Un’inchiesta documentata basata su atti giudiziari federali, rapporti FBI e testimonianze processuali
Il 16 dicembre 1985, poco prima delle 17:30, Paul Castellano scese dalla sua limousine davanti allo Sparks Steakhouse a Manhattan. Quattro uomini in impermeabili e pellicce russe gli si avvicinarono. Sei colpi di pistola. Castellano crollò sul marciapiede in una pozza di sangue, insieme al suo bodyguard Thomas Bilotti. Il boss della famiglia Gambino, uno dei partner commerciali più importanti di Donald Trump, giaceva morto sulla 46esima strada mentre i passanti urlavano terrorizzati.
Due anni prima, il 10 gennaio 1983, Roy DeMeo — il killer seriale della famiglia Gambino responsabile di almeno 200 omicidi — entrò in un garage di Brooklyn per un incontro con i suoi uomini. Non ne uscì mai vivo. Dieci giorni dopo, il suo cadavere parzialmente congelato fu trovato nel bagagliaio della sua Cadillac, crivellato di colpi alla testa, con ferite difensive sulle mani.
Questi non sono episodi casuali della storia criminale di New York. Sono le morti violente di uomini con cui Fred Trump e suo figlio Donald scelsero deliberatamente di fare affari per decenni. Non si trattava di inevitabili contatti nell’industria edilizia newyorkese — altri sviluppatori dell’epoca imploravano l’FBI di smantellare il controllo mafioso. I Trump, invece, pagarono prezzi gonfiati per cemento controllato dalla mafia, assegnarono contratti a compagnie mafiose, e strinsero accordi con boss che risolvevano le dispute commerciali con omicidi brutali.
Il Concrete Club: Un impero costruito sul sangue
Per comprendere l’entità della violenza in cui la famiglia Trump operò consapevolmente, è necessario capire il sistema del ‘Concrete Club’ che dominò l’industria edilizia newyorkese tra gli anni ’50 e ’80. Non era un’associazione informale di imprenditori — era un cartello criminale gestito dalle Cinque Famiglie mafiose che controllava ogni aspetto della costruzione attraverso l’intimidazione, l’estorsione e l’omicidio.
Secondo l’agente FBI Jules Bonavolonta, che dedicò anni a investigare il cartello:
‘Dall’alto verso il basso, le Cinque Famiglie spremevano l’industria del cemento di New York, controllando i sindacati, gli appaltatori, le compagnie di costruzione e i loro proprietari.’
Il meccanismo era semplice ma spietato: ogni contratto edile superiore ai 2 milioni di dollari doveva essere approvato dalla Commissione mafiosa. Chi costruiva doveva pagare il 2% del valore del contratto come tangente. Chi rifiutava vedeva i propri cantieri paralizzati — o peggio.
Il cuore del sistema era S&A Concrete, un’azienda segretamente co-posseduta da Paul Castellano, capo della famiglia Gambino, e Anthony ‘Fat Tony’ Salerno, boss della famiglia Genovese. Questa compagnia fornì il cemento per la Trump Tower e la Trump Plaza. Mentre altri sviluppatori dell’epoca — incluse le potenti famiglie LeFrak e Resnick — si lamentavano con l’FBI del cartello mafioso, Trump non solo non protestò, ma secondo il giornalista investigativo Wayne Barrett ‘cercò attivamente di aumentare i suoi contatti con la mafia.’
Roy DeMeo e il ‘Metodo Gemini’: 200 omicidi
Per capire con che tipo di persone i Trump facevano affari, è essenziale conoscere Roy DeMeo. Membro della famiglia Gambino e collega di Paul Castellano, DeMeo guidava una crew che l’FBI ritiene responsabile di circa 200 omicidi tra il 1973 e il 1983. Non erano omicidi occasionali — era un’impresa industriale di assassinio.
DeMeo perfezionò una tecnica per far sparire i corpi che divenne tristemente nota come il ‘Metodo Gemini’, dal nome del Gemini Lounge a Brooklyn dove avvenivano la maggior parte delle esecuzioni. Un membro della crew attirava la vittima in un appartamento laterale al bar. Un secondo membro — spesso DeMeo stesso — appariva con una pistola silenziata e un asciugamano. Dopo l’omicidio, i corpi venivano sistematicamente smembrati in una vasca da bagno. Le parti venivano poi distribuite in diversi cassonetti della spazzatura in tutta New York.
