I Bordelli dello Yukon
La fortuna della famiglia Trump non nasce nei grattacieli di Manhattan. Nasce nei bordelli dello Yukon canadese, tra cercatori d’oro, whisky e prostitute.
Friedrich Trump – il nome originale era Drumpf – nacque nel 1869 a Kallstadt, piccolo villaggio viticolo della Baviera. A 16 anni, nell’ottobre 1885, salì clandestinamente su un piroscafo a Brema e sbarcò a New York con un obiettivo preciso: evitare i due anni di servizio militare obbligatorio nel Regno di Baviera. Un disertore, scelta che anni più tardi gli sarebbe costata l’espulsione dal suo paese natale.

Lavorò sei anni come barbiere nel Lower East Side di Manhattan. Nel 1891, a 22 anni, si trasferì a Seattle dove acquistò il Poodle Dog, ribattezzandolo Dairy Restaurant. La location non fu casuale: 208 Washington Street, nel cuore del quartiere a luci rosse di Seattle, una strada soprannominata “the Line” che ospitava saloon, case da gioco e bordelli.
In seguito, stabilì una collaborazione con la mafia locale, entrando nel settore della prostituzione e del gioco d’azzardo, che all’epoca era ampiamente gestito e finanziato da italoamericani e dalla mafia ebraica. La fortuna familiare ha cominciato a crescere in quel periodo, permettendo l’accumulo di fondi in conti bancari e l’investimento in altre attività finanziarie. Frederic ha prontamente sfruttato ogni opportunità, e sebbene i risultati non siano stati immediati, alla fine gli hanno portato frutti positivi.
La biografa Gwenda Blair, che ha dedicato decenni allo studio della famiglia Trump, descrisse quella zona come “un focolaio di sesso, alcol e denaro, il centro indiscutibile dell’azione a Seattle”. Il Dairy Restaurant non solo serviva cibo e liquori: gli annunci pubblicitari offrivano esplicitamente “Rooms for Ladies” – eufemismo universalmente riconosciuto per indicare servizi di prostituzione.
Trasferimento dei bordelli Dal Dairy Restaurant a Monte Cristo

Il 14 febbraio 1894, Frederick Trump vendette il suo “Dairy Restaurant” a Seattle, situato in un quartiere a luci rosse, aveva in mente un progetto più ambizioso, spostare la sua attività in un luogo dove la domanda di divertimento a pagamento sarebbe stata maggiore e meno regolamentata.
Nel marzo dello stesso anno, Trump si trasferì prima a Marysville e poi a Monte Cristo, un insediamento minerario in rapida espansione nella contea di Snohomish, Washington. Trump non seguiva i giacimenti d’oro in cerca di minerali: seguiva i cercatori di oro, uomini in cerca di fortuna con tanti soldi da spendere. Il suo obiettivo era chiaro: sfruttare la clientela più ricca, offrendo loro alloggio, cibo, alcol, gioco d’azzardo e prostituzione.
Monte Cristo stava vivendo un vero e proprio boom minerario. La scoperta di ricchi giacimenti di oro e argento aveva attratto cercatori, speculatori e investitori. La Monte Cristo Mining Company, sostenuta da magnati come John D. Rockefeller e Charles Colby, aveva iniettato capitali e promesso una linea ferroviaria, facendo lievitare i prezzi dei terreni e alimentando l’illusione di una città prospera in pochi anni.
Trump acquistò 40 acri (circa 16 ettari) in una posizione strategica per intercettare i minatori. La sua idea iniziale era spostare il bordello e la pensione da Seattle a Monte Cristo, replicando il modello redditizio già collaudato. Ma il progetto incontrò subito ostacoli: il prestito di 1500 dollari alla Monte Cristo Mining Company fu rifiutato e la logistica del trasferimento si rivelò più complicata del previsto. Il fallimento sembrava inevitabile, e Trump si trovò a dover rivedere i suoi piani.
