suo staff lo sconsigliarono, avvertendolo che sarebbe stato un disastro. Nel 2020, il senatore Marco Rubio, attuale Segretario di Stato, propose nuovamente l’opzione di un’invasione durante almeno due riunioni alla Casa Bianca, ma incontrò la forte opposizione del vicepresidente Mike Pence e del Segretario di Stato Mike Pompeo.

In un libro pubblicato nel 2020, l’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton rivelò che Donald Trump aveva dichiarato che un’invasione del Venezuela sarebbe stata “fantastica” perché, secondo lui, il paese “è davvero parte degli Stati Uniti”. Tuttavia, i generali si opposero fermamente a questa idea, sostenendo che un’azione del genere sarebbe stata troppo rischiosa e potenzialmente disastrosa.

Nel suo secondo mandato, Trump ha cambiato approccio, ora non chiede più il permesso per agire. Ha nominato Marco Rubio, da lungo tempo un sostenitore dell’intervento militare in Venezuela, come Segretario di Stato, consolidando la sua posizione a favore di un’azione decisiva contro il regime di Nicolás Maduro.

A sostegno di questa politica, Trump può contare sull’appoggio di María Corina Machado, una delle principali leader dell’opposizione venezuelana. Machado, che ha addirittura dedicato il suo Nobel per la Pace a Trump, ha più volte sollecitato un intervento militare degli Stati Uniti, sostenendo che il paese debba “prendere il controllo territoriale e istituzionale” del Venezuela. In un’intervista a Donald Trump Jr., Machado ha ribadito la sua posizione con parole decise:

“Dimenticate l’Arabia Saudita. Abbiamo più petrolio, un potenziale infinito. E apriremo i mercati”.

La cosiddetta “guerra alla droga” rappresenta soltanto un pretesto retorico: il vero obiettivo è il cambio di regime e il controllo diretto delle risorse strategiche del paese, in particolare quelle energetiche. Dietro la narrativa della sicurezza e della lotta ai cartelli, si nasconde una strategia geopolitica volta a ridisegnare gli equilibri di potere e a garantire agli Stati Uniti un accesso privilegiato ai giacimenti di petrolio e gas venezuelani.

Le voci dal mare: pescatori, non trafficanti

A Güiria, un piccolo porto venezuelano situato a undici chilometri da Trinidad, la vita sembra essersi fermata. Fino a settembre, sei imbarcazioni alla settimana salpavano verso l’isola per attività di pesca e scambi commerciali. Oggi, invece, il mare è deserto. “Non partono più barche per Trinidad, neppure di migranti. C’è paura che possa verificarsi un’attacco e che qualcuno venga ucciso”, racconta un commerciante del posto, che preferisce restare anonimo.

Tra le 64 vittime dei raid statunitensi, almeno 15-20 provenivano da Güiria e dalle zone circostanti. In paese lo sanno tutti, ma nessuno osa parlarne apertamente. Tre degli undici morti nel primo attacco, quello del 2 settembre, erano originari di lì: pescatori, secondo le loro famiglie. Secondo la versione ufficiale diffusa dalla Casa Bianca “Narcoterroristi”.

Alejandro Carranza, 35 anni, pescatore colombiano della regione della Guajira, non farà più ritorno a casa: è stato ucciso nell’attacco del 15 settembre.

Il presidente colombiano Gustavo Petro ha dichiarato pubblicamente che Carranza era un pescatore e non un trafficante e che l’imbarcazione sarebbe stata colpita mentre si trovava ancora in acque territoriali colombiane.

Trump ha risposto tagliando gli aiuti alla Colombia e attaccando verbalmente il presidente colombiano Petro:

«È un delinquente. Farebbe meglio a stare attento, o prenderemo azioni molto serie contro di lui e il suo paese».

Sul lago di Maracaibo, Wilder Fernández continua a pescare nonostante tutto. Ha tre figli da sfamare e nessun’altra fonte di reddito. «Certo che mi preoccupa. Non si può mai sapere. Ci penso tutti i giorni, amico», dice mentre arrostisce delle arepas sulla riva. Ogni giorno vive con la paura di poter essere colpito, “anche per errore”. Ma non ha scelta: il mare è la sua unica possibilità di sopravvivenza.

Gli Stati Uniti non hanno identificato pubblicamente nemmeno una delle 64 vittime. Non hanno mostrato nessuna prova di droga a bordo delle imbarcazioni. Hanno solo diffuso video di esplosioni.