DeMeo non era un semplice criminale di strada — era coinvolto in un sofisticato anello di furto d’auto internazionale che finì per collegarlo direttamente a Paul Castellano. Nel 1982, mentre le autorità federali stringevano il cerchio attorno a DeMeo, Castellano — lo stesso uomo che controllava S&A Concrete e faceva affari con Trump — ordinò l’assassinio di DeMeo perché temeva che potesse collaborare con l’FBI.
Il 10 gennaio 1983, DeMeo si recò a un incontro presso l’officina di Patrick Testa a Canarsie, Brooklyn. Era paranoico — indossava una giacca di pelle con un fucile a canne mozze nascosto sotto. Sapeva che la sua fine era vicina. Quando entrò nel garage, i suoi stessi uomini — su ordine di Castellano — aprirono il fuoco. DeMeo cercò disperatamente di proteggersi con le mani. Sette proiettili alla testa. Il corpo fu messo nel bagagliaio della sua Cadillac, con un lampadario posato sopra come macabro dettaglio. L’auto venne abbandonata nel parcheggio del Varuna Boat Club. Per dieci giorni nessuno controllò, nonostante le lamentele. Quando finalmente la polizia aprì il bagagliaio, trovò il cadavere parzialmente congelato dalle basse temperature invernali.
Sparks Steakhouse: L’omicidio del partner di Trump
Paul Castellano, l’uomo che controllava S&A Concrete e forniva cemento alla Trump Tower a prezzi artificialmente gonfiati, non morì di vecchiaia. La sera del 16 dicembre 1985, Castellano era in pausa dal suo processo federale per estorsione. Aveva un appuntamento per cena alle 17:30 allo Sparks Steakhouse sulla 46esima strada a Manhattan.
Secondo la testimonianza di Salvatore ‘Sammy the Bull’ Gravano nel processo del 1992 contro John Gotti, l’assassinio fu pianificato come un’operazione militare. Diversi sicari aspettavano all’ingresso dello Sparks, vestiti in modo appariscente con impermeabili e pellicce russe. John Gotti e Gravano sedevano in un’auto dall’altra parte della strada, osservando, usando walkie-talkie per coordinare i movimenti.
Alle 17:25 circa, la limousine di Castellano si fermò davanti al ristorante. Mentre Castellano e il suo autista-bodyguard Thomas Bilotti uscivano dall’auto, i sicari si avvicinarono rapidamente. Sei colpi di pistola ciascuno. Castellano crollò immediatamente sul marciapiede, il sangue che si espandeva sotto il suo corpo. Bilotti fu colpito mentre cercava di estrarre la sua arma. I sicari fuggirono a piedi nella folla serale natalizia di Manhattan.
L’audacia dell’omicidio scioccò anche i veterani delle forze dell’ordine. Come osservò Howard Blum, autore di ‘Gangland: How the FBI Broke the Mob’:
‘Fu audace nel senso che avvenne a Manhattan, nella stagione natalizia, nel primo pomeriggio. Lo pianificarono come un’operazione militare.’
Rudolph Giuliani, all’epoca procuratore federale per il Southern District di New York, dichiarò:
‘Tutti dovrebbero essere indignati per qualcosa del genere. Le forze dell’ordine hanno l’obbligo di investigare completamente e cercare di identificare e perseguire le persone responsabili.’
L’omicidio di Castellano fu l’ultimo assassinio di un boss mafioso di New York per 34 anni — fino al 2019, quando Frank Cali della famiglia Gambino fu ucciso fuori dalla sua casa a Staten Island. I corpi di Castellano e Bilotti sul marciapiede davanti allo Sparks rappresentarono la fine violenta dell’era dei boss tradizionali della mafia. E Paul Castellano, l’uomo giustiziato quella sera, era stato il partner commerciale di Donald Trump nella costruzione della Trump Tower.
Willie Tomasello: Il socio mafioso di Fred Trump
Ma i legami della famiglia Trump con la violenza mafiosa precedono di decenni l’era Castellano–DeMeo. Nel giugno 1954, durante un’audizione della Federal Housing Administration e del Senato degli Stati Uniti, Fred Trump fu costretto ad ammettere pubblicamente che Willie Tomasello — un membro associato delle famiglie criminali Gambino e Genovese — era suo partner commerciale e possedeva il 25% delle azioni di Beach Haven Apartments, uno dei complessi residenziali più redditizi di Trump.
