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La fine dell’impero di Robert Maxwell, il magnate ebreo dell’editoria, padre di Ghislaine Maxwell, condannata a 20 anni di carcere per traffico e abuso di minorenni legati a Jeffrey Epstein

Posted on domenica 15 Febbraio 2026domenica 15 Febbraio 2026 By Grande inganno Nessun commento su La fine dell’impero di Robert Maxwell, il magnate ebreo dell’editoria, padre di Ghislaine Maxwell, condannata a 20 anni di carcere per traffico e abuso di minorenni legati a Jeffrey Epstein

Robert Maxwell, nato con il nome Ján Ludvík Hyman Binyamin Hoch, il 10 giugno 1923 a Slatinské Doly, una piccola città della Cecoslovacchia oggi in Ucraina, crebbe in una famiglia ebraica ashkenazita insieme ai suoi sei fratelli. I suoi genitori furono deportati e morirono ad Auschwitz.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, Maxwell si arruolò nell’esercito britannico. Dopo il conflitto, lavorò per due anni a Berlino nel Ministero degli Esteri inglese, nella sezione stampa, svolgendo attività di propaganda contro i sovietici. Il 19 giugno 1946 ottenne la cittadinanza britannica e adottò definitivamente il nome Robert Maxwell.

Subito dopo la guerra, Maxwell individuò una miniera d’oro nelle pubblicazioni scientifiche dell’Est europeo, dove il capitalismo non esisteva e nemmeno i diritti d’autore.

Nel 1951 fondò la Pergamon Press, che divenne un importante editore di riviste e libri scientifici e tecnici. Negli anni Sessanta l’azienda effettuò diverse acquisizioni minori nel settore editoriale.


Maxwell entrò anche in politica, diventando membro del Parlamento britannico per il Partito Laburista dal 1964 al 1970. Nel 1981 acquisì il controllo della British Printing Corporation, rilanciandola prima di rivenderla ai suoi manager nel 1987.

Il momento cruciale arrivò nel luglio 1984, quando Maxwell acquistò il Mirror Group Newspapers per 113 milioni di sterline, diventando proprietario del Daily Mirror, il quotidiano popolare di sinistra più letto del paese. Ottenne anche il controllo del Sunday Mirror e del People, consolidando così il suo ruolo di editore in grado di influenzare le elezioni e di dettare l’agenda politica, un uomo che i politici dovevano corteggiare.

Negli anni Ottanta era considerato il grande antagonista di Rupert Murdoch nel settore dell’editoria e delle telecomunicazioni britanniche.

Ma la sua ambizione non si fermò ai confini britannici. Nel 1990 lanciò The European, il primo e unico giornale transnazionale europeo, il cui primo numero dell’11 maggio 1990 aprì con il titolo “Una moneta per l’Europa”. L’espansione internazionale portò all’acquisizione del New York Daily News nel 1991, di Scientific American, di Macmillan Publishers e di Berlitz International, oltre a numerose altre società negli Stati Uniti e in Europa.

Ogni nuova acquisizione accresceva l’immagine pubblica di Maxwell come magnate globale, mentre il debito e la complessità finanziaria si accumulavano pericolosamente. Il controllo centralizzato e la gestione carismatica creavano un’apparenza di stabilità, con Maxwell al vertice di ogni decisione strategica.

Dietro la facciata del successo, l’impero di Maxwell era costruito su basi fragili. La sua risposta alle difficoltà finanziarie era sempre stata “militaresca”: la miglior difesa è l’attacco. Nel 1989, per coprire parte dei debiti, vendette la Pergamon Press. Ma nonostante le evidenti difficoltà finanziarie, nel 1991 volle sbarcare a Wall Street.

Mentre si presentava al mondo come magnate internazionale, dietro le quinte Robert Maxwell stava perpetrando uno dei più grandi furti della storia britannica. Alla fine degli anni Ottanta, con le sue società soffocate da debiti insostenibili, Maxwell prese una decisione che avrebbe distrutto migliaia di vite: saccheggiare i fondi pensione dei propri dipendenti.