Nonostante l’inizio fallimentare, Trump non si arrese. Presentò una “mining claim” sul terreno, non per estrarre oro, ma per ottenere la legittimità necessaria a gestire il bordello e il ristorante. Il problema era che parte del terreno era già registrata a nome di William Rice, un cercatore d’oro afroamericano. La richiesta di Trump era palesemente irregolare, ma lui usò ogni leva possibile, mobilitando la comunità locale, scrivendo petizioni e facendo pressioni dirette sui funzionari federali.
Fu una combinazione di corruzione, manipolazione e capacità di sfruttare la legge a suo favore. Alla fine, nell’agosto 1896, l’U.S. Land Office di Seattle assegnò i diritti minerari a Trump, aprendo la strada alla realizzazione del suo progetto.
Con i permessi in mano, Trump costruì il “New Arctic Restaurant and Hotel”, un locale che combinava alloggio, ristorazione, gioco d’azzardo e prostituzione. Il New Arctic divenne rapidamente il centro della vita sociale dei minatori, attratti dalle attività di svago e dalla possibilità di spendere il loro denaro in un ambiente relativamente poco regolamentato.
Una volta ottenuti i permessi e completate le strutture, Trump riuscì a replicare il modello redditizio che già lo aveva reso prospero nella città più grande, trasformando Monte Cristo in un piccolo impero del divertimento a pagamento.
L’esperienza di Monte Cristo consolidò la reputazione di Frederick Trump come imprenditore spregiudicato e cinico, capace di sfruttare la febbre mineraria, la corruzione e i desideri dei cercatori per accumulare ricchezza. Il suo successo non derivava dall’estrazione mineraria, ma dal controllo del mercato dei piaceri e del tempo libero dei minatori, dimostrando una capacità di calcolo e opportunismo che sarebbe diventata la cifra della sua carriera imprenditoriale.
Ma nel 1901, quando il governo locale annunciò la soppressione di prostituzione, gioco d’azzardo e alcol, Trump vendette immediatamente la sua quota a Levin e scappo via dal Canada con un “sostanzioso gruzzolo” – l’equivalente di oltre mezzo milione di dollari attuali.
Nei mesi successivi, il socio di Trump, Levin finì in prigione e l’Arctic fu sequestrato dai Mounties. Nel 1905, l’edificio bruciò nell’incendio di Whitehorse.
L’Espulsione dalla Germania
Trump tornò a Kallstadt nel 1901 come uomo ricco. Sposò rapidamente Elisabeth Christ, di undici anni più giovane, figlia di un ex vicino. Ma quando la coppia tornò in Germania nel 1904 con la figlia Elizabeth, le autorità bavaresi scoprirono la diserzione. Friedrich Trump venne classificato come renitente alla leva. Il 24 dicembre 1904 il Ministero degli Interni annunciò un’indagine per bandirlo dalla Germania.
Trump implorò il Principe Reggente Luitpold di Baviera con lettere supplichevoli, definendolo “sublime governante” e appellandosi alla sua “nobiltà, saggezza e giustizia”. Inutile. Nel febbraio 1905, un decreto reale ordinò a Trump di lasciare il paese entro otto settimane. Gli fu revocata la cittadinanza tedesca e fu espulso definitivamente.
Il 30 giugno 1905, Friedrich ed Elisabeth Trump salparono per New York. Erano in viaggio quando Elisabeth scoprì di essere incinta. L’11 ottobre 1905, nel Bronx, nacque Fred Trump – il padre di Donald.
Friedrich Trump morì il 30 maggio 1918, a 49 anni, stroncato dall’influenza spagnola. Secondo la biografa Blair, “il 29 maggio 1918, mentre camminava con suo figlio Fred, Trump si sentì improvvisamente molto male e fu portato urgentemente a letto. Il giorno dopo era morto”.
Lasciò un modesto patrimonio: una casa di due piani nel Queens, cinque lotti vuoti, 4.000 dollari in risparmi, 3.600 dollari in azioni e 14 mutui, per un patrimonio netto di circa 31.000 dollari (655.000 dollari attuali).
La moglie Elisabeth e il figlio tredicenne Fred continuarono l’attività immobiliare sotto il nome “Elizabeth Trump & Son”.