Questa non era una partnership simbolica o una semplice conoscenza casuale. Documenti giudiziari pubblici — inclusa la causa Tomasello contro Trump depositata presso la Corte Suprema di New York, Queens County, nel 1961 — confermano che Tomasello possedeva esattamente il 25% e Fred Trump il 75% del capitale azionario in dieci società correlate ai progetti Beach Haven.
Secondo i rapporti della New York State Organized Crime Task Force, Tomasello aveva precedentemente collaborato con figure delle famiglie Genovese e Gambino in numerosi progetti immobiliari a New York e in Florida. I rapporti delle forze dell’ordine indicano che Tomasello fornì capitale diretto per i progetti Trump, e vi sono fondati sospetti che questi fondi provenissero dalla mafia italiana. Inoltre, Tomasello aiutò Fred Trump a ‘gestire’ dispute sindacali — un eufemismo per l’utilizzo di intimidazioni mafiose contro i lavoratori.
L’audizione senatoriale del 1954 rivelò anche che Fred Trump aveva orchestrato un vasto schema di frode ai danni del governo federale. Trump sfruttò i fondi della Federal Housing Administration — destinati a costruire alloggi accessibili per i veterani della Seconda Guerra Mondiale — per poi far pagare affitti gonfiati agli inquilini. L’inchiesta scoprì che Trump si era appropriato indebitamente di commissioni del 5% destinate ai lavori architettonici e aveva ottenuto prestiti federali per almeno 3,7 milioni di dollari superiori al necessario.
Roy Cohn: L’avvocato dei Boss e di Trump
Se Willie Tomasello fornì il capitale mafioso per i primi progetti di Fred Trump, Roy Cohn fornì qualcosa di ancora più prezioso: l’accesso diretto ai vertici della criminalità organizzata di New York e la protezione legale per navigare in quel mondo pericoloso.

Roy Marcus Cohn era già una figura controversa della storia americana quando incontrò Donald Trump nel 1973. Aveva servito come vice-procuratore federale nel processo Rosenberg, contribuendo a mandare Julius ed Ethel Rosenberg sulla sedia elettrica. Era stato il consigliere capo del senatore Joseph McCarthy durante le tristemente note udienze anticomuniste degli anni ’50. Ma dopo la caduta di McCarthy, Cohn si reinventò come avvocato privato a New York — e la sua lista clienti era un’incredibile mescolanza di legittimo e illegittimo.
Da un lato, Cohn rappresentava l’Arcidiocesi cattolica di New York, il magnate dei media Rupert Murdoch (che incontrò Trump attraverso Cohn negli anni ’70), e il proprietario degli Yankees George Steinbrenner. Dall’altro, difendeva i vertici della mafia: Anthony ‘Fat Tony’ Salerno (boss della famiglia Genovese), Paul Castellano (capo della famiglia Gambino), Carmine Galante (famiglia Bonanno) e John Gotti.
Come osservò il regista Matt Tyrnauer nel suo documentario ‘Where’s My Roy Cohn’, Cohn occupava una posizione unica:
‘Era letteralmente l’avvocato dei boss mafiosi e allo stesso tempo un rispettato fixer politico. Sfruttando la sua posizione come connettore tra i boss del crimine e i boss politici, riuscì a regnare come una sorta di papa nella città più potente del mondo.’
L’incontro con Fat Tony Salerno
Secondo Wayne Barrett nel suo libro ‘Trump: The Deals and the Downfall’, nel 1983 Donald Trump incontrò personalmente Anthony ‘Fat Tony’ Salerno — il boss della famiglia Genovese che controllava l’industria del cemento — nell’appartamento di Roy Cohn a New York. L’incontro avvenne solo un anno dopo che il New York Times aveva dettagliato pubblicamente il controllo mafioso sull’industria edilizia, eliminando qualsiasi possibilità che Trump potesse affermare di non sapere con chi stava trattando.
Un testimone oculare confermò l’incontro privato tra Trump, Cohn e Salerno. Non erano incontri casuali a eventi pubblici — erano riunioni d’affari riservate in cui si discuteva di contratti di cemento e accordi di costruzione.
