Quando nel 2021 il CEO di Moderna, Stéphane Bancel, disse che per vedere gli effetti avversi a lungo termine di un vaccino servono almeno dieci anni, non stava facendo una rivelazione clamorosa. Stava dicendo una cosa ovvia. Così ovvia, in realtà, che in qualunque altro contesto non avrebbe fatto notizia.
Eppure quella frase ha dato fastidio. Molto fastidio.
Non perché fosse falsa, ma perché arrivava in un momento in cui il messaggio dominante era l’opposto: sicurezza piena, certezze assolute, dubbi ridotti a rumore di fondo. In quel clima, ricordare che il tempo è una variabile fondamentale della scienza equivaleva a rompere l’incantesimo.
Il punto è semplice: nessun farmaco, vaccino o tecnologia medica può disporre di dati che richiedono dieci anni se è in uso da uno o due. Non è una peculiarità dei vaccini Covid, ma un limite oggettivo della realtà. Il tempo non si può comprimere con comunicati stampa né aggirare con contratti governativi.
Quella frase metteva a nudo una contraddizione che molti preferivano non affrontare. Da un lato, prodotti sviluppati e autorizzati in tempi record, grazie a procedure emergenziali e a investimenti pubblici enormi. Dall’altro, una comunicazione che tendeva a presentare quei prodotti come se fossero arrivati al termine di un percorso lungo e consolidato, quando in realtà si trovavano all’inizio della loro storia clinica.
Moderna, va ricordato, prima della pandemia non aveva mai portato sul mercato un vaccino a mRNA. Il Covid ha cambiato radicalmente lo scenario: boom dei fatturati, centralità globale, un ruolo di primo piano nella gestione sanitaria mondiale. È quindi legittimo chiedersi se, in un contesto simile, il racconto pubblico non sia stato talvolta modellato più sulle esigenze di stabilità e consenso che su quelle della piena trasparenza.
Quando si dice che “i dati arriveranno col tempo”, non si sta descrivendo una prassi normale, come spesso è stato fatto credere. Nella pratica ordinaria, infatti, i farmaci arrivano sul mercato dopo molti anni di osservazione, spesso tra i cinque e i dieci anni, proprio per intercettare eventi rari e problemi che emergono solo nel medio periodo.
La sorveglianza successiva all’immissione in commercio esiste, certo, ma ha storicamente un ruolo complementare, non sostitutivo. Serve a rifinire, non a colmare vuoti.
Nel caso dei vaccini anti-Covid, invece, il rapporto tra tempo e diffusione è stato rovesciato. L’osservazione prolungata non ha preceduto l’uso di massa: l’uso di massa è diventato il mezzo attraverso cui ottenere quell’osservazione. È una differenza sostanziale, non semantica.
Non era mai accaduto che un prodotto farmacologico venisse somministrato a miliardi di persone mentre la sperimentazione necessaria per conoscere gli effetti a lungo termine non era stata ancora completata. Né era mai successo in un contesto di pressione sociale così intensa e con margini di scelta individuale così compressi.
Il mondo intero è stato trasformato in un laboratorio vivente, e la popolazione stessa è diventata parte di una sperimentazione su scala globale, che normalmente richiederebbe anni di studi controllati. Non c’erano protocolli chiusi o condizioni isolate: tutto avveniva nella vita reale, con età, patologie, richiami ravvicinati, interazioni con altri farmaci e fattori genetici e ambientali simultaneamente. Mai nella storia della medicina un esperimento simile era stato condotto su una scala così vasta e con così poche garanzie temporali.
Dire che “i dati arriveranno col tempo”, in questo caso, non descrive una normale fase di monitoraggio: descrive una scommessa sul futuro, accettata come necessaria, ma mai dichiarata per quello che era.
Il problema, quindi, non è la frase di Bancel. Quella è onesta. Il problema è tutto ciò che è venuto prima e dopo: il tentativo di far passare il dubbio come eresia, la prudenza come ostilità, le domande come disinformazione.
La scienza, quella vera, non funziona così. Vive di ipotesi, verifiche e tempi lunghi. Dire che servono dieci anni per capire cosa succede in dieci anni non significa essere “contro” qualcosa: significa riconoscere i limiti della conoscenza scientifica e rispettare il metodo necessario per ottenerla.
Ciò che colpisce davvero è la portata senza precedenti di questa sperimentazione: miliardi di persone coinvolte in uno studio globale prima che fosse possibile conoscere pienamente gli effetti a lungo termine. Questo è il fatto che dovrebbe scuotere, ben più di qualsiasi altra considerazione.


