La narrazione dominante presenta la povertà del Venezuela come il risultato esclusivo di corruzione e cattiva gestione interna. Questa lettura, ripetuta ossessivamente dai media occidentali, occulta un elemento centrale: il Venezuela è stato sottoposto per oltre vent’anni a un assedio economico progressivo guidato dagli Stati Uniti, con l’obiettivo di distruggere la sua autonomia politica e appropriarsi delle sue risorse energetiche.
Non si è trattato di un singolo embargo, ma di una strategia deliberata, graduale e sistematica.
Quando parliamo della povertà in Venezuela, c’è un sacco di gente che subito ti dice: “Eh, è colpa del governo, della corruzione, della cattiva gestione”. Ma se guardi la storia con un po’ di attenzione, ti rendi conto che quella spiegazione da sola non regge. Perché il Venezuela non è diventato povero per caso: è stato gradualmente impoverito da una pressione internazionale costante, guidata dagli Stati Uniti, che ha colpito soprattutto il petrolio, la risorsa che avrebbe potuto garantire ricchezza e stabilità al popolo venezuelano.
La strategia non è nuova. In Cile, negli anni Settanta, quando Allende provò a nazionalizzare il rame e a usare le risorse del paese per fini sociali, gli Stati Uniti non aspettarono a lungo: strangolarono l’economia, bloccarono i prestiti, crearono il caos, e alla fine arrivò il golpe. Lo stesso modello lo abbiamo visto con Iraq e Cuba e oggi in Iran: sanzioni pesantissime, blocco dei beni essenziali, fame e disperazione come strumenti di pressione.
Il Venezuela si inserisce in questa logica. Non è un caso isolato, ma un modello storico collaudato: un paese ricco di risorse che prova a restare indipendente viene prima sottoposto a una guerra economica prolungata, volta a indebolire lo Stato e creare disagio tra la popolazione, e quando questa strategia non basta, il governo viene rovesciato, spesso sfruttando il malcontento del popolo attraverso campagne politiche, pressioni internazionali, interventi diretti o azioni militari, trasformando così la crisi economica in uno strumento per giustificare un cambiamento di governo.
Negli ultimi vent’anni, le sanzioni contro il Venezuela non sono mai state “mirate” come dicono i giornali. Hanno cominciato con restrizioni finanziarie, blocchi di crediti, difficoltà ad accedere ai mercati internazionali, e poi sono arrivate le misure che hanno colpito direttamente il petrolio. Se pensi che il petrolio sia solo una materia prima, sbagli: è il cuore della sopravvivenza economica del Paese. Bloccare il petrolio significa bloccare lo Stato stesso, e questo significa che i civili pagano il prezzo più alto. Fino a milioni costretti a migrare, inflazione fuori controllo, mancanza di cibo e medicine. Non è un “effetto collaterale”, è un’arma.
E qui sta l’ipocrisia più grande: gli Stati Uniti parlano di “democrazia” e “diritti umani”, ma nella pratica il loro obiettivo è far crollare l’economia, creare caos e giustificare un cambio di regime. Quando governi allineati a Washington controllano le risorse, nessuno batte ciglio. Quando lo fa uno Stato indipendente, ecco che scatta l’embargo. Il Venezuela, con le sue immense riserve di petrolio, è colpevole solo di non voler piegarsi.
Insomma, la povertà venezuelana non è nata dal nulla. Non è solo responsabilità interna. È il risultato di vent’anni di assedio economico, di sanzioni progressive, di manipolazione globale, con l’obiettivo chiaro di punire chi sfida l’ordine imposto dalle superpotenze. Chi vuole davvero capire cosa è successo, deve vedere questo quadro completo: la fame, la miseria e l’esodo non sono fatalità, sono strumenti di pressione politica.
Il “peccato originale”: controllo sovrano del petrolio
Il vero punto di rottura arriva con Hugo Chávez alla fine degli anni ’90, quando il Venezuela decide di:
- riaffermare il controllo statale su PDVSA
- usare i proventi del petrolio per politiche sociali
- sottrarsi all’egemonia economica statunitense
Da quel momento, il Venezuela diventa un problema geopolitico, non per la sua democrazia, ma per il suo esempio: un paese con enormi risorse che rifiuta di piegarsi agli interessi di Washington.
Gli Stati Uniti non hanno mai tollerato governi che controllano autonomamente risorse strategiche, e il Venezuela non fa eccezione.
L’arma delle sanzioni
Già nei primi anni 2000 iniziano:
- restrizioni finanziarie informali
- isolamento nei mercati internazionali
- sabotaggio dell’accesso al credito
- sostegno politico a tentativi di destabilizzazione interna
Nel 2015, definire il Venezuela una “minaccia straordinaria” consente agli USA di trasformare la pressione politica in guerra economica aperta.
Dal 2017 in poi, le sanzioni finanziarie impediscono allo Stato di:
- rifinanziare il debito
- investire in infrastrutture
- mantenere la produzione petrolifera
Nel 2019 arriva il colpo finale: il blocco del petrolio, cioè la principale fonte di sopravvivenza del paese.
Parlare di “sanzioni mirate” è una falsificazione: quando colpisci petrolio, finanza e commercio estero, stai colpendo l’intera popolazione.
Il mito della “preoccupazione umanitaria”
Gli Stati Uniti affermano che le sanzioni servono a “difendere i diritti umani”.
Ma nella pratica:
- impediscono l’importazione di farmaci
- bloccano pagamenti per cibo
- congelano beni statali all’estero
- puniscono aziende terze che commerciano col Venezuela
Questa non è tutela dei diritti umani ma una punizione collettiva, una pratica vietata dal diritto internazionale ma normalizzata quando a esercitarla è una superpotenza occidentale.
La crisi umanitaria non è un effetto collaterale ma uno strumento di pressione politica.
Petrolio, potere e ipocrisia
Il Venezuela possiede le più grandi riserve petrolifere del pianeta.
Non è un dettaglio, è il cuore della questione.
Quando governi allineati a Washington controllano il petrolio, nessuno parla di autoritarismo.
Quando uno Stato sovrano lo usa per politiche redistributive e alleanze alternative, diventa improvvisamente un “regime da abbattere”.
Le sanzioni servono a:
- rendere ingestibile l’economia
- provocare caos sociale
- spingere la popolazione contro il governo
- giustificare un cambio di regime
È una strategia già vista in Iraq, Iran, Cuba.
Errori interni? Sì. Ma non raccontiamo favole
Il governo venezuelano ha responsabilità reali: corruzione, inefficienza, dipendenza dal petrolio.
Ma nessuna economia resiste a decenni di strangolamento finanziario, soprattutto quando dipende dalle esportazioni energetiche.
Attribuire tutto ai venezuelani mentre si ignorano:
- blocchi bancari
- congelamento di miliardi
- sabotaggi commerciali
non è analisi ma propaganda.
Conclusione: la povertà come arma geopolitica
Il Venezuela non è povero “nonostante” le sanzioni. È povero anche perché è stato deliberatamente impoverito. Vent’anni di embargo de facto, culminati nel blocco del petrolio, hanno trasformato un paese ricco di risorse in un esempio punitivo: chi non si allinea, paga con la fame.
Capire questo non significa difendere un governo.
Significa smascherare un sistema internazionale che usa l’economia come arma e chiama tutto questo “democrazia”.