Fat Tony Salerno non era un semplice uomo d’affari corrotto. Era un boss mafioso che nel 1986 Fortune Magazine classificò come il gangster più potente d’America per potere, ricchezza e influenza. Controllava un impero criminale che fruttava decine di milioni di dollari all’anno attraverso numeri, usura ed estorsioni. E quando fu condannato nel Mafia Commission Trial del 1986, ricevette una sentenza di 100 anni di prigione. Mentre aspettava la sentenza, Salerno fu visto masticare barrette di cioccolato durante le pause del processo. Quando un membro dell’accusa gli offrì una barretta di granola più salutare, Salerno la respinse dicendo:
‘Chi se ne frega. Morirò in prigione comunque.’
Salerno morì effettivamente in carcere nel luglio 1992, all’età di 80 anni, per complicazioni dopo un ictus presso il Medical Center for Federal Prisoners a Springfield, Missouri. L’uomo che aveva fornito cemento alla Trump Tower a prezzi gonfiati, l’uomo che Donald Trump aveva incontrato nell’appartamento di Roy Cohn, l’uomo classificato da Fortune come il più potente gangster d’America — morì dietro le sbarre, condannato per decenni di crimini violenti.
John Cody: estorsioni, omicidi e cadaveri nei bagagliai
Un altro protagonista chiave nel sistema criminale che permise a Trump di costruire la Trump Tower fu John Cody, presidente del Teamsters Local 282 dal 1976 al 1984. Cody controllava 4.000 autisti che trasportavano cemento e materiali da costruzione nei cantieri di New York e Long Island. Con un semplice ordine, Cody poteva paralizzare l’intera industria edilizia da 2,5 miliardi di dollari che impiegava 70.000 persone.
Le forze dell’ordine determinarono che Cody era un racketteer e un associato corrotto della famiglia criminale Gambino. Pagava personalmente a Paul Castellano 200.000 dollari all’anno. Wayne Barrett documentò che Cody stesso si vantò:
‘Donald preferiva trattare con me attraverso Roy Cohn.’
Cody era così temuto nell’industria edilizia che i lavoratori gli costruirono una casa sulla spiaggia a Southampton gratuitamente e gli fornirono autisti personali senza compenso. Nel 1980, prima che iniziasse la costruzione della Trump Tower, i procuratori federali citarono Donald Trump in relazione ai suoi rapporti con Cody.
Ma i rapporti di Trump con Cody non erano solo professionali. Trump dovette anche gestire relazioni dirette con la fidanzata di Cody, Verina Hixon, che viveva nell’appartamento direttamente sotto il suo attico nella Trump Tower. Secondo Barrett, mentre Cody era in prigione per estorsione ed evasione fiscale, fece convogliare circa 500.000 dollari a Hixon per ristrutturazioni del suo appartamento. Quando Trump esitò a mantenere alcune promesse fatte a Hixon, Barrett riportò che ‘Cody e Hixon lo bloccarono in un bar vicino e ottennero il suo accordo’ — un chiaro esempio di come Trump fosse intimidito e controllato dalle figure mafiose con cui faceva affari.
Il tentato omicidio e il cadavere nell’auto
Nel 1982, Cody fu condannato per estorsione e evasione fiscale a cinque anni di prigione. Il giurato lo trovò colpevole di sette capi d’accusa su otto, incluso il coinvolgimento in attività di estorsione dal 1968, violazioni delle leggi fiscali e l’accettazione di doni da appaltatori in violazione del Taft-Hartley Act. Fu anche multato per 80.000 dollari.
Dopo la sua condanna, Robert Sasso, il tesoriere del Local 282, succedette a Cody come presidente. Ma Cody non aveva intenzione di arrendersi al suo potere. In quello che i procuratori federali descrissero come un ‘disperato tentativo’ di riconquistare il controllo, Cody assunse un ex detenuto per assassinare Sasso.
Il detenuto era però un informatore dell’FBI e registrò le conversazioni sul complotto omicida. Nelle registrazioni, Cody discute dettagliatamente ‘i meriti relativi dell’usare esplosivi o una pistola con silenziatore’ per uccidere Sasso. Cody fu condannato per tentato omicidio e tornò in prigione.
Ma c’è un dettaglio ancora più macabro in questa storia. Bruce Kay, l’autista personale di Cody e membro del Local 282, fu trovato morto — il suo cadavere stipato nel bagagliaio di un’auto all’aeroporto LaGuardia — mentre era in attesa di processo per un’accusa di omicidio. Il messaggio era chiaro: chi collaborava o rappresentava un rischio per la famiglia criminale finiva morto, spesso con i corpi nascosti nei bagagliai delle auto, la firma distintiva degli omicidi mafiosi di quel periodo.
