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Nei documenti sul caso Epstein riemerge una denuncia poi ritirata: Nel 1994 Trump e Epstein avrebbero violentato ripetutamente una 13enne

Posted on venerdì 20 Febbraio 2026venerdì 20 Febbraio 2026 By Grande inganno Nessun commento su Nei documenti sul caso Epstein riemerge una denuncia poi ritirata: Nel 1994 Trump e Epstein avrebbero violentato ripetutamente una 13enne

C’è una storia sepolta in due fascicoli giudiziari, numeri di registro 1:16-cv-04642 e 1:16-cv-07673, depositati presso la Corte Distrettuale del Sud di New York.

È la storia di una donna che dice di essere stata violentata all’età di 13 anni da Donald Trump e Jeffrey Epstein nell’estate del 1994. Una storia che ha cercato di portare in tribunale due volte, nel 2016, e che due volte ha ritirato, senza mai arrivare al processo. I documenti, tutti pubblicamente accessibili, raccontano nei dettagli le accuse, le testimonianze e la paradossale vicenda processuale che si è chiusa il 4 novembre 2016, a pochi giorni da una conferenza stampa annullata in circostanze mai chiarite.

L’ESTATE DEL 1994 SECONDO JANE DOE

Tutto inizia, secondo la versione della ricorrente, in una calda giornata di giugno del 1994. Una ragazzina di 13 anni sale su un autobus diretta a New York. Nella dichiarazione giurata depositata agli atti, Jane Doe (pseudonimo) ricostruisce il suo arrivo nella metropoli con un sogno ingenuo:

“Viaggiai in autobus verso New York City nel giugno 1994 nella speranza di iniziare una carriera nel mondo della moda. Andai da diverse agenzie di modelle, ma mi dissero che dovevo preparare un portfolio fotografico prima di poter essere presa in considerazione.”

Delusa, la ragazzina si dirige verso la stazione degli autobus Port Authority per tornare a casa. È lì che incrocia una donna. Quella donna, che viene chiamata Tiffany Doe (pseudonimo) per proteggere la sua identità, cambierà la sua vita.

“Lì incontrai una donna che si presentò a me come Tiffany. Mi parlò delle feste e mi disse che, se mi fossi unita a lei a queste feste, sarei stata presentata a persone che avrebbero potuto introdurmi nel mondo della modella. Tiffany mi disse anche che sarei stata pagata per partecipare.”

Le feste si tengono in una residenza di Manhattan, al numero 9 di East 71st Street. È la casa di Jeffrey Epstein, all’epoca nota come Wexner Mansion. Jane Doe descrive un ambiente popolato da altre minorenni e da ospiti, per lo più uomini. Quattro di queste feste, secondo la sua testimonianza, vedono la presenza di Donald Trump.

La ragazzina ha 13 anni. Dice di essere certa che entrambi gli uomini conoscessero la sua età.

I quattro incontri con Trump

Nella sua dichiarazione giurata, Jane Doe elenca quattro episodi di violenza sessuale da parte di Trump. I primi tre non vengono descritti nei dettagli. Il quarto, invece, è raccontato con una precisione agghiacciante:

“Il quarto e ultimo incontro sessuale con il convenuto Trump, il convenuto Trump mi legò a un letto, si denudò di fronte a me, e poi procedette a violentarmi con forza. Durante il corso di questo selvaggio attacco sessuale, supplicai ad alta voce il convenuto Trump di smettere ma lui non lo fece. Il convenuto Trump rispose alle mie suppliche colpendomi violentemente in faccia con il palmo della mano e urlando che avrebbe fatto quello che voleva.”

Subito dopo, prosegue la donna, arrivarono le minacce:

“Immediatamente dopo questo stupro, il convenuto Trump mi minacciò che, se mai avessi rivelato qualsiasi dettaglio dell’abuso sessuale e fisico che avevo subito da parte del convenuto Trump, io e la mia famiglia saremmo state fisicamente danneggiate, se non uccise.”

I due incontri con Epstein

Anche Jeffrey Epstein, secondo la denuncia, ebbe contatti sessuali con Jane Doe. Furono due episodi, sempre durante quelle feste. Il secondo, racconta la donna, avvenne dopo lo stupro subito da Trump:

“Il convenuto Epstein mi forzò e procedette a violentarmi analmente e vaginalmente nonostante le mie forti suppliche di smettere. Il convenuto Epstein tentò poi di colpirmi alla testa con i pugni chiusi mentre urlava con rabbia che lui, il convenuto Epstein, avrebbe dovuto essere quello che aveva preso la mia verginità, non il convenuto Trump, prima che io riuscissi infine a divincolarmi e a fuggire.”