Non si trattò di un errore gestionale o di un momento di difficoltà. Fu un furto calcolato, sistematico, spietato. Circa 460 milioni di sterline – denaro risparmiato faticosamente da oltre 30.000 lavoratori nel corso di decenni di lavoro – vennero sottratte, trasferite tra società, usate come garanzie per prestiti, manipolate in un labirinto finanziario orchestrato per nascondere il collasso imminente dell’impero.

Ogni sterlina rubata rappresentava anni di sacrifici: famiglie che avevano rinunciato a vacanze, genitori che avevano lavorato straordinari, persone che si erano fidate del proprio datore di lavoro. Maxwell tradì questa fiducia con una freddezza che ancora oggi lascia sgomenti. I fondi destinati alla sicurezza economica dei lavoratori anziani divennero lo strumento per sostenere il suo ego e la sua sete di potere.

Il 4 novembre 1991, Maxwell ebbe un’accesa discussione telefonica con il figlio Kevin riguardo un incontro programmato alla Banca d’Inghilterra per discutere l’insolvenza su prestiti di 50 milioni di sterline, un default capace di trascinare l’intero impero mediatico.

Maxwell non si presentò all’appuntamento e invece salpò sul suo yacht Lady Ghislaine, chiamato così in onore della figlia più giovane, dirigendosi verso le Isole Canarie, abbandonando l’impero al suo destino.

L’ultimo contatto con l’equipaggio risale alle 4:25 del mattino del 5 novembre. Alle 17:00 dello stesso giorno, l’equipaggio lanciò l’allarme: Maxwell era scomparso. Il suo corpo, completamente nudo, fu trovato poche ore dopo galleggiante nell’Oceano Atlantico, a 32 chilometri da Gran Canaria. Il corpo pesava 140 chili ed era alto 1 metro e 90.

Il verdetto ufficiale fu annegamento accidentale, ma le circostanze hanno sempre alimentato speculazioni. Alcuni commentatori hanno ipotizzato il suicidio, dato l’imminente collasso finanziario; altri hanno suggerito l’omicidio, forse legato alle sue attività di spionaggio. La verità non è mai stata definitivamente accertata e rimane uno dei misteri più discussi della storia britannica contemporanea.

La sua morte scoperchiò l’inferno. Senza la copertura ferrea di Maxwell, il castello di carte crollò immediatamente.

I revisori entrarono negli uffici e scoprirono ciò che molti avevano sospettato ma nessuno aveva osato denunciare: i fondi pensione erano stati svuotati, non c’era più nulla. L’impatto fu devastante e immediato. Migliaia di pensionati scoprirono che i risparmi di una vita erano scomparsi. Persone che avevano lavorato per decenni al Daily Mirror, al Sunday Mirror, al People – giornalisti, tipografi, operai, impiegati – si ritrovarono traditi dal magnate che si era arricchito grazie al loro lavoro.

Le storie personali erano strazianti. Pensionati che dovettero tornare a lavorare a 70 anni. Famiglie costrette a vendere le case. Vedove rimaste senza sostentamento. Il sogno di una vecchiaia dignitosa si trasformò in un incubo fatto di povertà e umiliazione.

Le strade di Londra si riempirono di proteste. Piazze gremite di ex dipendenti del Mirror Group, molti anziani, alcuni in lacrime, sventolavano cartelli con scritte di rabbia e disperazione: “Maxwell ci ha rubato il futuro”, “Hanno preso i soldi della nostra vecchiaia”, “Giustizia per i pensionati traditi”.

La stampa britannica documentò ogni giorno il dramma di persone che avevano dato tutto per costruire l’impero di un uomo che li aveva ripagati con il furto.

