Sabato 15 marzo, in un’intervista di quasi trenta minuti con la NBC News, Donald Trump ha dichiarato che i raid americani su Kharg Island avevano “completamente demolito” la maggior parte dell’isola, aggiungendo: “potremmo colpirla ancora qualche altra volta, giusto per divertimento”.
Non è un’iperbole retorica strappata fuori contesto. È una frase pronunciata con piena consapevolezza, in una lunga intervista strutturata, da un presidente in carica nel pieno di un conflitto armato che ha già causato centinaia di morti, una crisi energetica globale e un Medio Oriente sull’orlo di un’escalation incontrollabile.
Kharg Island è il nodo attraverso cui transita il 90 per cento delle esportazioni petrolifere iraniane. È la principale arteria economica della Repubblica islamica, e si trova a poche decine di chilometri dallo Stretto di Hormuz, corridoio obbligato per una quota consistente del petrolio mondiale. Le dichiarazioni di Trump hanno segnato una netta escalation rispetto alla posizione ufficiale precedente, secondo cui gli Stati Uniti stavano colpendo esclusivamente obiettivi militari sull’isola, preservando le infrastrutture energetiche. Con quella frase, Trump ha fatto saltare anche questa distinzione con il tono di chi commenta una partita di baseball: “Giusto per divertimento”
Esiste un lessico della guerra. Può essere duro, minaccioso, calcolato. Può essere propagandistico o diplomatico. Ma ha sempre — persino nella sua forma più brutale — una funzione: comunicare una strategia, giustificare un’azione, intimidire un avversario, rassicurare un alleato. Le parole di Trump hanno invece prodotto l’effetto opposto: hanno apertamente contraddetto gli sforzi diplomatici, mentre la sua amministrazione respingeva i tentativi degli alleati mediorientali di avviare negoziati.
“Giusto per divertimento” non è deterrenza ma la descrizione di un atto di guerra come gesto discrezionale, ripetibile per capriccio, slegato da qualsiasi necessità strategica o giuridica. In quella frase c’è l’uso della forza come intrattenimento personale.
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, intervenuto domenica al programma della CBS, ha detto: “Questa è una guerra illegale senza vittoria. Ci sono persone che vengono uccise solo perché il presidente Trump vuole divertirsi.” Non si può discutere della citazione: perché Trump l’ha pronunciata davvero, e il mondo intero l’ha sentita.
Al momento dell’intervista, la guerra aveva già presentato il conto. Un missile americano aveva centrato in pieno la scuola elementare femminile a Minab, nel sud dell’Iran, uccidendo 165 bambine insieme ai loro insegnanti. Missili e droni iraniani avevano provocato più di trenta morti tra i paesi del Golfo e in Israele, oltre a tredici militari statunitensi. Intanto l’economia globale reagiva allo shock: i mercati energetici in allarme, il prezzo del petrolio in impennata e il traffico nello Stretto di Hormuz bloccato. E in questo contesto che il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha liquidato la prospettiva di nuovi bombardamenti con una frase: “qualche altra volta, giusto per divertimento”.
C’è una tentazione, ogni volta che Trump dice qualcosa di inaccettabile, di liquidare la questione come un problema di stile comunicativo — di rozzezza, di mancanza di diplomazia, di eccesso retorico. È una tentazione da resistere. Perché il problema non è come Trump ha detto quella frase. È cosa quella frase rivela: che per chi la pronuncia, la guerra è uno spazio in cui la distruzione può essere evocata senza peso, in cui i bombardamenti si valutano come mosse di un gioco, in cui la prospettiva di colpire ancora non richiede giustificazione alcuna.
Nella stessa intervista, Trump ha dichiarato di non essere pronto a trattare con l’Iran perché i termini non erano ancora abbastanza buoni, e ha messo in dubbio pubblicamente che il nuovo Leader Supremo Mojtaba Khamenei fosse ancora vivo, aggiungendo che, se lo fosse, avrebbe dovuto fare la cosa più intelligente per il suo paese: arrendersi.
Un presidente in guerra che rifiuta la diplomazia perché, semplicemente, non gli conviene ancora, e che parla di bombardamenti come se fossero un passatempo divertente è pericoloso. Non è una questione di stile o di linguaggio sopra le righe. È una questione più profonda: riguarda l’idea stessa di potere. E soprattutto i limiti — sempre più sfumati — entro cui chi detiene quel potere decide di esercitarlo.