L’ambasciatore venezuelano all’ONU, Samuel Moncada, ha mostrato la prima pagina del Guardian di Trinidad che documentava come due delle vittime fossero pescatori locali. “Persone di diversi paesi – Colombia, Trinidad e altri paesi – stanno subendo gli effetti di questi massacri”, ha dichiarato al Consiglio di Sicurezza.

Per la comunità internazionale “è omicidio”

Il 31 ottobre, Volker Türk, Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, ha usato parole durissime:

“Gli attacchi aerei degli Stati Uniti nel Mar dei Caraibi e nell’Oceano Pacifico violano il diritto internazionale dei diritti umani”. Oltre 60 persone uccise “in circostanze che non trovano giustificazione nel diritto internazionale”. Gli Stati Uniti devono fermare immediatamente queste operazioni “inaccettabili” e prevenire “l’uccisione extragiudiziale di persone a bordo di queste barche, qualunque sia la condotta criminale loro attribuita”.

Human Rights Watch non ha dubbi:

“I funzionari statunitensi non possono uccidere sommariamente persone che accusano di traffico di droga”, ha dichiarato Sarah Yager. “Il problema degli stupefacenti che entrano negli Stati Uniti non è un conflitto armato, e i funzionari statunitensi non possono aggirare i loro obblighi in materia di diritti umani fingendo il contrario”.

Mary Ellen O’Connell, esperta di diritto internazionale all’Università di Notre Dame:

“L’uccisione intenzionale al di fuori delle ostilità è illegale a meno che non serva a salvare immediatamente una vita. Non c’erano ostilità in corso nei Caraibi”.

In entrambi gli attacchi analizzati da Human Rights Watch, le autorità statunitensi non hanno fatto alcuno sforzo per ridurre i danni. Non hanno fornito prove che le persone a bordo rappresentassero una minaccia imminente, né hanno tentato alternative non letali, come l’interdizione o l’arresto.

L’armamento sproporzionato: sottomarini nucleari contro barche di legno

Come per Gaza, la sproporzione della forza racconta la vera storia. Gli Stati Uniti hanno schierato nei Caraibi il più grande dispiegamento militare in America Latina dagli anni ’90:

  • La portaerei USS Gerald R. Ford, la più grande al mondo, con oltre 75 velivoli e 5.000 membri dell’equipaggio
  • Tre cacciatorpediniere lanciamissili classe Arleigh Burke (USS Jason Dunham, USS Gravely, USS Stockdale)
  • Il sottomarino nucleare d’attacco USS Newport News, armato con missili Tomahawk
  • L’incrociatore lanciamissili USS Lake Erie specializzato in guerra elettronica
  • Navi da assalto anfibio con Marines a bordo
  • 10 caccia stealth F-35 a Puerto Rico
  • Bombardieri strategici B-52
  • Droni MQ-9 Reaper
  • Circa 10.000 truppe tra soldati e marinai

Tutto questo arsenale per colpire piccole imbarcazioni con motori fuoribordo.

Elliott Abrams, che fu inviato USA in Venezuela durante il primo mandato Trump, lo ha detto apertamente alla CNN:

“La presenza militare nei Caraibi è troppo grande per colpire solo alcune barche veloci, anche se non è abbastanza grande per un’invasione completa. Ciò che sta nel mezzo è una campagna di pressione, intesa a scuotere il Venezuela”.

Eric Farnsworth ha posto la domanda ovvia:

“Davvero hai bisogno di un sottomarino con missili Tomahawk contro i trafficanti di droga?”.

Si tratta del primo attacco aereo militare pubblicamente riconosciuto dagli Stati Uniti in America Centrale o Meridionale dall’invasione di Panama del 1989.

Il trucco legale: inventare un “conflitto armato”

Per aggirare il diritto internazionale, Trump ha fatto ricorso a un espediente: il 1° ottobre ha notificato al Congresso che gli Stati Uniti si trovano in un “conflitto armato non internazionale” con i cartelli della droga, e che i trafficanti sono “combattenti illegali”. In un conflitto armato, si possono uccidere nemici anche senza minaccia immediata.

Il problema? Non esiste nessun conflitto armato. I Caraibi non sono un teatro di guerra. Nessun cartello sta conducendo operazioni militari organizzate contro gli Stati Uniti. La portavoce dell’ONU lo ha sottolineato: gli attacchi si stanno verificando “al di fuori del contesto di un conflitto armato o di ostilità attive”.