Fred Trump – La Mafia di New York
Fred Trump crebbe nel Queens durante gli anni Venti, quando New York era terreno di caccia per le Cinque Famiglie mafiose italoamericane. Per costruire nella metropoli era praticamente impossibile evitare rapporti con il crimine organizzato: cemento, trasporti, sindacati edili – tutto era sotto controllo mafioso.

Nel 1927, a soli 22 anni, Fred fondò Elizabeth Trump & Son con sua madre. L’azienda si concentrò su progetti immobiliari nel Queens e nel corso dei decenni costruì circa 27.000 unità abitative. Ma il modo in cui Fred Trump costruì quell’impero è documentato in decenni di inchieste giornalistiche e governative.
I Collegamenti Mafiosi – La Lista di Barrett
Wayne Barrett – leggendario giornalista investigativo del Village Voice, morto il giorno prima dell’insediamento di Trump nel 2017 – dedicò quarant’anni a documentare i rapporti della famiglia Trump con la criminalità organizzata. Nel suo libro “Trump: The Deals and the Downfall” (1992), Barrett compilò una lista dettagliata dei boss mafiosi e delle società-front con cui i Trump fecero affari.
Ecco l’elenco completo:
Willie Tomasello – Associato della famiglia Genovese, partner di Fred Trump nel progetto Beach Haven. Questo rapporto d’affari fu uno dei motivi dell’indagine del Senato del 1954.
S&A Concrete Company – Società di cemento segretamente posseduta da Paul Castellano (capo della famiglia Gambino) e Anthony “Fat Tony” Salerno (capo della famiglia Genovese). Costruì la Trump Tower e il Trump Plaza. Gestita da Nick Auletta.
Paul Castellano – Boss della famiglia Gambino, proprietario occulto di S&A Concrete.
Anthony “Fat Tony” Salerno – Boss della famiglia Genovese, proprietario occulto di S&A Concrete. Barrett documentò un incontro privato tra Salerno, Donald Trump e l’avvocato Roy Cohn in una lussuosa townhouse di New York.
Manny Ciminello – Contractor edile, racketeer, collegato a S&A Concrete.
Nick Auletta – Presidente di S&A Concrete, la società di cemento controllata dalla mafia che costruì i grattacieli Trump.
Cleveland Wrecking Company – Società di demolizione controllata da Nicky Scarfo, boss della mafia di Atlantic City e Philadelphia. Assunta da Trump.
Nicky Scarfo – Boss della criminalità organizzata di Atlantic City e Philadelphia.
Wachtel Plumbing – Società idraulica front mafiosa, assunta da Trump ad Atlantic City e New York.
Teddy Maritas – Capo mafioso del sindacato carpentieri (Carpenters Union) di New York. Lavorò su contratti Trump.
Circle Industries – Società di cartongesso di Maritas, controllata dalla mafia. Assunta da Trump a New York.
John Cody – Capo mafioso del Teamsters Local 282, condannato per estorsione. Si vantò dicendo che “Donald amava trattare con me attraverso Roy Cohn”.
Joe DePaolo – Presidente della Dic Underhill Co, società con presunti collegamenti mafiosi che aiutò Fred Trump a costruire Trump Village.
Danny Sullivan – Partner in SSG Inc, braccio operativo della mafia Scarfo, negoziò con Trump su terreni ad Atlantic City.
Kenny Shapiro – Commerciante di rottami, partner SSG, principale finanziatore dell’organizzazione criminale Scarfo di Philadelphia.
Roy Cohn – L’avvocato che collegava tutto. Cohn rappresentava numerosi boss mafiosi e divenne mentore e avvocato personale di Donald Trump. Fu l’intermediario tra Trump e la criminalità organizzata.
L’Indagine del Senato del 1954
Nel 1954, l’amministrazione Eisenhower avviò un’indagine del Senato sui contratti pubblici nell’edilizia. Fred Trump fu inserito tra i primi dieci imprenditori edili sottoposti a indagine approfondita per rapidi guadagni finanziari sospetti e contratti dubbi nell’ambito della Federal Housing Administration (FHA).