Anche Epstein, come Trump, la minacciò di morte se avesse parlato.

La storia di Maria

Tra le pagine dei documenti emerge un dettaglio che, se fosse vero, getterebbe un’ombra ancora più cupa sulla vicenda. Al paragrafo 9 della sua dichiarazione, Jane Doe scrive:

“Entrambi i convenuti mi avevano fatto capire che erano uomini molto ricchi e potenti e indicarono di avere il potere, la capacità e i mezzi per portare a termine le loro minacce. In effetti, il convenuto Trump dichiarò che non avrei mai dovuto dire niente se non volevo sparire come Maria, una ragazzina di 12 anni che era stata costretta a partecipare al terzo incidente con il convenuto Trump e che non avevo più visto da quel terzo incidente, e che lui era in grado di far uccidere tutta la mia famiglia.”

Chi fosse Maria, cosa le sia accaduto, se esista una denuncia o una scomparsa registrata: dai documenti non emerge nulla. Ma quel nome, messo nero su bianco in un atto giudiziario, è uno dei punti più oscuri e inquietanti dell’intero fascicolo.

LA TESTIMONE OCULARE

A dare forza al racconto di Jane Doe c’è la dichiarazione di Tiffany Doe, depositata agli atti in entrambi i procedimenti. Tiffany si presenta come una donna che ha lavorato per Epstein per un decennio, dal 1991 al 2000, con un ruolo specifico e agghiacciante:

“Nel 1991 venni promossa all’occupazione di organizzatrice di feste, in cui i miei compiti erano di procurare giovani donne attraenti per partecipare a queste feste. Venni assunta e pagata direttamente dal signor Epstein dal 1991 al 2000 per attirare giovani donne adolescenti a partecipare a queste feste, la maggior parte delle quali si tenevano in quella che è nota come Wexner Mansion, situata al 9 E. 71st St. a New York City.”

Tiffany conferma ogni singolo dettaglio del racconto di Jane. Dice di averla incontrata alla Port Authority nel giugno 1994 e di averla persuasa a partecipare alle feste con la promessa di una carriera da modella. Poi arriva il passaggio cruciale:

“Fu a questa serie di feste che assistetti personalmente la ricorrente costretta a eseguire vari atti sessuali con Donald J. Trump e il signor Epstein. Sia il signor Trump che il signor Epstein furono informati che lei aveva 13 anni.”

Tiffany afferma di aver visto con i propri occhi i quattro incontri tra Trump e Jane, incluso il quarto:

“Assistei personalmente a quattro incontri sessuali che la ricorrente fu costretta ad avere con il signor Trump durante questo periodo, incluso il quarto di questi incontri in cui il signor Trump la violentò con forza nonostante le sue suppliche di smettere.”

E poi, la conferma dell’episodio di Maria:

“Assistei personalmente all’occasione in cui il signor Trump costrinse la ricorrente e una ragazzina di 12 anni di nome Maria a praticare sesso orale con il signor Trump e assistei al suo abuso fisico di entrambe le minorenni quando ebbero terminato l’atto.”

Tiffany descrive anche il suo ruolo: non era solo una reclutatrice, ma qualcosa di più sinistro.

“Era mio compito assistere personalmente e supervisionare gli incontri tra le ragazze minorenni che il signor Epstein assumeva e i suoi ospiti.”

E racconta le minacce subite, sia verso Jane che verso di sé:

“Assistei personalmente il signor Trump minacciare fisicamente la vita e l’incolumità della ricorrente se mai avesse rivelato qualsiasi dettaglio dell’abuso fisico e sessuale subito per mano del signor Trump. Assistei personalmente il signor Epstein minacciare fisicamente la vita e l’incolumità della ricorrente se mai avesse rivelato i dettagli dell’abuso fisico e sessuale subito per mano del signor Epstein o di qualsiasi suo ospite. Dopo aver lasciato l’impiego del signor Epstein nell’anno 2000, venni personalmente minacciata dal signor Epstein che sarei stata uccisa e la mia famiglia uccisa se mai avessi rivelato qualsiasi degli abusi fisici e sessuali di minorenni a cui avevo personalmente assistito da parte del signor Epstein o di qualsiasi suo ospite.”