John Cody fu rilasciato dal carcere federale nel 1993 a causa della malattia di Alzheimer. Morì nel 2001 all’età di 79 anni nella sua casa di Seaford, New York. Ma durante il suo regno sul Local 282, Cody aveva lavorato direttamente con Donald Trump nella costruzione della Trump Tower, assicurandosi che i camion del cemento continuassero a scaricare — in cambio di pagamenti, favori e potere.
Un impero costruito tra sangue e cemento
Quando si elencano tutti i fatti di sangue che circondarono la famiglia Trump e i suoi partner commerciali, emerge un quadro agghiacciante di violenza sistematica:
• Willie Tomasello (socio al 25% di Fred Trump): associato delle famiglie Gambino e Genovese, partner commerciale diretto in Beach Haven Apartments.
• Roy DeMeo (famiglia Gambino, collegato a Castellano): responsabile di circa 200 omicidi, inventore del ‘Metodo Gemini’ per smembrare cadaveri. Assassinato su ordine di Castellano il 10 gennaio 1983. Cadavere trovato nel bagagliaio della sua Cadillac con sette colpi alla testa.
• Paul Castellano (co-proprietario di S&A Concrete, fornitore di Trump): capo della famiglia Gambino. Assassinato il 16 dicembre 1985 davanti allo Sparks Steakhouse con sei colpi di pistola. Il suo bodyguard Thomas Bilotti fu ucciso simultaneamente. L’omicidio fu orchestrato da John Gotti che osservava dall’altra parte della strada.
• Anthony ‘Fat Tony’ Salerno (co-proprietario di S&A Concrete, fornitore di Trump): boss della famiglia Genovese, classificato da Fortune Magazine nel 1986 come il gangster più potente d’America. Condannato a 100 anni di prigione nel Mafia Commission Trial. Morto in carcere nel 1992 per ictus.
• John Cody (capo Teamsters Local 282, lavorò direttamente con Trump): condannato per estorsione nel 1982, cinque anni di prigione. Pagava 200.000 dollari all’anno alla famiglia Gambino. Assunse un sicario per assassinare il suo successore Robert Sasso (complotto sventato dall’FBI). Discusse pubblicamente ‘i meriti relativi dell’usare esplosivi o una pistola con silenziatore’ per il murder.
• Bruce Kay (autista di Cody, membro Local 282): trovato morto, cadavere stipato nel bagagliaio di un’auto all’aeroporto LaGuardia mentre era in attesa di processo per omicidio.
• Roy Cohn (avvocato personale e mentore di Trump): rappresentava simultaneamente Trump e i boss mafiosi Salerno, Castellano e Gotti. Radiato dall’albo nel 1986 per aver rubato 100.000 dollari a un cliente, tra altre pratiche ‘riprovevoli’. Morì di AIDS sei settimane dopo.
Questi non erano contatti occasionali o inevitabili. Wayne Barrett, che dedicò decenni a investigare Trump, concluse che Trump ‘non cercò di evitare i contatti con la mafia, ma li aumentò.’
David Cay Johnston, giornalista vincitore del Premio Pulitzer, scrisse su Politico nel 2016:
‘Nessun altro candidato alla Casa Bianca quest’anno ha nulla di paragonabile al curriculum di Trump di ripetuti rapporti sociali e commerciali con mafiosi, truffatori e altri criminali.’
Una scelta consapevole
È cruciale sottolineare che lavorare con la mafia nell’industria edilizia newyorkese degli anni ’70 e ’80 non era inevitabile. Altri sviluppatori — incluse le potenti e rispettate famiglie LeFrak e Resnick — si lamentarono pubblicamente del cartello mafioso del cemento e sollecitarono l’FBI a smantellarlo. Alcuni sviluppatori rifiutarono apertamente di pagare il sovrapprezzo mafioso e utilizzarono alternative più costose ma legittime.
I Trump fecero una scelta diversa. Scelsero di utilizzare S&A Concrete controllata da Castellano e Salerno. Scelsero di pagare prezzi gonfiati per cemento mafioso. Scelsero di lavorare attraverso Roy Cohn, l’avvocato che rappresentava simultaneamente boss mafiosi. Scelsero di trattare con John Cody, un uomo che discuteva apertamente di usare esplosivi per assassinare i rivali. Scelsero di essere partner commerciali con Willie Tomasello, un associato della mafia.
