Sarah Stalker è una rappresentante democratica dello Stato del Kentucky (USA). Nel dicembre 2025 è intervenuta durante un’audizione legislativa dedicata ai programmi di Diversity, Equity e Inclusion (DEI) nelle scuole pubbliche. Il suo intervento, registrato e riportato da diversi media statunitensi, ha rapidamente acceso un forte dibattito politico e culturale.
Durante l’audizione, Stalker ha dichiarato apertamente di “non sentirsi bene ad essere bianca”, spiegando che questo sentimento nasce dalla consapevolezza del privilegio che, a suo dire, il colore della pelle le consente nel muoversi nel mondo rispetto ad altre persone. Ha aggiunto che, se fosse un uomo bianco, godrebbe di un livello di privilegio ancora maggiore.
Il passaggio più controverso del suo intervento riguarda però i bambini. Stalker ha sostenuto che quando i bambini riflettono su come il colore della loro pelle influisca sulle loro possibilità nella società, gli adulti non dovrebbero intervenire per rassicurarli o per evitare che provino disagio. Secondo lei, cercare di dire ai bambini “non dovresti sentirti male” o proteggerli da sentimenti interiori scomodi rappresenta una “opportunità persa” per creare dialogo.
Qui il discorso smette di essere una riflessione personale e diventa una proposta educativa profondamente problematica. Sarah Stalker non si limita a raccontare come si sente: suggerisce che il disagio emotivo dei bambini sia qualcosa da favorire.
Questa impostazione rovescia un principio fondamentale dell’educazione: la tutela emotiva dell’infanzia. Sostenere che non si dovrebbe intervenire per rassicurare un bambino che prova disagio in relazione al colore della propria pelle significa accettare che un minore venga lasciato ad affrontare da solo concetti enormi, privilegio, colpa storica, identità, senza avere la maturità emotiva e cognitiva per comprenderli davvero.
C’è poi un aspetto ancora più grave: quel disagio, nei bambini, non esiste affatto. Non è qualcosa che nasce spontaneamente nei bambini. Non è un’esperienza naturale dell’infanzia. È un problema costruito dagli adulti, introdotto dall’alto, suggerito, interpretato e amplificato da un linguaggio ideologico che attribuisce al colore della pelle un peso che i bambini, da soli, non percepiscono.
I bambini non vivono la propria identità come una colpa né come un privilegio morale. Vivono il mondo in modo concreto, immediato. Il disagio compare solo quando qualcuno lo introduce, quando si insinua l’idea che il modo in cui sei nato abbia un significato etico che devi imparare a elaborare. In questo senso, non si sta rispondendo a un bisogno educativo reale, ma creandone uno artificiale, per poi presentarlo come necessario.


