Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha cercato di convincere le grandi compagnie petrolifere americane a investire almeno 100 miliardi di dollari nel petrolio venezuelano, promettendo vantaggi economici e il controllo diretto delle operazioni nel paese sudamericano. Ma l’entusiasmo della Casa Bianca si è scontrato con la realtà del settore: il Venezuela, nonostante le enormi riserve, resta un territorio estremamente rischioso.
Trump ha cercato di vendere l’operazione come un’opportunità per abbassare i prezzi dell’energia:
“Una delle cose che gli Stati Uniti ottengono da questo sarà prezzi dell’energia ancora più bassi”, ha detto durante l’incontro alla Casa Bianca.
Tuttavia, i vertici delle compagnie hanno espresso cautela estrema. Darren Woods, CEO di Exxon, ha spiegato:
“Abbiamo avuto i nostri asset sequestrati lì due volte e quindi potete immaginare che rientrare per la terza volta richiederebbe cambiamenti piuttosto significativi rispetto a ciò che abbiamo visto storicamente e a ciò che è lo stato attuale.”
Poi ha sintetizzato la situazione senza giri di parole:
“Oggi è non investibile.”
Trump ha chiarito alle compagnie come intendere la gestione del petrolio:
“State trattando direttamente con noi. Non state trattando con il Venezuela per niente. Non vogliamo che trattiate con il Venezuela.”
La strategia è evidente: prendere controllo diretto delle risorse venezuelane senza passare per il governo di Maduro, creando una sorta di enclave economica statunitense.
Nonostante la retorica ottimistica, la produzione petrolifera venezuelana è crollata negli ultimi decenni a causa delle sanzioni statunitensi. Con circa un milione di barili al giorno, il paese contribuisce a meno dell’1% della produzione globale.
Gli esperti sottolineano che aumentare la produzione richiederebbe enormi investimenti e stabilità politica.
David Goldwyn, presidente della società di consulenza energetica Goldwyn Global Strategies ed ex inviato speciale del Dipartimento di Stato americano per gli affari energetici internazionali, ha osservato:
“Stanno dimostrando la massima cortesia e il massimo supporto possibile, senza impegnare denaro reale”.
Goldwyn ha aggiunto che Exxon e Shell “non investiranno miliardi di dollari, e tanto meno decine di miliardi di dollari”, senza sicurezza fisica, certezza legale e un quadro fiscale competitivo.
Anche gli investimenti più modesti delle compagnie più piccole difficilmente supererebbero i 50 milioni di dollari, ben lontano dai “fantascientifici” 100 miliardi suggeriti da Trump.
Rystad Energy stima che sarebbero necessari 8-9 miliardi all’anno solo per triplicare la produzione entro il 2040. Claudio Galimberti, capo economista della società, è scettico:
“Sarà difficile vedere grandi impegni prima di avere una situazione politica completamente stabilizzata e questo è un’incognita per chiunque.”
Bill Armstrong, a capo di una compagnia indipendente, resta ottimista: “Siamo pronti ad andare in Venezuela. In termini immobiliari, è proprietà di prima scelta.” Ma anche il suo entusiasmo non cambia i fatti: il Venezuela resta politicamente instabile, economicamente caotico e logisticamente complesso.
In sintesi, Trump promette profitti facili e petrolio a basso costo, ma le compagnie americane conoscono troppo bene i rischi. Il Venezuela rimane “non investibile”, e l’idea di far emergere un gigante energetico dal caos politico e economico sembra più un’illusione che un piano concreto.