La dichiarazione si chiude con una frase che ha il peso di un testamento:

“Mi faccio avanti per giurare la veridicità degli abusi fisici e sessuali che ho personalmente testimoniato di minorenni per mano del signor Trump e del signor Epstein, inclusa la ricorrente, durante il tempo del mio impiego dal 1990 al 2000 per il signor Epstein. Giuro su questi fatti sotto pena di spergiuro anche se comprendo appieno che la vita mia e della mia famiglia è ora in grave pericolo.”

LA TERZA TESTIMONE

Quando Meagher deposita la seconda causa, il 30 settembre 2016, alle dichiarazioni di Jane e Tiffany se ne aggiunge una terza. Joan Doe si presenta come un’amica d’infanzia della ricorrente e dichiara una cosa semplice ma potenzialmente decisiva:

“Nell’anno scolastico 1994-95, la ricorrente in Jane Doe contro Trump e Epstein (1:16-cv-04642, SDNY) mi disse di essere stata soggetta a contatti sessuali da parte dei convenuti a feste a New York City durante l’estate del 1994.”

Sono poche righe, ma il loro significato è chiaro: Jane Doe raccontò gli abusi a un’amica già nell’autunno successivo ai fatti. Una testimonianza che, se creduta, smentirebbe l’ipotesi di accuse inventate anni dopo, magari a fini politici o economici. Joan Doe non ha visto nulla, ma la sua dichiarazione serve a dimostrare la continuità del racconto.

I DUE PROCESSI FANTASMA

Il primo tentativo (16-cv-04642)

Il 20 giugno 2016, Thomas Francis Meagher, avvocato con studio a Princeton, deposita la prima causa. I documenti sono tutti lì: il complaint, le dichiarazioni di Jane e Tiffany. La giudice Ronnie Abrams prende in carico il caso e il 30 giugno fissa l’udienza preliminare per il 9 settembre. E impartisce un ordine preciso:

“La ricorrente è tenuta a notificare ai convenuti una copia del presente ordine e a depositare un affidavit su ECF che certifichi che tale notifica è stata effettuata.”

Il 21 giugno 2016, all’indomani del deposito della prima causa, Alan Garten rilasciò una dichiarazione a LawNewz.com (ora Law & Crime):

“Non conosco nessun avvocato, in questo Paese, degno di essere ammesso in un Ordine degli Avvocati, che firmerebbe documenti legali che attestino fatti così scandalosi”

E aggiunse, minacciando esplicitamente di chiedere sanzioni contro Meagher se anche solo procede con la causa.

Passano i mesi. Il 25 agosto la giudice Abrams emette un nuovo ordine. Il tono è pacato ma il messaggio è inequivocabile:

“Un’udienza preliminare è attualmente fissata per il 9 settembre 2016 in questa azione. La ricorrente, tuttavia, non ha ancora depositato attestati di notifica che confermino che i convenuti sono stati messi a conoscenza del citazione e del reclamo.”

La giudice rinvia l’udienza al 14 ottobre, dando tempo a Meagher di provvedere. Ma l’avvocato Meagher non provvede. Il 16 settembre, un mese prima della udienza, deposita un avviso di archiviazione volontaria:

“Avviso di archiviazione volontaria senza pregiudizio ai sensi della regola F.R.C.P. 41(a)(1)(A)(i).”

Il primo caso si chiude così, senza che Trump ed Epstein siano mai stati notificati. Nessuna risposta, nessuna difesa, nessuna udienza. Solo un foglio firmato da Meagher.

Il secondo tentativo (16-cv-07673)

Quattordici giorni dopo, il 30 settembre, Meagher riprova. Deposita una nuova causa, dichiarandola espressamente correlata alla precedente. Questa volta, oltre a Jane e Tiffany, c’è Joan Doe. La strategia sembra chiara: rafforzare il caso con un terzo nome, una testimonianza indiretta che attesti la data precoce del racconto.

Il 4 ottobre la giudice Abrams fissa l’udienza preliminare per il 16 dicembre. E, di nuovo, ordina la notifica.

Il 12 ottobre vengono emesse le citazioni per Trump ed Epstein. Il 19 ottobre la giudice accoglie la richiesta di un secondo avvocato, J. Cheney Mason, di unirsi al team legale. Poi, il 1° novembre, Meagher tenta di portare un terzo avvocato, Evan Goldman, che si presenta con una dichiarazione sorprendente:

“L’avvocato che sto sostituendo, Thomas Meagher, sebbene ben qualificato, non è un avvocato specializzato in processi e quindi cerca qualcuno che abbia maggiore familiarità con questo tipo di casi.”

