Per anni, i collegamenti tra Jeffrey Epstein, la scienza e la genetica sono stati liquidati come eccentricità di un miliardario ossessionato dal prestigio intellettuale. I documenti oggi pubblici raccontano però una storia diversa, più strutturata e decisamente più inquietante.
Tutto inizia in una stanza chiusa. È marzo 2011, a Long Beach, in California. Quella che viene presentata come una cena informale è in realtà un incontro riservato. L’invito arriva da John Brockman, fondatore di EDGE, una rete che collega scienza, tecnologia e potere culturale. Le regole sono semplici e rigide: pochi invitati, massima discrezione, nessuna pubblicità. Non sono ammessi ospiti esterni. L’accesso avviene da un ingresso sotterraneo, con identificazione tramite fotografie. Niente badge, niente registrazioni ufficiali. Un incontro pensato per svolgersi fuori dallo sguardo pubblico.
Una cena che chiede discrezione assoluta. Seduti allo stesso tavolo compaiono alcuni dei nomi più potenti del pianeta:
Jeff Bezos, Founder, CEO Amazon (Commercio globale, logistica, dati)
Sergey Brin, Cofounder, President, Technology, Google (Algoritmi, informazione, ricerca)
Anne Wojcicki, Cofounder, 23andMe (Test genetici, DNA, dati biologici)
John Brockman, Cofounder, EDGE; Founder, Brockman, Inc. (Connessione tra scienza e potere)
Max Brockman, Vice Presidente Brockman, Inc. (Gestione e curatela della rete EDGE)
David Brooks, Editorialista, New York Times (Narrazione culturale, legittimazione pubblica)
Jeffrey Epstein, Money Manager (Finanziamento scientifico, networking élitario)
Tony Fadell, Former Senior Vice Presidente, iPhone & iPod Division, Apple (Design tecnologico, dispositivi personali)
Danielle Lambert, Former Vice Presidente, Human Resources, Apple (Selezione del talento, capitale umano)
Peter Gabriel, Musicista (Influenza culturale, creatività globale)
Bill Gates, Cofounder, Chairman, Microsoft; Gates Foundation (Tecnologia, filantropia, governance sanitaria)
Danny Hillis, Cofounder, Thinking Machines Corporation; Applied Minds (Intelligenza artificiale, sistemi complessi)
Jennifer Jacquet, Post Doctoral Researcher, University of British Columbia (Ricerca accademica, etica scientifica)
Salar Kamangar, CEO, YouTube (Distribuzione video, attenzione di massa)
Katinka Matson, President, Brockman, Inc.; Cofounder, EDGE (Struttura organizzativa dell’élite intellettuale)
Marissa Mayer, Vice Presidente Consumer Products, Google (Esperienza utente, prodotti digitali)
Zack Bogue, Investor; Cofounder, Montara Capital Partners (Finanza, investimenti strategici)
Dave Morin, Cofounder, CEO, Path; Former Platform Manager, Facebook (Reti sociali, dati personali)
Elon Musk, Tesla Motors, SpaceX, SolarCity (Tecnologia avanzata, futuro umano, selezione tecnologica)
Talulah Riley, Attrice (Immaginario pubblico, rappresentazione culturale)
Nathan Myhrvold, Cofounder, Intellectual Ventures; Autore (Brevetti, ricerca applicata, proprietà intellettuale)
Tim O’Reilly, Founder, O’Reilly Media (Diffusione del sapere tecnico)
Lucy Page Southworth, Post Doctoral Researcher, Biomedical Informatics (Dati sanitari, informatica biomedica)
Lori Park, Software Engineer, Google (Codice, infrastruttura digitale)
Jean Pigozzi, Investor, Photographer, Environmental Researcher (Documentazione, osservazione, capitale culturale)
Ricardo Salinas Pliego, CEO, Grupo Salinas & Grupo Elektra (Capitale internazionale, media, industria)
Jeff Skoll, Philanthropist; Participant Media (Cinema, impatto sociale, narrazione globale)
Evan Williams, Founder, Blogger & Twitter (Comunicazione pubblica, piattaforme sociali)
Da quel momento, quella cena assume un altro significato. La lista degli invitati smette di sembrare un normale elenco di ospiti e diventa qualcosa di diverso: una concentrazione insolita di potere.