L’indagine evidenziò che Willie Tomasello (famiglia Genovese), era partner di Fred Trump. Emersero contratti in cui Trump acquistava aree per poi rivenderle allo Stato con profitti raddoppiati – contratti della durata di 99 anni. Nonostante le evidenze, Fred Trump non fu mai formalmente condannato.
Il Caso della Discriminazione Razziale (1973-1975)
Nel 1973, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti citò in giudizio Fred Trump e suo figlio Donald per discriminazione razziale sistematica nell’affitto di appartamenti. L’impero Trump aveva circa 600 dipendenti: il 90% bianco, 10% nero. Secondo l’accusa, ai neri veniva sistematicamente negato l’accesso agli alloggi Trump.

A difendere i Trump fu Roy Cohn, l’avvocato che rappresentava Anthony “Fat Tony” Salerno e altri boss mafiosi. La strategia di Cohn fu aggressiva: presentò una controquerela da 100 milioni di dollari per diffamazione contro il governo federale.
Nel 1975, il caso si concluse con un consent decree: i Trump, pur non ammettendo colpevolezza, si impegnarono a rispettare le leggi antidiscriminatorie e dovettero apportare correzioni legali in 504 casi.
Donald Trump – Mafia, Bancarotte e il Salvataggio Rothschild
Donald Trump entrò ufficialmente negli affari di famiglia nel 1968. Contrariamente al mito che lui stesso ha alimentato per decenni di essere un “self-made man” partito da un “piccolo prestito di un milione di dollari” dal padre, la realtà è radicalmente diversa.
L’Inchiesta del New York Times (Ottobre 2018)
Dopo 18 mesi di lavoro e l’analisi di oltre 100.000 pagine di documenti finanziari – inclusi più di 200 dichiarazioni fiscali di Fred Trump e documenti confidenziali dell’impero immobiliare Trump – il New York Times pubblicò nell’ottobre 2018 un’inchiesta da 14.000 parole che svelò la verità.
Fred Trump trasferì a Donald almeno 413 milioni di dollari attraverso schemi fiscali che il Times definì in alcuni casi “frode vera e propria” (“outright fraud”).
Il caso più emblematico fu “All County Building Supply & Maintenance”, società costituita nel 1992 che non aveva uffici reali. All County operava come intermediaria fittizia: Fred Trump acquistava materiali edili (caldaie, fornelli, componenti) per i suoi immobili, ma invece di comprarli direttamente dai fornitori, passava attraverso All County, controllata dai suoi figli.
All County acquistava i materiali a prezzi normali e li rivendeva a Fred Trump con ricarichi fino al 100%. Lo scopo? Trasferire denaro ai figli evitando la gift tax del 55% che Fred avrebbe dovuto pagare donando apertamente il denaro.

Le fatture gonfiate venivano poi presentate alle autorità cittadine per giustificare aumenti degli affitti negli edifici a canone controllato, penalizzando così migliaia di inquilini. Il New York Times riportò: “Gli inquilini protestarono ripetutamente contro gli aumenti, quasi sempre invano”.
Complessivamente, Fred e Mary Trump trasferirono oltre 1 miliardo di dollari ai figli, ma pagarono solo 52,2 milioni di tasse (circa il 5%) invece dei 550 milioni che avrebbero dovuto pagare con l’aliquota del 55%.
La Trump Tower e il Cemento della Mafia
La costruzione della Trump Tower (1979-1983) è il caso più documentato dei rapporti di Donald Trump con la criminalità organizzata.
Trump scelse di costruire l’edificio in cemento anziché in acciaio, nonostante l’acciaio fosse più economico e leggero. Perché? Il cemento a New York era controllato dalla mafia.
David Cay Johnston, premio Pulitzer e giornalista che segue Trump dal 1988, scrisse su Politico:
“Nessun altro candidato alla Casa Bianca quest’anno ha nulla di paragonabile al curriculum di Trump di ripetuti rapporti sociali e d’affari con mafiosi, truffatori e altri criminali”.