Quando la Trump Tower fu costruita all’inizio degli anni ’80, la maggior parte dei grattacieli veniva eretta in acciaio. Trump scelse deliberatamente il cemento — il materiale controllato dalla mafia. Secondo David Cay Johnston, Trump ricevette in cambio cantieri che funzionavano senza intoppi grazie all’approvazione dei sindacati controllati dal crimine organizzato.
Come scrisse Robert O’Harrow Jr. sul Washington Post nell’ottobre 2015:
‘Nessun candidato presidenziale serio ha mai avuto la profondità di relazioni d’affari documentate con entità controllate dalla mafia come Trump.’
Il professore Douglas Brinkley, storico presidenziale, aggiunse:
‘L’esempio storico più vicino sarebbe il presidente Warren G. Harding e lo scandalo Teapot Dome, un caso di corruzione e manipolazione delle gare d’appalto in cui il segretario agli interni finì in prigione. Ma anche quello presenta una differenza chiave: gli associati di Harding erano uomini d’affari corrotti ma altrimenti legittimi, non mafiosi e trafficanti di droga.’
La caduta del Concrete Club
Il sistema criminale che aveva permesso ai Trump di costruire il loro impero iniziò a sgretolarsi a metà degli anni ’80. Nel 1980, l’FBI lanciò l’Operazione Genus contro tutte e cinque le famiglie mafiose di New York. Per anni, agenti federali, polizia di New York e la Task Force del crimine organizzato dello Stato seguirono i boss mafiosi, piazzarono cimici, raccolsero testimonianze.
Il 13 giugno 1983, l’FBI riuscì a sorvegliare un incontro segreto della Commissione mafiosa presso il Bari Restaurant Supply a Brooklyn. Erano presenti i vertici delle famiglie: Paul Castellano per i Gambino, Fat Tony Salerno per i Genovese, Tony Ducks Corallo per i Lucchese, e rappresentanti dei Colombo. L’incontro era necessario per dividere i profitti dei maggiori lavori di cemento della città. Quando Castellano avvistò l’agente FBI Joseph O’Brien che spiava attraverso le vetrate del ristorante, i boss si dispersero per strada. Ma il tempo stava per scadere.
Il 25 febbraio 1985, nove leader mafiosi di New York furono incriminati per traffico di narcotici, usura, gioco d’azzardo, estorsione sindacale ed estorsione ai danni di compagnie edili, utilizzando il Racketeer Influenced and Corrupt Organizations Act (RICO). Il processo, noto come Mafia Commission Trial, fu guidato dal procuratore federale Rudy Giuliani.
Il 19 novembre 1986, Tony Salerno e gli altri membri della Commissione mafiosa furono condannati. Nel gennaio 1987, furono sentenziati a pene detentive di 100 anni per il loro coinvolgimento nel Concrete Club e altre imprese illecite. La condanna spezzò la struttura di potere di Cosa Nostra e segnò la fine di un’era.
Ma l’assassinio di Castellano due mesi prima — il 16 dicembre 1985, mentre il processo era ancora in corso — aveva già cambiato tutto. John Gotti prese il controllo della famiglia Gambino. Una nuova generazione di boss, più appariscente e meno attenta alle vecchie regole, stava emergendo. E mentre la mafia tradizionale crollava sotto il peso delle condanne federali, i Trump continuarono a costruire il loro impero, ora con nuovi partner — inclusi criminali russi e oligarchi con legami oscuri.
Un’eredità di sangue
L’eredità della famiglia Trump non può essere compresa senza riconoscere le fondamenta su cui fu costruita. Ogni piano della Trump Tower fu eretto con cemento fornito da assassini. Ogni camion che scaricava materiali da costruzione era controllato da uomini che discutevano pubblicamente di usare esplosivi per uccidere i rivali. Ogni accordo era mediato da un avvocato che rappresentava simultaneamente killer seriali e famiglie mafiose.
Fred Trump non solo fece affari con la mafia — ne divenne partner, con Willie Tomasello che possedeva il 25% di Beach Haven Apartments. Donald Trump non solo incontrò boss mafiosi — li incontrò privatamente nell’appartamento del suo avvocato per discutere contratti di cemento.
