Il caso riguarda una dipendente del Teatro alla Scala, una giovane maschera, che è stata licenziata dopo aver urlato “Palestina libera” il 4 maggio 2025.
L’episodio è avvenuto prima di un concerto in occasione della riunione della Asian Development Bank a Milano, alla presenza della Premier Giorgia Meloni. Il Teatro alla Scala ha giustificato il licenziamento della dipendente con il fatto che, durante l’evento, la lavoratrice sarebbe salita nella prima galleria del loggione (un’area visibile del teatro) gridando “Palestina libera”.
Tuttavia, il Tribunale del Lavoro ha stabilito che il licenziamento fosse illegittimo. Il tribunale ha ordinato al Teatro alla Scala di pagare le mensilità arretrate fino alla fine del contratto (30 settembre 2025) e le spese legali. La decisione è stata accolta positivamente dall’avvocato della lavoratrice, che ha sottolineato che questo era “un caso di principio” e che non è giusto licenziare una persona per l’espressione di un’opinione politica, anche se manifestata in modo plateale.
Il licenziamento aveva suscitato un ampio dibattito pubblico e politico. Diverse organizzazioni, tra cui la Cub (Confederazione Unitaria di Base) e associazioni pro-Palestina, avevano organizzato manifestazioni, scioperi e raccolte firme per protestare contro la decisione. Politici come Carlo Monguzzi (Verdi) e Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) avevano espresso solidarietà alla lavoratrice e chiesto che il suo licenziamento fosse annullato. In particolare, Fratoianni aveva presentato un’interrogazione al ministro della Cultura.
Un elemento che ha alimentato ulteriormente la polemica è la percezione di un trattamento differente nei confronti di altri artisti. L’avvocato della dipendente ha infatti notato che artisti di fama come Roberto Bolle, che hanno espresso opinioni simili sul conflitto israelo-palestinese, non hanno subito le stesse conseguenze, ma sono stati piuttosto acclamati dal pubblico.
La sentenza del tribunale ha rafforzato l’idea che esprimere opinioni politiche, come nel caso del “Palestina libera”, non possa essere motivo di licenziamento, a meno che non violi la legge. La decisione si inserisce in un contesto più ampio riguardo alla libertà di espressione e alla possibilità dei lavoratori di manifestare le proprie opinioni senza temere ripercussioni sul posto di lavoro. Questo caso può avere ripercussioni non solo sul settore culturale, ma anche su altre realtà lavorative, portando a una riflessione più ampia su come le istituzioni trattano le opinioni politiche dei dipendenti.
Il tribunale ha annunciato che le motivazioni della sentenza saranno depositate la prossima settimana. Roberto D’Ambrosio, rappresentante della Cub (Confederazione Unitaria di Base), ha sollecitato il Teatro alla Scala a rinnovare il contratto della lavoratrice per evitare ulteriori cause legali e tensioni.



Roberto Bolle che trova giusto allontanare i ballerini russi?
Giorgia Meloni che si astiene dal giudicare chi commette
genocidi?
ci si domanda da che parte stanno queste persone ora di qua ora di là…
stavolta i sionisti italiani hanno perso
una buona notizia ogni tanto w la libertà di espressione