Il 3 aprile 2026, nel pieno del conflitto con Teheran, il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha chiesto e ottenuto le dimissioni immediate di Randy George, 41° capo di Stato Maggiore dell’Esercito. Contestualmente, sono stati rimossi anche altri due ufficiali di alto rango, il generale Hodne a capo del Army Futures Command e il Generale William Green Jr. a capo del Chaplains of the U.S. Army, in una decisione che ha colto di sorpresa gran parte dell’apparato militare.
Il Pentagono ha confermato i licenziamenti senza fornire alcuna motivazione pubblica. Il portavoce Sean Parnell si è limitato a comunicare che George “si ritira con effetto immediato”, esprimendo “gratitudine per i decenni di servizio”.
George era stato nominato nel settembre 2023 e il suo mandato avrebbe dovuto estendersi fino al 2027, rendendo la sua rimozione ancora più significativa. Al suo posto è stato indicato come successore ad interim il generale Christopher LaNeve, già stretto collaboratore militare di Hegseth. LaNeve era stato promosso a vice capo di Stato Maggiore appena sei mesi prima, in quella che diverse fonti hanno descritto come un’ascesa estremamente rapida, se non addirittura “fulminante”.
L’allontanamento dei tre generali non appare come un episodio isolato, ma piuttosto come parte di un processo più ampio di epurazione dei vertici militari. Dall’inizio del 2025, l’amministrazione di Donald Trump ha proceduto alla rimozione di oltre una dozzina tra generali e ammiragli, ridisegnando in modo significativo la leadership delle forze armate statunitensi.
Tra le figure più rilevanti rimosse figurano il generale C.Q. Brown, già presidente dei Joint Chiefs of Staff, l’ammiraglio Lisa Franchetti per la Marina, l’ammiraglio Linda Fagan per la Guardia Costiera, il tenente generale Jeffrey Kruse per l’intelligence della Difesa e il vice ammiraglio Shoshana Chatfield, rappresentante presso la NATO. Dall’insediamento di Hegseth, sono rimasti in posizione soltanto il generale Eric Smith e il generale B. Chance Saltzman, a conferma di un ricambio ai vertici particolarmente esteso.
Secondo quanto riportato dal New York Times, alla base della rimozione di George non vi sarebbero divergenze operative o strategiche in senso stretto, bensì tensioni di carattere politico e personale. Fonti del Pentagono citate da CBS News indicano che Hegseth fosse alla ricerca di un comandante pienamente allineato con la visione politica e militare sua e di Trump. Un alto funzionario del Dipartimento della Difesa ha riassunto la posizione ufficiale con una formula sintetica: “Eravamo grati per il suo servizio, ma era arrivato il momento di un cambiamento”.
Secondo fonti riportate da CNN, George avrebbe ricevuto la comunicazione della sua rimozione mentre si trovava in riunione. I vertici dell’Esercito sarebbero stati colti completamente di sorpresa, apprendendo la notizia insieme al resto del Dipartimento della Difesa al momento dell’annuncio pubblico. “Non sembra una decisione particolarmente ponderata”, ha commentato un funzionario americano, sottolineando come il cambio ai vertici sia avvenuto mentre l’Esercito era impegnato nel dispiegamento di forze e nel supporto alla difesa aerea integrata nel conflitto.
Gli Stati Uniti e Israele sono impegnati in una guerra contro l’Iran dal 28 febbraio 2026. In questo scenario, sempre più analisti e alcune fonti giornalistiche hanno iniziato a collegare le rimozioni ai possibili sviluppi del conflitto, in particolare all’ipotesi — altamente controversa — di un intervento terrestre.
Il giornalista investigativo Seymour Hersh ha riferito che migliaia di soldati americani, inclusi reparti d’élite come Navy SEALs e Army Rangers, sarebbero stati trasferiti verso la regione. Nei primi giorni di guerra, lo stesso Trump aveva evocato la possibilità di impiegare truppe di terra, salvo poi ridimensionare le proprie dichiarazioni, definendo un’invasione “una perdita di tempo”.
Un’operazione terrestre in Iran è considerata dalla quasi totalità degli analisti militari come lo scenario più pericoloso. Il Paese presenta una geografia estremamente accidentata e montuosa, difficilmente penetrabile, dispone di forze armate numerose — superiori al milione di unità — e adotta una dottrina militare fortemente orientata alla guerriglia, pensata per trasformare ogni porzione di territorio in un potenziale campo di battaglia.
In questo contesto, il caso del generale Kruse appare particolarmente significativo: la sua rimozione è avvenuta dopo che l’agenzia da lui diretta aveva prodotto una valutazione secondo cui gli attacchi statunitensi alle strutture nucleari iraniane sarebbero stati meno estesi di quanto dichiarato pubblicamente da Trump. Un episodio che, secondo diversi osservatori, suggerisce una soglia di tolleranza sempre più ridotta nei confronti di analisi considerate scomode.
Al di là delle singole vicende, ciò che emerge è un quadro sistemico caratterizzato da una progressiva sostituzione della leadership militare con figure percepite come più allineate sul piano politico. La figura di LaNeve è emblematica: fino a due anni fa era un generale a due stelle, mentre oggi si trova a guidare ad interim uno dei principali rami delle forze armate statunitensi, nel mezzo di un conflitto attivo.
Il senatore democratico Jack Reed, membro della commissione Difesa del Senato, ha definito gli ufficiali rimossi “professionisti irreprensibili e leali alla Costituzione”, esprimendo preoccupazione per il rischio di una crescente politicizzazione delle forze armate. Secondo questa lettura, un esercito in cui i vertici vengono selezionati principalmente sulla base della fedeltà politica — piuttosto che dell’esperienza e della competenza operativa — rischia non solo di perdere autonomia, ma anche di vedere compromessa la qualità del processo decisionale strategico.
In questo senso, il caso George non rappresenterebbe un’eccezione, ma piuttosto un tassello di una trasformazione più ampia, i cui effetti potrebbero manifestarsi pienamente proprio nelle fasi più critiche del conflitto in corso.