E quando i partner commerciali dei Trump finirono i loro giorni, le conclusioni furono coerenti con le vite che avevano vissuto: Paul Castellano giustiziato sul marciapiede davanti a uno steakhouse di Manhattan. Roy DeMeo trovato congelato nel bagagliaio della sua auto. Fat Tony Salerno morto in prigione dopo una condanna a 100 anni. John Cody che discuteva di omicidi con sicari dell’FBI sotto copertura. Bruce Kay trovato morto in un altro bagagliaio all’aeroporto.
I cadaveri nei bagagliai non erano incidenti casuali dell’epoca — erano il metodo operativo standard delle persone con cui la famiglia Trump scelse di costruire il proprio impero. Questo è documentato non in teorie complottiste o illazioni giornalistiche, ma in atti giudiziari pubblici, trascrizioni di udienze senatoriali, rapporti FBI declassificati, testimonianze processuali e decenni di giornalismo investigativo pluripremiato.
Come disse Wayne Barrett, il giornalista investigativo che dedicò la sua carriera a documentare queste connessioni: ‘I legami mafiosi di Donald sono straordinariamente estesi. La vita di Trump si intreccia con il mondo criminale.’
E quando Barrett morì il 19 gennaio 2017 — il giorno prima dell’inaugurazione di Trump come 45° presidente degli Stati Uniti — lasciò dietro di sé 290 scatole di documentazione presso il Briscoe Center for American History dell’Università del Texas ad Austin. Una biblioteca che testimonia decenni di affari sporchi, sangue versato e scelte consapevoli.
Fonti
Documenti ufficiali federali e atti giudiziari:
- Trascrizione dell’audizione senatoriale del 18 giugno 1954, Federal Housing Administration/Senate Investigation, in cui Fred Trump ammette la partnership con Willie Tomasello (Washington Post Trump Archive)
- Tomasello v. Trump, Supreme Court of the State of New York, Queens County (1959-1961)
- Mafia Commission Trial, United States v. Salerno et al., Southern District of New York (1985-1986)
- United States v. John Cody, 722 F.2d 1052 (2d Cir. 1983)
- FBI Files su Anthony Salerno e Paul Castellano, Concrete Club Investigation (1980-1986)
- Congressional Hearings on Organized Crime in Construction (1979-1985)
Libri e inchieste giornalistiche:
- Wayne Barrett, ‘Trump: The Deals and the Downfall’ (Harper Collins, 1992). Ripubblicato come ‘Trump: The Greatest Show on Earth’ (2016)
- David Cay Johnston, ‘The Making of Donald Trump’ e articoli su Politico (2016)
- Robert O’Harrow Jr., ‘Trump Revealed’, Washington Post Investigation (ottobre 2015-2016)
- Jonathan Green, ‘Mafia Prince: Inside America’s Most Violent Crime Family’
- Steve Villano, ‘Tightrope: Balancing A Life Between Mario Cuomo And My Brother’ (Heliotrope Books, 2017)
- Newsweek, ‘Donald Trump’s Mafia Connections: Decades Later, Is He Still Linked to the Mob?’ (gennaio 2019)
Fonti accademiche e documentari:
- James B. Jacobs, ‘Gotham Unbound: How New York City Was Liberated from the Grip of Organized Crime’ (NYU Press)
- Matt Tyrnauer, documentario ‘Where’s My Roy Cohn’ (2019)
- Netflix, ‘Fear City: New York vs. the Mafia’ (2020)
- Netflix, ‘Get Gotti’ docuseries (2023)
- Wayne Barrett Papers, Dolph Briscoe Center for American History, University of Texas at Austin (290 scatole di documentazione)
Fonti su omicidi e violenze specifiche:
- The New York Times, reportage sull’assassinio di Paul Castellano (17 dicembre 1985)
- FBI documentation Roy DeMeo murder investigation (gennaio 1983)
- Albert DeMeo, ‘For the Sins of My Father: A Mafia Killer, His Son, and the Legacy of a Mob Life’ (autobiography, 2002)
- Salvatore Gravano testimony, United States v. John Gotti (1992)
- National Legal & Policy Center, obituary John Cody (aprile 2001)
- The Mob Museum, documentazione assassinio Paul Castellano e Roy DeMeo


Sembra proprio il gioco degli dei, dove gli interessi economici prendono il posto della legalità. E noi siamo costretti a consumare questo caffè amaro ogni giorno.
dietro un grande uomo spesso c’è una donna, se invece sta al suo fianco
serve solo a rappresentare l’idea di una famiglia unita. Vedi Melania…..