Una domenica pomeriggio di fine inverno, quasi primaverile. Un uomo è seduto a pranzo con la sua famiglia al ristorante Cuccurucù, sul Lungotevere, zona Foro Italico. Al tavolo ci sono la sua compagna Carolina Manfredonia, i figli di lei Ludovico e Greta, il fidanzato di Greta Luigi Miracco — campione italiano di sciabola — e un amico. Si festeggia un compleanno. Il clima è sereno. Si parla di un viaggio alle Canarie. Ci si scatta delle foto. Si è appena finito il primo piatto, si aspetta il secondo.
Poco dopo le 14, quell’uomo si alza da tavola. Dice di andare in bagno. Lascia giacca e cellulare sulla sedia. Percorre i pochi metri che separano il ristorante dal Ponte della Musica. Sale sul parapetto. Si getta nel vuoto. Muore sul colpo.
Quell’uomo si chiama Francesco Lo Coco. 63 anni, palermitano. Professore ordinario di Ematologia all’Università di Roma Tor Vergata. Autore di oltre 300 pubblicazioni scientifiche su riviste internazionali peer-reviewed, oltre 400 pubblicazioni se si considerano anche collaborazioni e contributi su larga scala nelle principali riviste internazionali. Direttore del Dipartimento di Biomedicina e Prevenzione. Vincitore del José Carreras Award 2018 — il massimo riconoscimento europeo per la ricerca ematologica — consegnato pochi mesi prima a Stoccolma. Uno dei ricercatori più influenti al mondo nel campo delle leucemie acute.
La scoperta che cambia tutto
Per comprendere il peso di questa morte, bisogna prima comprendere la portata di ciò che aveva fatto: aveva messo in discussione un intero paradigma terapeutico.
La leucemia acuta promielocitica — LPA, chiamata anche “leucemia fulminante” — è una delle forme più letali di leucemia mieloide acuta. Rapidissima, spesso fatale nelle prime settimane dalla diagnosi, prima ancora che si riesca ad impostare una terapia. Per decenni il trattamento era uno solo: la chemioterapia intensiva. Devastante per l’organismo, tossica, con effetti collaterali gravissimi e spesso permanenti — danni cardiaci, neuropatie, infertilità, rischio di tumori secondari. Il paziente doveva sopravvivere due volte: prima alla leucemia, poi alla cura stessa.
Questo era il protocollo. Questo era il mercato. Questo era ciò che Lo Coco ha smontato.
Il suo contributo principale — il nucleo di tutto — è stato dimostrare attraverso studi clinici internazionali rigorosi che la LPA si poteva curare senza chemioterapia tradizionale. La combinazione di due soli farmaci, ATRA (acido all-trans retinoico) e triossido di arsenico, era in grado di ottenere la remissione completa in una percentuale straordinariamente alta di pazienti a basso e medio rischio, con una tossicità incomparabilmente più bassa. Nessuna distruzione indiscriminata di cellule sane insieme a quelle malate. Nessuna devastazione sistemica. Solo un bersaglio molecolare preciso, colpito con altrettanta precisione.
Nel 2013 questi risultati vengono pubblicati sul New England Journal of Medicine — la rivista medica più autorevole al mondo, quella dove si pubblica ciò che cambia la pratica clinica globale. Lo studio è internazionale, multicentrico, con dati solidi e inattaccabili. Le linee guida internazionali recepiscono il nuovo protocollo quasi immediatamente. In pochi anni, quello che era considerato un approccio sperimentale diventa lo standard di cura per la LPA in tutto il mondo.
La portata simbolica è enorme, e il mondo scientifico lo sa. Come scrive Marco Vignetti, presidente del GIMEMA:
«Il tuo nome è legato alla scoperta della prima cura per guarire una leucemia senza usare la chemio, e questo ha un valore simbolico ineguagliabile nella storia della lotta dell’uomo contro i tumori.»— Marco Vignetti, presidente GIMEMA
Per la prima volta nella storia della medicina oncologica moderna, una leucemia acuta veniva curata — con tassi di guarigione altissimi — senza ricorrere alla chemioterapia. Era una prova di concetto che andava ben oltre la LPA. Era la dimostrazione che il paradigma stesso della chemio come unica risposta al cancro poteva essere sfidato, e vinto.
La sua agenda, al momento della morte, era fitta di impegni fino al 2020. Convegni internazionali. Appuntamenti con i pazienti. Collaborazioni in corso. Un uomo nel pieno della sua influenza scientifica, con ancora molto da dire e da fare.
