Nelle ultime ore il Corpo delle Guardie della Rivoluzione iraniane (IRGC) ha pubblicamente dichiarato di aver colpito con missili balistici la portaerei americana USS Abraham Lincoln nel Golfo Persico, affermando che la nave e il suo equipaggio erano stati presi di mira in risposta agli attacchi contro l’Iran.
Tuttavia, le autorità militari statunitensi hanno smentito questa rivendicazione: secondo il U.S. Central Command, i missili non hanno colpito la portaerei, che «continua le operazioni in mare e a supporto delle missioni in corso» senza danni o perdite tra l’equipaggio.
La Abraham Lincoln — una delle principali portaerei della Marina statunitense — si trova nella regione per supportare operazioni aeree e navali congiunte contro le forze iraniane e mantenere la presenza militare statunitense nel Golfo.
Il Pentagono e lo U.S. Central Command hanno confermato che tre militari statunitensi sono stati uccisi e almeno cinque sono rimasti gravemente feriti. Si tratta delle prime vittime americane ufficiali dall’inizio delle offensive che coinvolgono forze statunitensi e israeliane nel conflitto con Teheran.
Le autorità militari non hanno ancora fornito dettagli su dove siano avvenuti gli scontri in cui sono morti i tre soldati, né sono state diffuse le loro identità: tali informazioni saranno rese pubbliche dopo la notifica alle famiglie.
Il conflitto ha assunto un’escalation rapida in questi giorni: gli attacchi statunitensi e israeliani — compresi bombardamenti su Teheran e altri obiettivi iraniani — hanno provocato pesanti repressioni interne e una serie di contromosse di Teheran.
Le contromisure iraniane includono attacchi missilistici e con droni contro basi statunitensi e alleate in vari paesi del Medio Oriente, mentre Israele continua raid su obiettivi militari e infrastrutture iraniane.
La situazione resta altamente volatile, con sviluppi quotidiani sia sul fronte militare sia sul piano diplomatico. Autorità internazionali stanno monitorando l’evolversi della crisi per possibili negoziati di de‑escalation, ma al momento non ci sono segnali chiari di un’immediata riduzione delle ostilità.


