Per anni l’Unione Europea ha ostentato unità, risolutezza e una narrazione di sostegno totale all’Ucraina nella sua resistenza all’invasione russa. La strategia ufficiale aveva puntato sugli aiuti militari e sulle sanzioni, con l’obiettivo di “logorare” la Russia e rafforzare Kiev fino a ottenere la vittoria sul terreno. Ora quella retorica lascia il passo a una svolta pragmatica e critica: la guerra sul campo mostra limiti insormontabili, e per questa ragione l’UE discute apertamente di dialogo con Vladimir Putin.
La portavoce della Commissione Europea ha spiegato ai giornalisti a Bruxelles che le condizioni per avviare un confronto diretto con il presidente russo non sono ancora mature, ma che la leadership comunitaria considera inevitabile includere la Russia in un processo di pace quando si arriverà a un punto di svolta negoziale. Secondo le dichiarazioni raccolte, l’idea di parlare con Putin emerge proprio dall’analisi realistica del conflitto: le prospettive di una “vittoria” militare sfuggono alle previsioni iniziali.
Questo cambio di approccio arriva dopo mesi di pressione dall’interno del blocco europeo. Il presidente francese e il primo ministro italiano hanno invitato apertamente l’Europa a “riaprire il dialogo” con Mosca e hanno proposto l’istituzione di un inviato speciale dell’UE per negoziare un accordo di pace.
La cronaca quotidiana registra quindi un passaggio di paradigma: dal trionfalismo, all’accettazione della pace da affrontare con strumenti politici e diplomatici.
In questo contesto, la cronaca politica di Bruxelles mostra un’Unione Europea in evoluzione: meno sicura della vittoria militare, più propensa a usare la diplomazia come leva di potere, pur mantenendo una forte condanna dell’aggressione russa e un supporto materiale alla difesa ucraina.