La rivoluzione che fece tremare le multinazionali del farmaco
Nel 2019 — l’anno in cui Lo Coco muore — i ricavi da farmaci oncologici delle dieci maggiori case farmaceutiche mondiali raggiungono 95,1 miliardi di dollari. Un aumento del 70% rispetto al 2010. Nello stesso periodo i ricavi dei farmaci non oncologici calano del 18%. Il cancro, in termini economici, è diventato il centro di gravità dell’industria farmaceutica globale.
Solo la Roche — prima azienda oncologica al mondo — genera in quell’anno 25,6 miliardi di dollari dalla vendita di farmaci contro il cancro.
Novartis fattura 11,8 miliardi. Bristol-Myers Squibb fattura 10,3 miliardi.
E il 3 gennaio 2019 — due mesi prima della morte di Lo Coco — Bristol-Myers Squibb annuncia l’acquisizione di Celgene per 90 miliardi di dollari: la più grande operazione nella storia dell’oncologia farmaceutica.
La leucemia, in questo sistema, è la principale indicazione terapeutica per la chemioterapia. La categoria che genera il fatturato più alto. Quella su cui si concentrano brevetti, protocolli, contratti ospedalieri.
Lo Coco aveva dimostrato che per una forma specifica di leucemia quel percorso era evitabile — e lo aveva dimostrato con dati così solidi recepiti quasi immediatamente dalle linee guida internazionali. Ma nella logica industriale, ogni precedente scientifico è anche un precedente commerciale. Se il modello funziona qui, la domanda successiva è inevitabile: dove altro potrebbe funzionare? Ogni leucemia sottratta alla chemioterapia è la perdita di flusso di ricavi — ricavi che scompaiono.
Farmaci acquistati, somministrazioni settimanali, monitoraggi, gestione degli effetti collaterali, ricoveri: ogni fase genera contratti precisi con ospedali, distributori, produttori. Eliminare la chemioterapia da un protocollo non significa solo cambiare la cura: significa cancellare una catena economica.
I numeri per paziente parlano da soli. Mettendo insieme tutte le voci — chirurgia oncologica da 5.000 a 30.000 euro, ciclo completo di chemioterapia da 10.000 a 40.000 euro, radioterapia da 8.000 a 15.000 euro, farmaci anti-nausea e di supporto, esami TAC e PET ripetuti più volte (ogni TAC costa al sistema 1.500 euro), protesi, parrucche, psicoterapia, trasporti, assistenza domiciliare — il costo complessivo di un percorso oncologico standard supera ampiamente i 100.000 euro per paziente.
Se si aggiungono le terapie mirate di nuova generazione o l’immunoterapia, si arriva a 150.000 euro l’anno. Il presidente del Censis Giuseppe De Rita lo ha detto esplicitamente: il costo sociale del tumore per paziente e caregiver è già oggi di 41.000 euro annui, «e se ad esso si aggiunge il costo di un farmaco di nuova generazione si arriva a oltre centomila euro l’anno. Una cifra insostenibile per il singolo malato e la sua famiglia, ma anche per il sistema sanitario nazionale».
Una fonte medica ha quantificato il costo complessivo per il SSN di un singolo paziente oncologico trattato con chemio e radioterapia in «svariate centinaia di migliaia di euro». In Italia il SSN spende 16 miliardi di euro l’anno in oncologia — il 14% dell’intera spesa sanitaria nazionale. I pazienti ne aggiungono altri 5 miliardi di tasca propria.
Le stime europee indicano che la spesa sanitaria specifica per il cancro è cresciuta dai circa 54 miliardi di euro nel 1995 a circa 120 miliardi nel 2023 (esclusi costi indiretti).
Ogni malato è, in termini economici, un contratto che si rinnova mese dopo mese. Lo scopo dichiarato è guarire. Lo scopo sistemico, quello che muove i capitali, è che il percorso duri il più a lungo possibile.
Se il modello dello scienziato Francesco Lo Coco si espandesse ad altri tipi di leucemia — o, ipotesi ancora più dirompente, ad altri tumori — l’impatto sul mercato sarebbe devastante. Protocolli riscritti. Forniture ridimensionate. Miliardi evaporati per chi oggi li incassa.
Ma c’è un dettaglio che rende il caso di Lo Coco ancora più esplosivo, e che raramente viene messo a fuoco. I due farmaci al centro della sua terapia — ATRA e triossido di arsenico — sono entrambi fuori brevetto da decenni. Costano pochi euro a dose.
Il contrasto è evidente se si guarda ad altri trattamenti oncologici moderni: una singola somministrazione di Trastuzumab può superare i 1.000–2.000 euro; una dose di Pembrolizumab può costare diverse migliaia di euro.
L’arsenico in particolare, nella forma farmaceutica utilizzata, ha un costo irrisorio rispetto a qualsiasi chemioterapico di generazione moderna. Questo significa che la terapia di Lo Coco non avrebbe generato royalties per nessuna casa farmaceutica. Guarisce una leucemia letale senza brevetti, senza licenze, senza i margini che muovono i mercati. Era, in altri termini, la peggiore notizia possibile per un’industria da 95 miliardi l’anno.