Wayne Barrett documentò che tutto il cemento per la Trump Tower fu acquistato dalla S&A Concrete Company, joint venture segretamente controllata da:
- Paul Castellano, capo della famiglia Gambino
- Anthony “Fat Tony” Salerno, capo della famiglia Genovese
Barrett documentò anche un incontro privato tra Trump, Salerno e l’avvocato Roy Cohn in una lussuosa townhouse di New York. Come scrisse Steve Villano, ex membro dello staff del governatore Mario Cuomo:
“Se Mario Cuomo fosse stato nella stessa stanza per cinque minuti con uno dei mafiosi con cui Trump faceva affari quotidianamente, la sua carriera politica sarebbe stata distrutta. Il suo cognome italiano sarebbe stato la sua condanna”.
Trump utilizzò anche:
- Lavoratori polacchi illegali senza contratti regolari per demolire il Bonwit Teller e costruire la Trump Tower, pagandoli 4 dollari l’ora
- Cleveland Wrecking Company (boss Nicky Scarfo) per demolizioni
- Wachtel Plumbing (front mafioso) per impianti idraulici
- Circle Industries (Teddy Maritas, sindacato carpentieri mafioso) per cartongesso
Atlantic City: I Casinò e John Gotti
Negli anni ’80, Trump espanse i suoi affari ad Atlantic City aprendo casinò. Anche qui, i legami con la criminalità organizzata furono sistematici.
Bob LiButti, noto scommettitore con legami alla famiglia Gambino, era cliente VIP dei casinò Trump. Jack O’Donnell, ex presidente del Trump Plaza Casino, dichiarò:
“Sono venuto a conoscenza che LiButti giocava per conto di John Gotti. Gotti era bandito dai casinò e quindi aveva bisogno di un prestanome; questo era LiButti”.
Trump aprì tre casinò ad Atlantic City:
- Trump Plaza (1984)
- Trump Castle (1985)
- Trump Taj Mahal (1990)
Il Taj Mahal, definito da Trump “l’ottava meraviglia del mondo”, costò un miliardo di dollari finanziato con junk bonds (titoli spazzatura) ad altissimo interesse. Fu un disastro finanziario.
Le Bancarotte Multiple
I casinò di Trump dichiararono bancarotta quattro volte:
- 1991 – Trump Taj Mahal
- 2004 – Trump Hotels & Casino Resorts
- 2009 – Trump Entertainment Resorts
- 2014 – Trump Entertainment Resorts (di nuovo)
Trump perse centinaia di milioni di dollari. I creditori volevano cacciarlo e sequestrare tutto.
Il Salvataggio Rothschild
Ed è qui che entra in scena Wilbur Ross.
Come documentato dal Corriere della Sera (febbraio 2017):
“Negli anni ’80, Ross, che era amministratore delegato senior di Rothschild & Co, rappresentava gli investitori nei casinò. Insieme a Carl Icahn, Ross convinse gli obbligazionisti a concludere un accordo che consentisse a Trump di mantenere il controllo dei casinò”.
Il Corriere riporta testualmente:
“Merito dell’intervento di uno dei membri della famiglia Rothschild, il barone Edmond de Rothschild, che ha investito nelle società di Trump e che ha chiesto a Ross e Icahn di mediare al fine di evitare perdite”.
Un lobbista di Washington citato dal Corriere disse:
“Se non ci fosse stato Ross, Trump non sarebbe Trump, è molto semplice. In pratica, gli deve la vita”.
Wilbur Ross – “il Re delle Bancarotte” come lo chiamavano a Wall Street – salvò Trump dal collasso finanziario totale. Ross ristrutturò i debiti, convinse i creditori ad accettare perdite e mantenne Trump al controllo.
Nel 2017, Donald Trump nominò Wilbur Ross Segretario al Commercio degli Stati Uniti.
Il cerchio si chiude: l’uomo che lavorava per Rothschild e salvò Trump dalla bancarotta divenne ministro nell’amministrazione Trump.
Il Doppio Standard
Wayne Barrett sottolineò ripetutamente questo paradosso: altri importanti sviluppatori immobiliari di New York – come Sam LeFrak e la famiglia Resnick – si rifiutarono categoricamente di fare affari con la mafia. Anzi, presentarono denunce all’FBI e azioni civili chiedendo protezione dal controllo mafioso dell’industria del cemento.