È lo stesso stratagemma che Israele usa per Gaza: dichiarare un conflitto permanente per operare fuori dalle regole normali delle forze dell’ordine. Etichettare, attaccare, non rispondere.

Tra paura e resistenza: il Venezuela si mobilita

Non tutti i pescatori hanno paura. José Luzardo, quasi 40 anni di esperienza sul lago di Maracaibo, è uno di quelli che ha scelto la resistenza. “Stanno puntando i cannoni contro il nostro Venezuela”, dice con rabbia. “Il governo di Trump ci ha messi alle strette. Se dovessimo dare la vita per difendere il governo, lo faremo, così tutta questa baraonda finirà”.

A fine settembre, centinaia di pescatori su decine di imbarcazioni hanno protestato nel lago di Maracaibo per esprimere sostegno al governo Maduro. Luzardo era uno di loro. “Se loro vogliono ucciderci, che sia così, ma noi non abbiamo paura”, dichiara. Molti pescatori, come Caravallo di Margarita, si sono iscritti alla Milizia Nazionale Bolivariana. “Per un missile non so come si è preparati”, ammette, “ma c’è un popolo che si sta organizzando”.

Il 15 ottobre, dopo un altro attacco aereo, Maduro ha dichiarato nuove esercitazioni militari nelle baraccopoli di Caracas e negli stati vicini. Il ministro della Difesa Vladimir Padrino ha avvertito i cittadini di prepararsi “al peggio”: “bombardamenti aerei, blocchi navali e uccisioni mirate di leader”. Maduro afferma di aver mobilizzato oltre 8 milioni di riservisti della milizia e di aver schierato 5.000 missili antiaerei Igla-S di fabbricazione russa.

Secondo il ministro della pesca Juan Carlos Loyo, oltre 16.000 pescatori hanno risposto all’appello di mobilitazione.

Ma la resistenza non cancella la paura. Usbaldo Albornoz, pescatore con 32 anni di esperienza, racconta che la maggior parte del suo equipaggio si è rifiutata di lavorare quando si è diffusa la notizia degli attacchi. “I ragazzi non volevano andare in mare a pescare”, ha detto, definendo la situazione “preoccupante“.

La logica dell’impunità: da Gaza ai Caraibi

Kenneth Roth, ex direttore esecutivo di Human Rights Watch, ha scritto:

“Se chiudiamo gli occhi su questa applicazione scorretta delle regole di guerra per antipatia verso i cartelli della droga venezuelani o per paura delle droghe illecite, rischiamo di creare un precedente in cui le nostre norme più fondamentali vengono erose”.

Il precedente è già stato creato. Israele lo ha normalizzato in Medio Oriente. Che si tratti di Gaza o dei Caraibi, del “terrorismo” o del “narcoterrorismo”, il copione è identico: etichettare, attaccare, non rispondere. Non fornire prove. Non distinguere tra combattenti e civili. E quando qualcuno protesta, invocare la “sicurezza nazionale”.

Il mondo lo sa benissimo cosa sta succedendo. La domanda è: continuerà a guardare dall’altra parte?

Fonti principali:

  • Alto Commissario ONU per i Diritti Umani (Volker Türk) – Dichiarazioni ufficiali
  • Human Rights Watch – Report e dichiarazioni
  • Amnesty International
  • Esperti indipendenti delle Nazioni Unite
  • BBC Mundo – Testimonianze pescatori venezuelani
  • EFE – Reportage da Güiria e Cumaná
  • CNN – Testimonianze da Margarita
  • Wikipedia: 2025 United States naval deployment in the Caribbean / Proposed United States invasion of Venezuela
  • CNN, NPR, Al Jazeera, The Atlantic, International Crisis Group – Analisi e reportage
  • Dichiarazioni ufficiali dei governi di Colombia, Venezuela e Stati Uniti
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Comments (2) on “Trump esporta la dottrina israeliana: pescherecci venezuelani sotto attacco, decine di morti”

  1. Avatar Felix ha detto:
    lunedì 10 Novembre 2025 alle 08:34

    Questo era quello pacifista e voleva anche il Nobel?

    Accedi per rispondere
  2. laurette ha detto:
    venerdì 7 Novembre 2025 alle 11:02

    i lemming sono dei piccoli animaletti che in caso di sovrappopolamento
    si suicidano. Noi umani mortali votando persone spietate che abusano del potere conferito facciamo la stessa fine . Un suicidio di massa a
    suon di fare il nostro bene combattendo mali immaginari , terroristi
    fantasmi e condizioni climatiche provocate dal sistema.

    Accedi per rispondere

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