La reazione delle aziende fu fulminea, e racconta molto del sistema contro cui Lo Coco si stava muovendo — forse senza esserne pienamente consapevole. Il triossido di arsenico è conosciuto da secoli. Come semplice polvere chimica non vale quasi nulla. Eppure un’azienda farmaceutica seppe coglierne il potenziale economico: una molecola capace di eliminare le cellule leucemiche con straordinaria precisione. La trasformò in un farmaco, le diede un nome commerciale — Trisenox — e ne ottenne l’esclusiva grazie al regime dei farmaci orfani, lo strumento giuridico pensato per incentivare la ricerca sulle malattie rare.
Il prezzo non fu stabilito in base ai costi di produzione, ma al valore che poteva fruttare: quasi 4.000 euro a confezione. Non aveva inventato nulla, il salto non fu scientifico — la molecola era la stessa di sempre — bensì giuridico ed economico. Ciò che per secoli era stato un composto elementare divenne all’improvviso un prodotto ad altissima redditività. Non cambiò l’arsenico; cambiò chi aveva il diritto di venderlo, e a quale prezzo.
I generici equivalenti arrivarono sul mercato europeo solo tra il 2019 e il 2020 — proprio l’anno in cui Francesco Lo Coco morì. Anche in questo, il sistema dimostrò la propria capacità di mantenere il controllo. La vera minaccia non era la gratuità della terapia di Lo Coco, ma il principio che essa incarnava: colpire un’alterazione genetica specifica, senza ricorrere alla chemioterapia, con una precisione tale da rendere superflua l’artiglieria pesante. Non solo per una leucemia. Per tutte.
Ma c’è qualcosa di ancora più grande che si tende a non dire. Il lavoro di Lo Coco sulla LPA non era solo la cura di una leucemia specifica. Era la dimostrazione vivente di un principio che, se applicato su larga scala, avrebbe potuto riscrivere l’intera oncologia moderna.
Quello che Lo Coco ha dimostrato è che un tumore con un’alterazione genetica specifica può essere trattato colpendo direttamente quella alterazione. Senza devastare tutto il resto. Senza la chemioterapia ad alte dosi. Con una terapia mirata, precisa, molecolarmente calibrata sul difetto del paziente. E che questa terapia mirata può essere più efficace della chemio tradizionale, e insieme meno tossica. Un miglioramento su tutti i fronti.
Oggi la leucemia acuta promielocitica è considerata uno dei più grandi successi dell’oncologia moderna. Un caso esemplare, studiato nelle università di tutto il mondo, citato come modello di cosa può significare la medicina di precisione quando funziona davvero. Un paradigma.
Ed è esattamente questo il problema. Perché un paradigma non rimane confinato alla sua casella di origine. Si espande. Si generalizza. Diventa una domanda che l’intera comunità scientifica comincia a fare su ogni altro tipo di tumore: e qui? qual è l’alterazione genetica specifica? esiste una terapia mirata? serve davvero la chemio? Se la risposta fosse, funziona anche per un’altra forma di leucemia — per un linfoma, per un tumore solido — il mercato della chemioterapia tradizionale entrerebbe in una crisi strutturale. Fatturati di miliardi che evaporano. Chemioterapici sostituiti da farmaci fuori brevetto, da molecole a basso costo, da protocolli che non alimentano più la catena industriale costruita in decenni.
Lo Coco non aveva solo curato una malattia. Aveva aperto una crepa nel muro.
Le lobby farmaceutiche non lavorano con la violenza. Lavorano con i meccanismi: finanziano le riviste che pubblicano gli studi, siedono nei comitati che scrivono le linee guida, erogano i fondi che determinano quali ricerche vengono condotte e quali vengono abbandonate. Condizionano carriere, orientano congressi, costruiscono e smontano reputazioni. Tutto formalmente legale, ma invisibile al dibattito pubblico.
La storia della medicina è piena di farmaci soppressi, ricerche bloccate, ricercatori marginalizzati — ogni volta che una scoperta minacciava un mercato abbastanza grande da giustificare la resistenza.
Lo Coco era però oltre quel punto. Aveva già pubblicato, aveva già convinto le istituzioni, le linee guida erano già cambiate. Bloccarlo sul piano scientifico era impossibile. Rimaneva la possibilità di fermarlo su altri piani. Quali, è la domanda.
A chi giova?
L’ipotesi scomoda si costruisce su una domanda antica quanto il diritto romano: a chi giova?
I colleghi di Lo Coco lo descrivevano con parole precise. La sua compagna Carolina Manfredonia, con cui stava da 15 anni, rimane incredula davanti alla notizia. Chiede e ottiene che venga eseguita un’autopsia approfondita sul corpo.