Goldman allega un certificato di buona condotta del New Jersey, ma è del 2011. Scaduto. La cancelleria lo respinge e gli ordina di ripresentare una mozione corretta.

Non ne avrà il tempo. Il 4 novembre, due giorni dopo la cancellazione di una conferenza stampa che Jane Doe avrebbe dovuto tenere a Los Angeles con l’avvocato Lisa Bloom, Meagher e Mason firmano insieme un nuovo avviso di archiviazione volontaria.

Anche questa volta, nessuna notifica ai convenuti risulta agli atti.

LE MINACCE E LA CONFERENZA STAMPA CANCELLATA

Il 2 novembre 2016, due giorni prima della seconda archiviazione, Jane Doe avrebbe dovuto presentarsi davanti alle telecamere a Los Angeles. Con lei, l’avvocato Lisa Bloom, nota per i suoi casi di tutela delle vittime di abusi. La conferenza stampa fu cancellata all’ultimo momento. La Bloom rilasciò una dichiarazione secca, riportata dalla stampa:

“È stata qui tutto il giorno, pronta a farlo, ma purtroppo è terrorizzata. Ha ricevuto numerose minacce.”

Non disse chi minacciasse la donna, né in quali forme. Ma il collegamento temporale con l’archiviazione di due giorni dopo è impossibile da ignorare.

Nello stesso periodo, l’avvocato di Trump, Alan Garten, parlava chiaro ai giornali. Dopo la prima archiviazione, a settembre, Garten aveva dichiarato:

“Di conseguenza, abbiamo avvertito il signor Meagher che nel caso in cui decidesse di ripresentare la denuncia, chiederemo che venga sanzionato.”

Dopo aver depositato la seconda denuncia, il messaggio si fece più minaccioso:

“Nel caso in cui questa volta venissimo effettivamente notificati, intendiamo chiedere sanzioni per questa causa frivola.”

Le “sanzioni” a cui Garten faceva riferimento sono quelle previste dalle regole federali per le cause ritenute infondate. Un rischio concreto, per un avvocato, che può arrivare a pagare di tasca propria le spese legali della controparte e subire provvedimenti disciplinari.

EPILOGO

  1. Due cause sono state depositate nel 2016 da Jane Doe contro Donald Trump e Jeffrey Epstein: la prima il 20 giugno, la seconda il 30 settembre.
  2. Entrambe sono state ritirate volontariamente: la prima il 16 settembre, la seconda il 4 novembre.
  3. In nessuno dei due casi risultano depositati attestati di notifica a Trump o Epstein.
  4. Nel primo caso, la giudice Abrams rilevò espressamente il 25 agosto che le notifiche non erano state effettuate.
  5. Le accuse sono dettagliate e coerenti tra le dichiarazioni giurate di Jane Doe e Tiffany Doe, con quest’ultima che afferma di aver assistito personalmente agli abusi.
  6. Nel secondo caso fu aggiunta una terza dichiarazione, quella di Joan Doe, che attesta di aver sentito il racconto di Jane già nell’autunno 1994.
  7. Due giorni prima della seconda archiviazione, una conferenza stampa della ricorrente fu cancellata e la sua avvocato dichiarò che la donna era “terrorizzata” e aveva ricevuto minacce.
  8. L’avvocato di Trump aveva pubblicamente minacciato di chiedere sanzioni contro il legale della donna.

I documenti non dicono perché le cause siano state ritirate. Non dicono se le minacce denunciate abbiano un fondamento e da chi provenissero. Non dicono perché l’avvocato Meagher non abbia mai provveduto a notificare i convenuti, nonostante i solleciti della giudice.

Dicono però che una donna ha portato in tribunale accuse gravissime, corredate da testimonianze giurate. E che due volte, a distanza di poche settimane, le ha ritirate prima che i convenuti potessero difendersi in aula.

La terza testimone, Joan Doe, ha dichiarato di avere sentito parlare di questi fatti nell’autunno del 1994. Oggi, a più di trent’anni da quell’estate, le carte processuali restano l’unica traccia ufficiale di una vicenda che non ha mai avuto un epilogo giudiziario. E le domande, che rimangono senza risposta sono tante.

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