Nel 2014, nella città portuale ucraina di Odessa, si consumò una tragedia: decine di persone morirono nell’incendio della Casa dei Sindacati. L’anno successivo, il sindaco di Odessa decise di commemorare quell’anniversario e mi telefonò, invitandomi a parlare ai cittadini.
Accettai con entusiasmo. Partii per Kiev, dove avrei dovuto prendere la coincidenza per Odessa. Appena arrivato, mostrai il passaporto al controllo di frontiera. L’agente mi disse semplicemente: «Mi segua». Dopo pochi minuti mi ritrovai in una cella. Non riuscivo a capire cosa stesse succedendo: ero appena entrato in Ucraina.
La cosa più strana fu che mi lasciarono il telefono. La prima persona a cui pensai fu Giulietto Chiesa. Mi dissi: forse lui riuscirà a trovare il modo di tirarmi fuori da qui.
Lo chiamai. Mi rispose con calma: «Ciao, come stai?». Gli dissi: «Sono in prigione in Ucraina». Non si scompose minimamente. Mi parlò con tranquillità. Fu una conversazione surreale, vista la situazione. Gli chiesi: «Puoi fare qualcosa?». Mi rispose: «Sì, non ti preoccupare. Presto avrai notizie».
Poco dopo venni interrogato dai servizi segreti ucraini. Davanti a me c’erano quattro agenti. La responsabile aveva un computer aperto: lo girò verso di me e mi mostrò un mio articolo. Disse: «Lei ha scritto questo. Ha commesso un crimine. Lei è un nemico del popolo ucraino». Mi definì «un personaggio pericolosissimo» e aggiunse che non potevano lasciarmi libero nel Paese.
Dopo l’interrogatorio mi riportarono in cella. Più tardi un militare mi restituì il telefono: era di nuovo Giulietto. Mi disse che fuori dall’aeroporto c’erano il console e l’ambasciata italiana, ma che non venivano fatti entrare.
Passarono ore, molte ore. Poi, nel cuore della notte, mi fecero uscire. Alla fine di quel viaggio interminabile trovai davvero il console, un responsabile dell’ambasciata italiana e due carabinieri. Mi accompagnarono in albergo e rimasero con me.
Il giorno dopo incontrai l’ambasciatore, che mi disse con grande chiarezza: «Se lei fosse mio figlio, le darei un solo consiglio: non vada a Odessa».
Poi aggiunse un’altra frase che non ho mai dimenticato: «Lei è qui, al sicuro, perché mi ha chiamato il mio amico Giulietto Chiesa». Mi spiegò che Chiesa aveva contattato il Ministero degli Esteri italiano e che, attraverso i canali diplomatici, erano state avviate tutte le iniziative necessarie per ottenere la mia liberazione.
Da allora mi sono sempre dato una sola risposta su quella vicenda. È racchiusa in due parole:
Grazie, Giulietto.

