Dire “donne incinte” è ora una violazione dell’imparzialità giornalistica. Questa non è una distopia orwelliana, è ciò che è realmente accaduto alla BBC, dove Martine Croxall, presentatrice storica di BBC News, è stata formalmente richiamata per aver osato pronunciare queste due parole durante un notiziario lo scorso giugno.
In un servizio sulle categorie a rischio per le ondate di calore, Croxall ha letto dal teleprompter “persone incinte”, correggendosi spontaneamente in “donne incinte”. Per aver pronunciato questa verità biologica elementare, è stata formalmente richiamata dall’Executive Complaints Unit della BBC.
L’azienda ha dichiarato che la sua unità per la gestione dei reclami dei dirigenti aveva ricevuto 20 segnalazioni relative alla trasmissione. Analizzando i reclami, l’Executive Complaints Unit ha osservato che la lettura della frase “persone incinte” era accompagnata da un’espressione facciale che i querelanti hanno interpretato in modi diversi: disgusto, derisione, disprezzo o esasperazione.
L’unità ha concluso che tale espressione “lasciava aperta l’interpretazione di un punto di vista particolare nelle controversie attualmente legate all’identità trans”.
L’inversione della realtà
Fermiamoci un momento sulla portata di quanto accaduto. Una giornalista professionista, davanti a uno scritto che cancellava la parola “donna” dal contesto della gravidanza, ha fatto ciò che il buonsenso e la correttezza biologica le suggerivano: ha riportato il linguaggio alla realtà. E per questo è stata richiamata.
Perché il fatto centrale non è l’espressione facciale — anche se la BBC l’ha utilizzata come prova aggiuntiva di “colpevolezza“. Il fatto centrale è che alla BBC, nell’anno 2025, pronunciare “donne incinte” è considerato un atto di parzialità che richiede un richiamo formale. Un’emittente pubblica britannica ha stabilito che affermare che solo le donne possono essere incinte significa “esprimere un’opinione personale su una questione controversa”.
Rileggiamo questa frase: dire che solo le donne rimangono incinte è ora un’opinione, non un fatto biologico.
Quando la biologia diventa controversa
Il problema non sta nella volontà di essere inclusivi. Il problema sta nel fatto che questa inclusività è stata perseguita attraverso la cancellazione lessicale delle donne stesse. L’espressione “persone incinte” non aggiunge nulla: semplicemente elimina la parola “donna” da un contesto in cui la donna è il soggetto biologico centrale.
Solo le donne possono rimanere incinte. Solo le donne transessuali portano avanti gravidanze, donne dal punto di vista biologico — donne che hanno scelto di identificarsi come uomini, ma il cui corpo femminile rende possibile la gravidanza. Questa non è transfobia, è fisiologia. Negare questa realtà non aiuta le persone transessuali ; semplicemente rende il linguaggio meno chiaro e più confuso.
Ma il punto ancora più grave è che la BBC ha deciso che questa realtà biologica non può più essere affermata senza incorrere in richiami. Ha trasformato un fatto scientifico in un’opinione politica controversa. Ha stabilito che dire “donne” nel contesto della gravidanza equivale a prendere posizione in una guerra culturale.
La cancellazione delle donne in nome dell’inclusività
C’è una profonda ironia nel fatto che un movimento che si dice progressista abbia scelto come strategia principale la cancellazione della parola “donna” dai contesti in cui le donne sono protagoniste. La gravidanza è un’esperienza femminile. Non in senso culturale o identitario, ma in senso biologico, fisico, materiale.
Le donne — che rappresentano il 100% delle persone che affrontano gravidanze — vengono ora descritte con l’eufemismo “persone incinte”, come se la loro femminilità fosse un dettaglio imbarazzante da nascondere. Questa non è inclusività, le donne non sono “persone con utero”, “mestruanti“, “persone incinte”. Sono donne.
Il regime del linguaggio obbligatorio
Il caso Croxall conferma ciò che molti sospettavano da tempo: nelle redazioni britanniche è in vigore un vero e proprio regime del linguaggio, dove termini perfettamente corretti e di uso comune vengono considerati inaccettabili. Non si tratta di evitare insulti o espressioni offensive, ma di proibire parole del tutto normali.
Un memo interno di 19 pagine, recentemente emerso, denuncia quella che viene definita una vera e propria “censura effettiva” alla BBC su temi transgender. Servizi considerati “critici” o “controversi” — come quelli su minori in transizione, politiche sanitarie o detransizioni — vengono sistematicamente scartati. Il messaggio è chiaro: esiste una narrativa ufficiale approvata, e qualsiasi scostamento viene censurato.
Il paradosso: chiamare le cose con il loro nome diventa “parzialità”
La vera perversione di questa vicenda sta nella definizione stessa di imparzialità. La BBC sostiene di aver difeso l’imparzialità. Ma l’imparzialità rispetto a cosa? Alla biologia?
Esistono fatti che non sono oggetto di opinione. La Terra gira intorno al Sole. L’acqua bolle a 100 gradi. Le donne, e solo le donne, possono rimanere incinte. Un’emittente giornalistica che tratta quest’ultimo fatto come se fosse un’opinione controversa non sta difendendo l’imparzialità — sta imponendo un’ideologia che nega la realtà.
Il risultato? Un’emittente pubblica che ha deciso che metà della popolazione mondiale — le donne — non può più essere nominata nei contesti che le riguardano direttamente, per non offendere una percentuale infinitesimale di persone. Questa non è imparzialità. È capitolazione ideologica.
Le conseguenze per il giornalismo e la società
Questa vicenda stabilisce un precedente pericoloso: le istituzioni pubbliche possono ora riscrivere la realtà biologica attraverso l’imposizione linguistica, e punire chi resiste. Se dire “donne incinte” è diventato un atto sanzionabile, quali altri fatti biologici diventeranno presto “controversi”?
Il giornalismo non può funzionare in un regime in cui i fatti elementari vengono trattati come opinioni discutibili. Non può esistere informazione di qualità quando ai professionisti viene richiesto di negare la realtà per conformarsi a una narrativa ideologica.
Ma le implicazioni vanno oltre il giornalismo. Quando un’istituzione pubblica finanziata dai contribuenti decide che la parola “donna” è problematica in contesti come la gravidanza, sta compiendo un atto di revisionismo linguistico che ha ripercussioni su tutta la società. Sta normalizzando l’idea che i fatti biologici siano negoziabili, che la realtà debba piegarsi all’ideologia.
Quando venti persone, su milioni di spettatori, si sentono offese da un fatto biologico e l’emittente reagisce con un richiamo, il messaggio è inequivocabile: la realtà viene sacrificata in nome di un’ideologia.
Il caso Croxall dimostra fino a che punto sia arrivata questa deriva: dobbiamo anche fingere che questa censura sia un atto di progresso e inclusività. Dobbiamo celebrare la cancellazione delle donne come se fosse una vittoria per i diritti umani.
È tempo che le istituzioni pubbliche — finanziate dai cittadini e al servizio di tutti — smettano di negare la realtà e ritrovino il coraggio di dire le cose come stanno. Anche quando questo significa pronunciare semplicemente: “donne incinte”. La maggioranza delle persone sa che le donne esistono, che solo loro possono rimanere incinte, e che affermarlo non è controverso: è semplicemente vero.



Ecco un caso esemplare di ipocrisia mediatica: una giornalista della BBC, pagata per dire la verità, è stata richiamata solo perché ha osato dire la verità.
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