«Scherzavamo, ci siamo anche scattati delle foto, il professore parlava di una casa da vendere. Sembrava sereno. Quando poi abbiamo sbloccato il suo telefonino, abbiamo trovato solo appuntamenti con pazienti e date di convegni. Non era malato, non beveva, non aveva problemi economici.»— Luigi Miracco, al tavolo con lui quel giorno — Corriere della Sera
Un giornalista palermitano, ex compagno di scuola di Lo Coco al Liceo Umberto I, scrive nei giorni successivi quello che molti pensano ma pochi dicono:
«Con il passare delle ore e dei giorni, sempre di più la mia sensazione — non solo da giornalista e da amico di altri tempi di Francesco, ma da cittadino attento e curioso — è che si tenda a nascondere qualcosa, che non venga detto tutto». E aggiunge una nota tecnica che brucia: «Non ho letto da nessuna parte di accertamenti sui tabulati telefonici, che in una situazione del genere sono di fondamentale importanza». Se sono stati analizzati, i risultati non sono mai diventati pubblici. Se non sono stati analizzati, vale la pena chiedersi perché.
Una coincidenza che pesa
Nei mesi precedenti alla sua morte, Lo Coco aveva vissuto due colpi duri. Il primo: nell’ottobre 2018 aveva concorso per una cattedra di Ematologia alla Sapienza. La cattedra era stata assegnata a un collega. Un grande dolore professionale, secondo chi lo conosceva da vicino.
Il secondo colpo è più difficile da liquidare come semplice coincidenza.
Il 9 gennaio 2019 — meno di due mesi prima della morte di Lo Coco — muore Fernando Aiuti. 83 anni, immunologo di fama mondiale, fondatore dell’ANLAIDS, pioniere nella lotta contro l’AIDS, autore di oltre 600 pubblicazioni scientifiche. Era ricoverato al Policlinico Gemelli di Roma per una cardiopatia. Il suo corpo viene trovato riverso sul pavimento dopo una caduta di oltre dieci metri nella tromba delle scale del reparto dove era degente. Le sue pantofole erano rimaste ordinate sul pianerottolo da dove era caduto. La Procura di Roma apre un fascicolo: l’ipotesi prevalente è quella del suicidio, avvalorata dall’assenza di qualsiasi traccia di un tentativo di aggrapparsi durante la caduta.
Aiuti era amico di Lo Coco. Ma non era solo un amico. Era anche lui un ricercatore che aveva combattuto pubblicamente contro l’establishment scientifico: per anni aveva polemizzato apertamente sul cosiddetto “vaccino italiano” contro l’AIDS, contestando apertamente colleghi e istituzioni, mettendosi di traverso a interessi accademici e industriali molto potenti. Un uomo scomodo, abituato a fare domande che il sistema preferiva ignorare.
Due scienziati scomodi. Entrambi romani. Entrambi amici. Entrambi morti in circostanze classificate come suicidio. A distanza di 53 giorni. In entrambi i casi: nessun biglietto, nessun messaggio, nessuna spiegazione.
Può essere coincidenza. Probabilmente lo è. Ma chi si occupa di domande scomode sa che le coincidenze, in certi contesti e con certe poste in gioco, meritano almeno di essere indagate a fondo.
Il silenzio
La Procura di Roma apre un fascicolo per istigazione al suicidio — atto dovuto in presenza di morte violenta. L’autopsia, disposta dalla stessa compagna di Lo Coco, conferma l’ipotesi suicidaria. La comunità scientifica esprime cordoglio. Il presidente della Commissione Sanità del Senato, Pierpaolo Sileri, dichiara: «Con la scomparsa di Francesco Lo Coco se ne va un amico, con cui ho condiviso molto della mia vita umana e professionale, e una mente geniale, un professionista come ce ne sono pochi. Ci ha aiutato a sconfiggere la leucemia fulminante senza chemioterapia». La stampa dedica qualche giorno al caso, poi passa oltre.
Quello che rimane è il peso di una carriera troncata nel pieno della sua influenza. Di un uomo che quel giorno stava parlando di Canarie, di una casa, del futuro. Con un’agenda piena fino all’anno successivo. Senza messaggi. Senza un biglietto. Senza un segnale che chi gli stava accanto avesse colto come definitivo.
I mercati da miliardi producono tensioni reali. Le rivoluzioni terapeutiche spostano potere reale. Un farmaco fuori brevetto che guarisce una leucemia letale è la peggior notizia possibile per un’industria costruita sui brevetti. E le domande scomode, se nessuno ha il coraggio di porle, spariscono. Silenziosamente. Come certi uomini.



Senza parole…