Attorno a quel tavolo c’erano persone che controllavano ogni fase della conoscenza contemporanea:
Chi raccoglie i dati (Google, Amazon, 23andMe). Chi li analizza (scienziati, ricercatori). Chi decide quali tecnologie sviluppare (Musk, Gates). Chi finanzia la ricerca (investitori, fondazioni). Chi decide quali idee meritano attenzione pubblica (giornalisti, agenti letterari). Chi le amplifica attraverso le piattaforme (YouTube, social media).
Le idee nascono lì dentro, circolano tra le stesse persone e vengono validate nello stesso spazio ristretto. È lì che si decide cosa è serio, cosa è intelligente, cosa merita attenzione. Solo dopo vengono raccontate all’esterno come se fossero il risultato naturale del progresso, come se fossero emerse spontaneamente dalla società. In realtà arrivano già filtrate, ripulite, legittimate.
Chi resta fuori da quel circuito viene completamente escluso: Le sue idee non ricevono fondi, non vengono pubblicate, non vengono amplificate. L’esclusione è sistematica. Ed è proprio per questo che pesa. In un sistema costruito così, un criminale condannato per crimini contro minori aveva accesso.
Quella cena suggerisce quindi qualcosa di più profondo e più inquietante: la possibilità che la produzione del sapere, della scienza e persino il concetto stesso di intelligenza non siano neutrali, ma orientati da ambienti chiusi. Non servono ordini formali o complotti dichiarati. Basta la prossimità tra le stesse persone, la fiducia reciproca tra loro, la selezione sociale che premia chi è simile e marginalizza chi non lo è.
In questo modo il potere non si limita a controllare le risorse o le istituzioni, ma finisce per influenzare ciò che una società considera valido, vero, desiderabile. E quando questo accade lontano dallo sguardo pubblico, il rischio non è solo l’abuso del potere, ma la normalizzazione di una visione del mondo costruita dall’alto e presentata come inevitabile.
In questo contesto Jeffrey Epstein smette di apparire come una figura marginale o un semplice intermediario. Diventa un nodo centrale che collega finanza, scienza, genetica e narrazione culturale. Questo ruolo, tuttavia, non può e non deve essere separato da ciò che Epstein era nei fatti. Parliamo di una persona a capo di una rete internazionale di traffico e sfruttamento sessuale di minori, condannato per abusi sistematici e responsabile di condotte criminali. Per decenni ha potuto continuare a operare indisturbato, nonostante le accuse, le indagini e le condanne, beneficiando di una combinazione di denaro, protezioni, complicità e silenzi che gli hanno garantito una sostanziale impunità. .
È proprio questo a rendere il quadro ancora più inquietante. La stessa persona che sfruttava ragazze minorenni aveva accesso diretto a scienziati, imprenditori e decisori culturali. La cena non appare più come un semplice incontro tra menti brillanti, ma come una camera di compensazione del potere, un luogo in cui visioni del mondo si allineano senza controllo pubblico, mentre comportamenti criminali vengono ignorati o tollerati. Un sistema che permette a un criminale di muoversi liberamente tra ambiti decisivi — ricerca, tecnologia, cultura — è un sistema che ha rinunciato a porre limiti morali al potere.
Non è una teoria del complotto, ma una fotografia. Ed è difficile da guardare proprio perché mostra come violenza, prestigio e influenza possano convivere nello stesso spazio, senza che nessuno interrompa davvero il circuito.
Il punto di rottura arriva quando quel sistema smette di limitarsi alla costruzione di consenso e inizia a intervenire sulla realtà materiale delle persone. Quando le idee sulla gerarchia, sull’intelligenza e sul valore umano non restano più discorsi tra pari, ma cercano applicazione pratica attraverso strumenti biologici. Da quel momento non si tratta più di una riunione elitaria, ma di qualcosa di concretamente pericoloso.
Negli anni successivi iniziano ad emergere riscontri documentali: email, ricevute, ticket di assistenza clienti. Jeffrey Epstein, direttamente o tramite assistenti, effettua ordini ripetuti di kit 23andMe in quantità sempre più elevate. I kit sono test genetici commerciali che permettono di analizzare il DNA a partire da un campione di saliva, restituendo informazioni su ascendenze genetiche, tratti ereditari e compatibilità biologiche. Non sono strumenti diagnostici, ma producono profili genetici sufficientemente dettagliati da essere usati per classificare le persone in base all’origine.

