Ogni anno la Giornata della Memoria chiede al mondo di fermarsi, ricordare, riflettere. Ricordare un genocidio non è mai un atto neutro: è una presa di posizione morale, un richiamo al principio del “mai più”. Ma cosa accade quando, nel presente, il popolo la cui tragedia viene commemorata è accusato di infliggere una violenza sistematica a un altro popolo? La memoria, in quel momento, entra in crisi.
Non perché il genocidio del passato smetta di essere reale o degno di ricordo — la sofferenza delle vittime non è negoziabile — ma perché il senso stesso della commemorazione viene messo alla prova.
La memoria storica non nasce per consacrare un’identità, bensì per trasmettere una lezione universale: la disumanizzazione dell’altro è sempre possibile, ovunque, e può coinvolgere chiunque. Quando il ricordo viene trasformato in uno scudo morale — “noi non possiamo essere carnefici perché siamo stati vittime” — la memoria smette di essere etica e diventa difensiva. Non illumina il presente: lo giustifica.

Essere stati vittime di un genocidio non conferisce una superiorità morale permanente. Il dolore spiega le paure, i traumi, le reazioni, ma non concede una licenza etica illimitata. La storia dimostra che nessun popolo è immune dal rischio di trasformare la propria sofferenza in violenza, soprattutto quando il trauma diventa parte centrale dell’identità collettiva.
C’è poi un secondo problema, altrettanto grave: la ritualizzazione della memoria. Se commemorare significa ripetere formule senza permettere che esse incidano sul giudizio del presente, la memoria si svuota. Diventa un rito obbligato, non un atto di responsabilità. È per questo che sempre più persone, soprattutto giovani, percepiscono queste giornate come ipocrite o selettive: non perché neghino il genocidio storico, ma perché vedono una frattura tra ciò che si dice di ricordare e ciò che si accetta oggi.
Commemorare onestamente oggi significa accettare una verità scomoda: che il “mai più” perde valore se non vale per tutti. La memoria non serve a stabilire chi ha sempre ragione, ma a riconoscere i segnali della disumanizzazione — anche quando provengono dal proprio campo.
Forse l’unica commemorazione moralmente credibile, in questo contesto, è quella che ha il coraggio di dire: ricordiamo questo genocidio non per assolverci, ma per interrogarci. Non per rivendicare un credito storico, ma per impedire che la sofferenza del passato venga usata per giustificare quella del presente.
Quando la memoria smette di essere autocritica, smette anche di essere memoria. Diventa solo potere. E allora sì, il “mai più” si trasforma in una promessa tradita.


