Mentre l’Ungheria si dice pronta ad accogliere il presidente russo Vladimir Putin per un vertice con l’ex presidente statunitense Donald Trump a Budapest, si riaccendono i riflettori sul mandato d’arresto internazionale emesso dalla Corte Penale Internazionale (CPI) nei confronti del leader del Cremlino.
La Corte ha confermato all’ANSA che, nonostante eventuali decisioni di recesso da parte degli Stati membri, il mandato rimane pienamente valido. In particolare, ha precisato che “il recesso dallo Statuto di Roma ha effetto un anno dopo il deposito della notifica di recesso presso il Segretario generale delle Nazioni Unite, depositario dei trattati internazionali. Il recesso non ha alcun effetto sui procedimenti in corso o su qualsiasi questione già all’esame della Corte prima della data in cui il recesso ha avuto effetto.”
In altre parole, anche se un Paese decidesse di uscire dalla giurisdizione della CPI, ciò non lo esonera dal rispetto degli obblighi relativi ai procedimenti già avviati, incluso quello che riguarda Vladimir Putin.
Il mandato di cattura è stato emesso nel marzo 2023 per presunti crimini di guerra. Tuttavia, alcuni Paesi membri — tra cui l’Ungheria — hanno mostrato reticenza nell’esecuzione del mandato, sollevando questioni giuridiche e diplomatiche.
Nonostante ciò, la Corte sottolinea che “eseguire le decisioni esecutive della Corte è un obbligo giuridico e una responsabilità” per tutti gli Stati parte dello Statuto di Roma.
A rafforzare la tensione internazionale è intervenuta la dichiarazione del ministro degli Esteri ungherese Péter Szijjártó, che ha confermato l’intenzione del governo di garantire la sicurezza di Vladimir Putin in occasione del summit con Donald Trump: “Siamo pronti a creare le condizioni appropriate affinché i presidenti americano e russo possano tenere colloqui in condizioni di sicurezza e pace”, ha dichiarato in conferenza stampa.
Il vertice, di cui non è ancora stata fissata ufficialmente la data, potrebbe rappresentare un momento altamente simbolico, sia per la politica estera ungherese che per l’equilibrio internazionale.
L’eventuale arrivo di Putin in territorio ungherese solleva un’importante questione: l’Ungheria, in quanto Stato parte dello Statuto di Roma, sarebbe legalmente obbligata ad arrestarlo. Tuttavia, il governo di Viktor Orbán ha già in passato sollevato dubbi sulla validità del mandato, sostenendo che questo non sia eseguibile senza una riforma costituzionale.
Il caso mette in luce il delicato equilibrio tra diritto internazionale e interessi geopolitici: mentre la CPI insiste sulla centralità del principio di giustizia internazionale, alcuni governi preferiscono un approccio più pragmatico, orientato alla diplomazia.
Con l’avvicinarsi del vertice di Budapest, il mondo osserva con attenzione quale sarà la posizione definitiva dell’Ungheria — e le sue conseguenze sul piano legale e politico.



Questo articolo parla diligentemente dei risvolti giuridici del vertice di Budapest, ma, al di là delle patunie legali, quello che conta è la sostanza militare degli eventi. Una notizia censuratissima, ma fondamentale, è la seguente:
KHERSON STA PER CADERE. Le truppe russe sono già nella parte sinistra del fiume Dnepr, il che apre la strada per Odessa. Questo, E SOLO QUESTO, spiega la fretta di Trump per chiudere al più presto un accordo di pace. Ecco i riscontri:
https://tass.com/defense/2032087?ysclid=mgysvikbeq214519531
https://news-pravda.com/world/2025/10/19/1788061.html?ysclid=mgyrr6te4f412636241
se una decisione internazionale è stata violata da Israele per crimini
certi , non vedo perchè ci si scandalizzi per i presunti crimini russi.