Una conversazione privata del 1956 tra il primo ministro israeliano David Ben-Gurion e Nahum Goldmann, dirigente del movimento sionista e presidente del Congresso Ebraico Mondiale, contiene una riflessione sorprendente sulle ragioni dell’opposizione araba alla nascita di Israele. Una testimonianza che merita di essere conosciuta, soprattutto oggi.
Ci sono dichiarazioni storiche che, pur essendo state pronunciate decenni fa, continuano a interrogare il presente. Una di queste è quella di David Ben-Gurion, primo ministro e figura fondamentale nella fondazione dello Stato di Israele.
«Se fossi un leader arabo, non firmerei mai un accordo con Israele. È naturale: abbiamo preso il loro Paese».
Ma il passaggio riportato nell’immagine rappresenta soltanto una parte di una riflessione più articolata.
La testimonianza è riportata da Nahum Goldmann nel suo libro The Jewish Paradox (Le paradoxe juif), pubblicato nel 1978.
Goldmann racconta di una conversazione privata avuta con Ben-Gurion nel 1956, durante la quale il primo ministro avrebbe espresso il proprio pessimismo sulle possibilità di raggiungere una pace duratura con gli arabi.
Nahum Goldmann racconta che una notte del 1956 rimase a casa di Ben-Gurion fino alle tre del mattino. I due stavano discutendo apertamente del problema arabo.
Ben-Gurion:
«Non capisco il tuo ottimismo. Perché gli arabi dovrebbero fare la pace? Se fossi un leader arabo, non firmerei mai un accordo con Israele. È naturale: abbiamo preso il loro Paese. Certo, Dio ce lo ha promesso, ma che cosa può importare questo a loro? Il nostro Dio non è il loro. È vero, veniamo da Israele, ma sono passati duemila anni: che cosa significa questo per loro? Ci sono stati l’antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma era colpa loro? Loro vedono una sola cosa: siamo venuti qui e abbiamo sottratto loro il Paese. Perché dovrebbero accettarlo? Forse lo dimenticheranno tra una o due generazioni, ma per il momento non c’è alcuna possibilità. Quindi è semplice: dobbiamo rimanere forti e mantenere un esercito potente. Tutta la nostra politica si basa su questo. Altrimenti gli arabi ci spazzeranno via».
Goldmann racconta : «Rimasi sconvolto da questo pessimismo, ma lui continuò».
Ben-Gurion:
«Presto avrò settant’anni. Se mi chiedessi se morirò e sarò sepolto in uno Stato ebraico, risponderei di sì. Tra dieci o quindici anni, credo che esisterà ancora uno Stato ebraico. Ma se mi chiedessi se mio figlio Amos, che compirà cinquant’anni alla fine di quest’anno, avrà la possibilità di morire ed essere sepolto in uno Stato ebraico, risponderei: cinquanta e cinquanta».
Goldmann:
«Ma come puoi dormire con questa prospettiva in mente, essendo anche primo ministro di Israele?».
Ben-Gurion.
«Chi ti ha detto che dormo?».
Il punto più significativo della testimonianza è il riconoscimento di una prospettiva che raramente trova spazio nelle narrazioni del conflitto. Ben-Gurion riconosceva che gli arabi non avevano necessariamente motivo di considerare legittima la nascita di Israele sulla base della storia religiosa ebraica o delle persecuzioni subite dagli ebrei in Europa. La promessa biblica, affermava, non aveva automaticamente alcun significato per chi già abitava quella terra. E soprattutto, osservava che gli arabi non erano responsabili dell’antisemitismo europeo, del nazismo o dell’Olocausto.
La sua riflessione individuava quindi una questione fondamentale: due popoli attribuivano alla stessa terra significati storici, politici e nazionali profondamente diversi. Per gli ebrei sionisti, la nascita di Israele rappresentava il ritorno a una patria storica e la realizzazione di un progetto nazionale. Per la popolazione araba palestinese, significava invece la perdita della propria terra, delle proprie case e del controllo sul proprio futuro politico.
Fonti e riferimenti
- Nahum Goldmann, Le paradoxe juif (1978), in particolare il racconto della conversazione con Ben-Gurion.
- John J. Mearsheimer e Stephen M. Walt, The Israel Lobby and U.S. Foreign Policy (2007/2008), p. 96, che riportano il passaggio.
- Resoconti delle discussioni all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, tra cui il documento A/35/PV.76, che riprende la testimonianza di Goldmann.