Nei documenti e nelle comunicazioni emerge la sua attenzione per l’identificazione di ascendenze ebraiche, considerate da lui un indicatore rilevante di appartenenza, valore e intelligenza. I test vengono trattati non come strumenti personali, ma come mezzi per raccogliere e confrontare dati biologici su più individui.
Gli ordini avvengono in blocchi anomali. Trenta alla volta. Poi cinquanta. Le spedizioni vengono monitorate. Dall’azienda arrivano richieste di chiarimento sul motivo di volumi così elevati. Le risposte sono formali, calibrate, sufficienti a far proseguire le operazioni.
A quel punto, però, la situazione peggiora. I kit iniziano a circolare tra paesi diversi, tra Stati Uniti e Dubai. Alcuni risultano già attivati. Altri vengono successivamente invalidati. Ciò che emerge non è più solo un uso improprio di un servizio commerciale, ma la gestione sistematica di dati genetici sensibili al di fuori degli Stati Uniti.
Nei messaggi compare una frase ripetuta più volte: finché un kit resta registrato a un account, chiunque può usarlo. Un dettaglio tecnico che diventa cruciale. Il test genetico smette di appartenere a un individuo preciso. Diventa uno strumento trasferibile.
Fino a questo punto, si potrebbe ancora sostenere che Epstein distribuisse questi test per curiosità personale o per fare regali eccentrici. Ma poi c’è l’email di dicembre 2017.
Nel 2017, Masha Drokova scrive a Epstein una proposta che toglie ogni ambiguità. Parla di criteri per individuare persone intelligenti. Collega direttamente intelligenza e percentuali genetiche. Propone di usare 23andMe come strumento di selezione. Suggerisce eventi riservati per chi supera determinate soglie. Descrive un gruppo di individui scelti, definiti da numeri, percentuali, DNA.
A quel punto i pezzi si incastrano.
La cena segreta mostra il contesto ideologico. I contatti mostrano l’accesso. I kit mostrano il mezzo operativo. Le email mostrano il pensiero esplicito. Qui prende forma un progetto che vede la genetica come filtro, la scienza come giustificazione, l’élite come destinataria.
Epstein agisce come nodo di connessione tra potere economico, scienza di frontiera e idee sulla gerarchia umana. Le cene creano il consenso. I test producono i dati. Le conversazioni private legittimano ciò che pubblicamente resta impronunciabile: l’idea che il valore delle persone possa essere misurato biologicamente, che l’intelligenza sia un attributo genetico quantificabile, e che alcuni gruppi — selezionati attraverso il DNA — siano naturalmente destinati a contare più di altri.
A questo punto i vari elementi si allineano. Dalle email emerge che i test genetici vengono usati per valutare l’ascendenza delle persone. In alcune comunicazioni viene indicata una soglia precisa: almeno il 98% di ereditarietà ebraica. Questo valore viene trattato come requisito di accesso. Serve a decidere chi può entrare in gruppi riservati e chi resta escluso.
I kit 23andMe forniscono lo strumento pratico per farlo. Raccolgono DNA. Producono percentuali. Trasformano l’identità in un numero. Quelle percentuali vengono poi usate per discutere ammissioni, inviti, partecipazioni. Il criterio genetico diventa una barriera.
I documenti descrivono quindi pratiche di selezione umana basate sull’ascendenza ebraica misurata geneticamente.
Questa è eugenetica. È l’idea che il valore e l’intelligenza delle persone possano essere misurati attraverso la loro composizione genetica. È l’idea che si possano creare gruppi di ‘eletti’ basati su percentuali di DNA.
Il termine ‘eugenetica’ viene spesso usato in modo impreciso. È importante essere chiari su cosa significhi e perché si applica a questo caso.
L’eugenetica è l’idea che si possa ‘migliorare’ la popolazione umana attraverso la selezione genetica. Storicamente ha preso due forme: eugenetica negativa (impedire la riproduzione di chi viene considerato ‘indesiderabile’) ed eugenetica positiva (incoraggiare la riproduzione di chi viene considerato ‘superiore’).