Trump invece “pagò silenziosamente il suo tributo”, come scrisse Barrett. Non solo non protestò mai – scelse attivamente di fare affari con società controllate da boss mafiosi perché questo garantiva che i suoi progetti procedessero velocemente, senza scioperi, senza problemi sindacali.
Come scrisse Johnston su Politico nel maggio 2016:
“Lo storico presidenziale Douglas Brinkley ha detto che l’esempio storico più vicino sarebbe il presidente Warren G. Harding e lo scandalo Teapot Dome, in cui il Segretario degli Interni finì in prigione. Ma anche quello ha una differenza chiave: gli associati di Harding erano corrotti ma comunque uomini d’affari legittimi, non mafiosi e trafficanti”.
Tre Generazioni ai Margini della Legalità
La fortuna della famiglia Trump è stata costruita nell’arco di tre generazioni attraverso un pattern costante: sfruttare zone grigie legali e morali, fare affari con chiunque purché profittevoli, mentire sistematicamente sulle origini della ricchezza.
Friedrich Trump (1869-1918): Gestore di bordelli durante la corsa all’oro, disertore espulso dalla Germania.
Fred Trump (1905-1999): Rapporti sistematici con boss mafiosi, indagato dal Senato nel 1954, condannato per discriminazione razziale nel 1975, architetto di schemi fiscali fraudolenti che trasferirono oltre 400 milioni al figlio evadendo centinaia di milioni in tasse.
Donald Trump (1946-): Costruì con cemento della mafia, sfruttò lavoratori illegali, fece affari con associati di John Gotti, dichiarò bancarotta quattro volte, fu salvato da Wilbur Ross di Rothschild & Co, ricevette 413 milioni dal padre attraverso frodi fiscali.
Il mito del “self-made man” è esattamente questo: un mito. Donald Trump non costruì il suo impero con “un piccolo prestito di un milione di dollari”. Lo costruì con centinaia di milioni trasferiti illegalmente dal padre, con cemento acquistato da boss mafiosi, con lavoratori sfruttati, con bancarotte che lasciarono i creditori con le mani vuote, e con salvataggi orchestrati da banchieri internazionali.
E quando tutto stava crollando, quando i debiti minacciavano di inghiottirlo definitivamente, non fu il suo “genio imprenditoriale” a salvarlo. Fu Wilbur Ross, che lavorava per la banca Rothschild, su richiesta diretta del barone Edmond de Rothschild.
Come disse Wayne Barrett prima di morire:
“Metti una vocale alla fine del nome Trump e vedi se i decenni di intreccio incestuoso della sua famiglia con il crimine organizzato verrebbero ancora ignorati.” Non lo sarebbero.
In altre parole: Barrett stava facendo una critica al fatto che il cognome Trump, essendo americano, “nasconde” certe relazioni criminali della famiglia, mentre se fosse stato un cognome italiano, la società non avrebbe chiuso gli occhi.
Fonti:
- Wayne Barrett, “Trump: The Deals and the Downfall” (1992, ristampato 2016)
- David Cay Johnston, “The Making of Donald Trump” (2016), “Temples of Chance”
- Gwenda Blair, “The Trumps: Three Generations That Built An Empire”
- New York Times, “Trump Engaged in Suspect Tax Schemes” (ottobre 2018)
- Corriere della Sera, “Ross, il miliardario che salvò Trump” (febbraio 2017)
- Report RAI, inchiesta Trump-mafia
- CBC News, Bloomberg, AGI, Global News – inchieste Friedrich Trump
- Wikipedia EN – Frederick Trump
- Politico, The National Memo, Fortune, NPR, PBS
- Steve Villano, “The Trumps: An Incestuous Intertwining with Organized Crime” (National Memo, 2016)



Ecco un impero costruito sul fango, dove la famiglia Trump si è arricchita facendo affari con i gangster. Il vero problema è che in America non c’è più una giustizia che fa piazza pulita delle corporazioni e dei potenti.