L’operazione israeliana su Gaza è iniziata alle 18, ora italiana, l’annuncio da parte dei vertici militari e politici israeliani: non ci saranno più possibilità di portare aiuti e cibo nella striscia di Gaza.
Bombardamenti a tappeto sulla striscia di Gaza, non ci saranno più pause umanitarie, nessun corridoio per gli aiuti, nessun passaggio per il cibo: la Striscia è chiusa, assediata, affamata. Migliaia di palestinesi fuggono verso sud, inseguiti dal rumore delle esplosioni. Il fumo nero oscura il cielo e i giornalisti sul campo raccontano l’apocalisse: Gaza City è ufficialmente diventata zona di guerra.
Le aree designate per lo sfollamento, secondo il quotidiano Haaretz, garantiscono a ogni persona 7 metri quadrati di spazio: briciole di sopravvivenza in un inferno di macerie.
Il bilancio ufficiale supera i 63 mila morti civili. Numeri che raccontano un’ecatombe, ma che non rendono l’idea: bambini vaporizzati dalle bombe, famiglie intere cancellate in un istante, ospedali bombardati mentre ancora si operava sui feriti.
E la guerra non si ferma a Gaza. Si allarga: ieri un raid israeliano ha colpito Sana’a, capitale dello Yemen, uccidendo il capo del governo, il ministro della difesa e il capo di Stato maggiore. Oggi, nelle stesse strade insanguinate, migliaia di persone hanno marciato in solidarietà con i palestinesi.
Nel frattempo Donald Trump colpisce la diplomazia palestinese: revocati i visti ai rappresentanti dell’ANP e dell’OLP per l’Assemblea ONU di settembre, proprio quando alcuni Stati membri, tra cui Francia e Regno Unito, si sono impegnati a riconoscere lo Stato palestinese.
L’ONU parla apertamente di carestia: oltre 640 mila persone sono allo stremo. Non parliamo di carenze: parliamo di un intero popolo a cui viene impedito di nutrirsi, mentre camion carichi di cibo restano bloccati ai confini. Il simbolo della catastrofe è l’ospedale Nasser: colpito, devastato. Ventidue morti, tra cui cinque giornalisti. Chi è sopravvissuto racconta di corridoi trasformati in trincee, di medici che operano senza luce, senza anestesia, con le mani sporche di polvere e sangue.
Israele rivendica il ritrovamento dei corpi di due ostaggi, ma nessuno rivendica i decine di migliaia di civili sterminati. Per loro non c’è nome, non c’è volto, non c’è dignità nei comunicati ufficiali.
Il diritto internazionale è morto a Gaza. Lì, tra le macerie, sono sepolti i trattati, le convenzioni, le dichiarazioni universali che dovrebbero proteggere i civili. E mentre i governi parlano, mentre le cancellerie si limitano a esprimere “preoccupazione”, un popolo viene ridotto in cenere.
Quello che accade a Gaza non si combatte una guerra, si consuma un progetto di annientamento. Il diritto internazionale è morto sotto le bombe. E il mondo, spettatore muto, porta sulle proprie mani la stessa colpa.