Nel XX secolo, l’eugenetica è stata usata per giustificare sterilizzazioni forzate, leggi razziali, e alla fine genocidi. Dopo la Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto, l’eugenetica è stata largamente screditata come pseudo-scienza razzista e moralmente ripugnante. Ma le idee eugenetiche non sono mai completamente scomparse. Sono riemerse periodicamente, spesso travestite da linguaggio scientifico moderno.
Quello che emerge dai documenti Epstein è eugenetica per diversi motivi specifici:
Collegamento diretto tra genetica e valore umano. L’email di Drokova afferma esplicitamente che una maggiore percentuale di ascendenza ebraica correla con maggiore intelligenza. Questo è il cuore dell’eugenetica: ridurre il valore umano a caratteristiche genetiche.
Uso di criteri genetici per selezione sociale. La proposta di ‘filtrare’ persone in base alla percentuale genetica per eventi esclusivi è letteralmente selezione eugenetica. Si creano barriere all’accesso basate sul DNA.
Raccolta sistematica di dati genetici. Gli ordini multipli di kit, l’interesse per rapporti di ascendenza specifici, il tenere kit ‘pronti nel ripostiglio’ – tutto questo suggerisce un progetto di raccolta dati su larga scala.
Creazione di un’élite genetica. L’idea di eventi per persone con ‘almeno 98%’ di ascendenza ebraica è la creazione deliberata di un gruppo chiuso definito geneticamente. Questo tipo di pensiero eugenetico non è necessariamente motivato da odio. Spesso è presentato come ‘ottimizzazione’ o ‘ricerca dell’eccellenza’. Ma rimane eugenetica perché classifica gli esseri umani in base a caratteristiche genetiche e tratta questa classificazione come se avesse valore morale o intellettuale.
Quello che emerge dai documenti Epstein non è folklore né paranoia, ma il funzionamento concreto di un’élite chiusa che sperimenta idee radicali lontano da qualsiasi controllo pubblico. Finanza, scienza, piattaforme tecnologiche e genetica si incontrano nella stessa stanza chiusa, producendo una visione del mondo autoreferenziale, dove il valore umano viene misurato, filtrato e selezionato. Epstein non è un’anomalia: è il sintomo di ambienti in cui la scienza smette di essere neutrale e diventa strumento di gerarchia. Il problema non è un singolo individuo, ma un sistema che normalizza l’idea che alcuni valgano più di altri — e che questo possa essere “dimostrato” scientificamente.
Dobbiamo chiederci: quale futuro stanno costruendo questi sistemi di potere? Quali altre idee pericolose stanno circolando in ambienti chiusi? Chi ha il potere di fermarle prima che diventino progetti concreti?
La risposta non può essere ‘fidati di noi, siamo i buoni’. La risposta deve essere trasparenza.
Il problema non è solo Epstein. Epstein è morto. Il problema è il sistema che l’ha abilitato. E quel sistema esiste ancora. È un sistema dove le decisioni su tecnologie che influenzano miliardi di persone vengono prese in stanze chiuse da poche decine di persone che si conoscono tutte tra loro.
EFTA00454120.pdf – DataSet 9
Cosa dimostra questa email, in concreto
- I kit vengono acquistati negli USA per essere usati fuori dagli USA.
- La restrizione geografica di 23andMe viene aggirata consapevolmente.
- Epstein funge da intermediario finanziario.
- I kit non sono per uso personale: sono multipli, seriali, tutti intestati allo stesso nome.
- L’operazione coinvolge contabilità, logistica aeroportuale e coordinamento internazionale.
EFTA00453790.pdf – DataSet 9
Cosa dimostra questa email, in concreto
Il report inviato da 23andMe riguarda esclusivamente l’ascendenza. L’email non fa alcun riferimento a dati sanitari o a valutazioni cliniche. Parla esplicitamente di “ancestry report” e di “Your DNA Family”, cioè della ricostruzione dell’origine genetica e dei legami familiari basati sul DNA. Questo indica che il test viene utilizzato per determinare da dove proviene una persona, in termini di ascendenza genetica, e non per scopi medici o di prevenzione della salute.
EFTA00453273.pdf – DataSet 9
Questa email mostra che il DNA delle persone veniva raccolto, gestito e confrontato da qualcun altro, non da chi faceva il test, e che serviva a stabilire l’origine genetica, non a curare o prevenire malattie.


