Come il presidente più amato dagli italiani costruì la propria leggenda sulla fermezza contro le destre autoritarie, tacendo o esaltando i crimini dei totalitarismi di sinistra
Sandro Pertini resta, nella memoria collettiva italiana, l’icona della coerenza morale: il partigiano che sfidò il fascismo pagandolo con il carcere e il confino, il presidente della Camera che chiuse la porta in faccia ai dittatori di Atene, Madrid, Lisbona e Pretoria, il Capo dello Stato che si commosse in tribuna a Madrid nel 1982 senza voler nemmeno toccare la coppa del mondo, lasciandola agli azzurri. È un’immagine costruita ad arte, ma a è anche un’immagine incompleta, che regge solo finché non la si confronta con i fatti che Pertini stesso ha lasciato scritti negli atti parlamentari.
Da presidente della Camera, tra il 1968 e il 1976, Pertini si rifiutò di ricevere i capi di Stato di Spagna franchista, Portogallo salazarista. Il principio enunciato era chiaro: non si stringe la mano a chi opprime il proprio popolo. Un principio nobile, applicato con rigore, ma, a guardare bene, solo in una direzione.
Il 6 marzo 1953, il giorno dopo la morte di Stalin, il Senato della Repubblica dedicò all’evento un punto specifico dell’ordine del giorno, intitolato semplicemente “Per la morte di Giuseppe Stalin”. A prendere la parola, tra gli altri, fu Sandro Pertini, allora capogruppo socialista. Non si trattò di un cenno di circostanza diplomatica: fu un vero e proprio elogio solenne.

Pertini parlò di “immensa statura” del dittatore sovietico, lo definì “un gigante della storia” la cui “memoria non conoscerà tramonto”, e costruì il suo intervento attorno a quattro presunte “tappe” della vita di Stalin equiparate a snodi epocali della storia universale, mettendo sullo stesso piano la Rivoluzione d’ottobre e la presa della Bastiglia. Descrisse l’industrializzazione sovietica come un’opera che aveva “liberato” il lavoratore “da ogni catena”, portandolo a “un alto livello di vita e di dignità umana”. Su Avanti!, l’organo del suo partito, arrivò a scrivere:
«Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L’ultima sua parola è stata di pace. […] Si resta stupiti per la grandezza di questa figura che la morte pone nella sua giusta luce. Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l’immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto.»

Nel 1953 non si trattava di un mistero da svelare in seguito: le grandi purghe, i gulag, le deportazioni di massa e le carestie pianificate erano già oggetto di denunce e testimonianze internazionali da anni. Eppure quel giudizio non venne mai pubblicamente ritrattato, nemmeno decenni dopo, quando l’entità dei crimini staliniani era ormai acquisita anche a sinistra.

Ventisette anni dopo si ripete la stessa storia, alla morte di Tito, Pertini, ormai presidente della Repubblica, non si limitò a un messaggio ufficiale. Parlò di un’“amicizia fraterna” che lo legava al maresciallo jugoslavo, disse di perdere “un compagno di lotta e di fede”, volò a Belgrado per il funerale e vi partecipò visibilmente commosso, davanti alle bandiere di un regime a partito unico responsabile, tra le altre cose, delle foibe: le uccisioni ed epurazioni di migliaia di italiani nella Venezia Giulia e in Istria-Dalmazia nel 1943-45, di cui Tito fu il principale responsabile politico, oltre che di un sistema di repressione interna di cui il campo di internamento di Goli Otok resta il simbolo più noto.
Per gli esuli istriani, giuliani e dalmati, che aspettavano ancora un pieno riconoscimento pubblico della loro tragedia, la Giornata del Ricordo sarebbe arrivata solo nel 2004, ventiquattro anni dopo, vedere il Presidente della Repubblica italiana inchinarsi commosso davanti alla salma dell’uomo che aveva reso possibile quella tragedia fu, comprensibilmente, una vergogna.
E non si trattò solo di una questione di memoria interna. Tito non fu soltanto responsabile delle epurazioni: nel maggio 1945 tentò concretamente di annettersi un pezzo d’Italia. Mentre l’esercito tedesco crollava, le sue truppe corsero a occupare Trieste, Gorizia, Pola e l’Istria prima degli Alleati, disarmando gli stessi partigiani italiani del CLN che avevano già preso il controllo della città, e imponendo per quaranta giorni un’amministrazione militare che cambiò i simboli di sovranità in vista di un’annessione alla Jugoslavia.
Fu proprio in quelle settimane di occupazione jugoslava che si consumò la fase più violenta delle foibe triestine. Solo la ferma reazione diplomatica e militare di Churchill e del maresciallo Alexander, e la pressione della stessa Mosca su Tito, poco incline a una rottura con l’Occidente per una questione locale, costrinsero Belgrado a ritirarsi da Trieste con l’Accordo del 9 giugno 1945, lasciando la città sotto controllo alleato fino al definitivo ritorno all’Italia nel 1954.

Il presidente che nel 1980 si commuoveva sulla bara di Tito rendeva così omaggio a un uomo che, trentacinque anni prima, aveva provato a strappare all’Italia un suo pezzo di territorio, e che da quel tentativo era stato fermato non da un ripensamento morale, ma dai carri armati degli alleati.
Il problema non è che Pertini abbia avuto rapporti diplomatici con la Jugoslavia di Tito, né che un capo di Stato debba partecipare a lutti internazionali per ragioni protocollari: è la sproporzione emotiva e retorica. Verso Franco, Salazar, i colonnelli greci, Pertini scelse la rottura netta, il rifiuto plateale, il gesto simbolico destinato a restare nella storia. Verso Stalin e verso Tito scelse invece il linguaggio dell’ammirazione, della fratellanza, persino della commozione personale, riservato non a dittatori qualunque, ma agli artefici di sistemi che, per numero di vittime, superano di gran lunga quelli da cui Pertini si era pubblicamente smarcato.
Non è un dettaglio biografico isolato. È lo specchio di un’ambiguità che ha attraversato larga parte della sinistra italiana ed europea del Novecento: la capacità di riconoscere con lucidità il volto della tirannia quando indossava la camicia nera o il colore dei regimi coloniali e militari filo-occidentali, e la difficoltà, o la scelta consapevole, di non fare altrettanto quando quel volto si presentava sotto bandiera rossa. Un partigiano che aveva rischiato la vita contro un regime totalitario avrebbe potuto, forse, essere il primo a riconoscere i tratti comuni di ogni totalitarismo, indipendentemente dalla bandiera. Non lo fece, e quella scelta resta scritta, senza ambiguità, negli atti del Senato della Repubblica italiana.