Le società del gruppo entrarono rapidamente in amministrazione controllata. Testate storiche furono vendute o smembrate. Ma nessuna operazione finanziaria poteva riparare il danno umano. Il governo britannico, sotto pressione dell’opinione pubblica, intervenne con fondi pubblici per ricostituire parzialmente le pensioni. Ma i contribuenti dovettero pagare per i crimini di Maxwell, e molti pensionati ricevettero comunque solo una frazione di quanto spettava loro.

I figli Kevin e Ian Maxwell furono arrestati e incriminati per le irregolarità nella gestione del gruppo. Kevin fu dichiarato insolvente con debiti astronomici di 400 milioni di sterline. Il processo, atteso come momento di giustizia per le vittime, si concluse nel 1996 con un’assoluzione all’unanimità che lasciò l’amaro in bocca a migliaia di pensionati traditi.

Nessuno pagò veramente per il furto più grande della storia britannica. Le azioni legali contro banche e revisori si persero in cavilli giuridici e transazioni sottobanco. Il labirinto finanziario creato da Maxwell era così complesso che divenne quasi impossibile attribuire responsabilità penali chiare. I veri colpevoli – quelli che avevano chiuso gli occhi, quelli che avevano facilitato le operazioni, quelli che avevano guadagnato dal sistema – restarono impuniti.

L’unica eredità positiva dello scandalo fu legislativa. Nel 1995, sotto la pressione dell’opinione pubblica indignata, il Parlamento britannico approvò il Pensions Act 1995. La nuova legge introdusse obblighi fiduciari molto più severi per i gestori dei fondi pensione, trasparenza obbligatoria e controlli rigorosi. Ma per i 30.000 lavoratori traditi da Maxwell, arrivò troppo tardi.

La riforma fu una risposta necessaria ma tardiva e insufficiente. Poteva proteggere il futuro, ma non riparava il passato. Non restituiva dignità a chi aveva perso tutto. Non cancellava l’umiliazione di pensionati costretti a mendicare assistenza sociale dopo una vita di lavoro onesto.

La figura di Maxwell è stata circondata da voci persistenti sui suoi legami con i servizi segreti. Secondo diverse fonti, Maxwell avrebbe lavorato non solo per l’MI6 britannico, ma anche per il Mossad israeliano. Durante il suo funerale a Gerusalemme, il primo ministro israeliano Yitzhak Shamir pronunciò una frase enigmatica che ha alimentato le speculazioni: “Ha fatto più cose per Israele di quante se ne possano dire”.

È documentato che Maxwell ebbe un ruolo nel 1948 per spingere la Cecoslovacchia ad armare gli israeliani nella guerra d’indipendenza.

Secondo l’ex agente dei servizi segreti militari israeliani Ari Ben-Menashe, nel 1986 fu proprio Maxwell a denunciare Mordechai Vanunu per aver rivelato al Sunday Times informazioni sul potenziale nucleare israeliano. Vanunu fu successivamente rapito dal Mossad e portato in Israele.

Mordechai Vanunu lavorava come tecnico al reattore nucleare di Dimona, in Israele, e un giorno decise di rivelare al mondo un segreto che il suo paese teneva nascosto da anni. Nel 1986 fornì al giornale britannico The Sunday Times fotografie e dettagli precisi che dimostravano che Israele non solo aveva un programma nucleare segreto, ma possedeva già armi nucleari. Raccontò come veniva prodotto il plutonio, materiale essenziale per le bombe, e mostrò le strutture nascoste e i laboratori dedicati a questo scopo. Vanunu fornì anche stime sul numero di testate nucleari già sviluppate, suggerendo che Israele aveva tra le 100 e le 200 bombe nucleari, un arsenale significativo, anche se il governo non lo aveva mai ammesso pubblicamente.

Le sue rivelazioni confermarono i sospetti internazionali e provocarono grande scalpore: per la comunità internazionale era la prima prova concreta che Israele possedeva capacità nucleari militari. Questa divulgazione rese Vanunu un personaggio scomodo per il suo paese, tanto da spingere il Mossad a rapirlo e portarlo in Israele per processarlo. La sua vicenda rimane uno dei casi più noti di whistleblowing legato alle armi nucleari.

