A New York un gruppo di esuli venezuelani è sceso in piazza sventolando bandiere a stelle e strisce e mostrando ritratti di Donald Trump. Credevano di celebrare la fine del potere di Nicolás Maduro, il presidente rapito in un operazione militare su ordine di Donald Trump.
La manifestazione nasce come una festa: cori per la “liberazione” del Venezuela, applausi all’America, immaginata come ultimo baluardo della libertà e della democrazia. Ma l’entusiasmo dura poco. Nel giro di poche ore la polizia interviene e la scena cambia radicalmente: uno dopo l’altro, tutti i manifestanti vengono arrestati dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE).
Il motivo sta nelle nuove e durissime leggi sull’immigrazione introdotte nel secondo mandato trumpiano. Secondo quanto riportato, i venezuelani avrebbero partecipato a eventi pubblici a sostegno delle azioni degli Stati Uniti in Venezuela, ma dopo gli assembramenti sarebbero stati intercettati dalle autorità per l’immigrazione che ne avrebbero verificato lo status legale. Privi di documentazione adeguata, sarebbero stati trattenuti e classificati come migranti irregolari, e pertanto dovranno affrontare un procedimento di espulsione.
Quelle stesse persone che avevano marciato proclamando fedeltà agli Stati Uniti vengono improvvisamente riclassificate come immigrati illegali, nonostante anni di lavoro, integrazione e domande d’asilo ancora pendenti. Le bandiere americane finiscono sull’asfalto, sostituite da fascicoli, manette e numeri di matricola.
Il paradosso tocca il suo apice con l’annuncio successivo: la deportazione verso le carceri di El Salvador, diventate il nuovo epicentro della detenzione di massa di immigrati irregolari. Prigioni sovraffollate, tristemente note per le condizioni estreme, pronte ora ad accogliere anche chi aveva creduto di aver trovato rifugio negli Stati Uniti.
Questa cronaca mette a nudo la fragilità dei diritti, quando la politica si alimenta di slogan e paure. Gli esuli, sospesi tra due mondi, diventano pedine sacrificabili: applaudite finché funzionali al racconto ideologico, scartate nel momento in cui smettono di esserlo.
In questa New York deformata, la libertà non è un valore universale, ma un privilegio revocabile. E la piazza, da spazio di speranza, si trasforma nell’anticamera della repressione. Quando il confine tra “noi” e “loro” diventa legge, nessuna bandiera è abbastanza grande da proteggere chi resta dall’altra parte.
Le organizzazioni per la difesa dei diritti dei migranti hanno avvertito che il caso mette in luce i doppi standard di Washington, che da un lato si presenta come difensore della libertà e della democrazia, e dall’altro criminalizza ed espelle coloro che sostengono anche solo le sue azioni all’estero.



vednuti traditori e pure fessi