Il funerale di Robert Maxwell sul Monte degli Ulivi a Gerusalemme fu una cerimonia di stato, con la presenza del presidente Chaim Herzog, del primo ministro Yitzhak Shamir e di almeno sei capi dell’intelligence israeliana, testimonianza di un legame profondo con lo stato ebraico.

Maxwell non fu un genio degli affari caduto in disgrazia: fu un truffatore sistemico che costruì consapevolmente un castello di menzogne sui risparmi delle famiglie oneste. La sua morte avvota nel mistero nelle acque delle Canarie ha alimentato leggende e speculazioni. Ma qualunque sia stata la causa, quella morte rappresentò una fuga. Maxwell non affrontò mai le sue vittime. Non guardò mai negli occhi i pensionati che aveva condannato alla povertà. Non spiegò mai perché il suo ego valeva più del futuro di migliaia di famiglie.

La storia ha vissuto un epilogo ancora più oscuro con sua figlia Ghislaine, condannata nel 2022 a 20 anni di carcere per complicità nell’adescamento di minori con Jeffrey Epstein. Due generazioni, due scandali che hanno distrutto vite innocenti.

Lo yacht Lady Ghislaine – teatro della morte del padre e simbolo della corruzione morale della figlia – fu venduto e rinominato Dancing Hare da Anna Murdoch, ex moglie dell’eterno rivale Rupert Murdoch. Un ultimo, amaro sberleffo a una dinastia costruita sul tradimento e l’adescamento.

Il caso Maxwell deve rimanere impresso come monito permanente. Monito contro l’idolatria dei magnati autoproclamati. Monito contro la concentrazione eccessiva di potere. Monito sulla necessità di controlli rigorosi e trasparenza assoluta quando si gestiscono i risparmi altrui.

A più di trent’anni dalla sua morte, Robert Maxwell non merita di essere ricordato come un personaggio affascinante o enigmatico. Va ricordato per quello che fu: un uomo che tradì 30.000 lavoratori, rubò 460 milioni di sterline destinate alle loro pensioni, e lasciò dietro di sé una scia di sofferenza che ancora oggi brucia nella memoria collettiva britannica. Le sue vittime meritano che non si dimentichi mai cosa significhi veramente abusare del potere economico.

Robert Maxwell era proprietario di diverse aziende e interessi, tra cui:

  • Mirror Group Newspapers: l’azienda di proprietà di Robert Maxwell che gestiva diversi giornali. Era una delle principali holding nel settore dei media nel Regno Unito.
  • Daily Mirror: Uno dei più grandi e influenti giornali tabloid del Regno Unito.
  • Sunday Mirror: Edizione domenicale del Daily Mirror.
  • The People: Altro giornale tabloid britannico.
  • Daily Record: Giornale scozzese.
  • New York Daily News: Importante giornale statunitense.
  • Daily News of Los Angeles: Anche conosciuto come “Daily News”.
  • The European: Giornale pan-europeo.
  • Pergamon Press: Una casa editrice scientifica e accademica.
  • Maxwell Communication Corporation: Un conglomerato che comprendeva attività editoriali, stampa e comunicazioni.
  • Macmillan Publishers: Acquistata nel 1989, una casa editrice con sede negli Stati Uniti.
  • Oxford United Football Club: Acquistata nel 1982 e posseduta per un breve periodo.
  • Official Airline Guides (OAG): Una pubblicazione specializzata nell’orario dei voli.
  • Maxwell Entertainment: Un’azienda di produzione televisiva e cinematografica.
  • Orbis Publishing: Un editore specializzato in enciclopedie e libri di riferimento.
  • Scientific American: Acquisita nel 1986, una delle più antiche riviste scientifiche degli Stati Uniti.
  • Berlitz International: Acquisita nel 1987, una scuola di lingue internazionale.

Queste rappresentano alcune delle principali aziende e interessi di Robert Maxwell durante la sua carriera imprenditoriale.

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