Un dossier presentato all’Aia inchioda l’Italia: rapporti militari e sostegno politico a Israele nel mirino della giustizia internazionale. Si apre una fase senza precedenti nella storia della Repubblica.

Per la prima volta nella storia della Repubblica, un’intera compagine governativa italiana è stata denunciata alla Corte Penale Internazionale (CPI) con un’accusa gravissima: complicità in genocidio. Il caso è stato sollevato da una rete composta da parlamentari, giuristi e attivisti per i diritti umani, che puntano il dito contro il governo guidato da Giorgia Meloni, accusandolo di aver sostenuto consapevolmente e attivamente la campagna militare israeliana nella Striscia di Gaza, già oggetto di indagini internazionali per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.
La denuncia arriva nel momento in cui il conflitto tra Israele e Hamas ha prodotto una delle peggiori crisi umanitarie del XXI secolo, con oltre 67.000 vittime civili secondo fonti palestinesi, interi quartieri rasi al suolo, infrastrutture sanitarie sistematicamente colpite, e una popolazione ridotta alla fame e alla disperazione.
- Uno studio pubblicato su The Lancet stima che il numero reale di vittime sia significativamente più alto di quello ufficiale, perché molte morti non vengono registrate o avvenute per cause indirette (mancanza di cure, malattie, infrastrutture distrutte).
- Inchieste giornalistiche (tra cui The Guardian con +972 e Local Call) basate su database dell’esercito israeliano suggeriscono che fino all’agosto 2025, delle vittime totali palestinesi, l’83 % sono civili.
Chi accusa il governo e perché
La denuncia è stata presentata da Fabio Marcelli, giurista di lungo corso e dirigente del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR), già attivo in contesti di giustizia internazionale. Marcelli ha formalmente depositato un atto presso la CPI, con cui accusa:
- la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni
- il Ministro degli Esteri Antonio Tajani
- il Ministro della Difesa Guido Crosetto
- l’amministratore delegato di Leonardo S.p.A. Roberto Cingolani
L’accusa è precisa: aver fornito assistenza materiale, logistica e politica a uno Stato (Israele) impegnato in atti qualificabili come genocidari, secondo la definizione del diritto internazionale. Ciò avverrebbe attraverso la prosecuzione e il rafforzamento dei rapporti militari, la vendita di armamenti, l’addestramento congiunto e l’assenza di condanne ufficiali anche nei momenti di più evidente violazione dei diritti umani.
Il documento presentato è accompagnato da un dossier dettagliato, contenente:
- Tracciabilità di forniture militari dall’Italia verso Israele
- Memorandum di cooperazione tra aziende italiane e israeliane del settore difesa
- Dichiarazioni pubbliche di sostegno politico da parte del governo Meloni
- Cronologia delle principali operazioni militari israeliane a Gaza
- Rapporto tra tempistiche degli accordi militari e intensificarsi degli attacchi contro obiettivi civili
Il ruolo di Leonardo e delle industrie belliche italiane
Un punto chiave della denuncia riguarda il ruolo della società Leonardo S.p.A., colosso dell’industria militare a partecipazione statale. Leonardo è coinvolta da anni in programmi di cooperazione militare con Israele, tra cui la fornitura di sistemi radar, avionica, droni e tecnologie di puntamento di precisione.
Secondo gli estensori della denuncia, tali tecnologie potrebbero essere state impiegate nelle operazioni militari che hanno colpito sistematicamente scuole, ospedali e aree civili densamente popolate.
La responsabilità non è solo commerciale: il governo, azionista di riferimento di Leonardo, avrebbe avuto pieno controllo e consapevolezza della destinazione finale di tali strumenti. Non vi sarebbe, dunque, solo una corresponsabilità morale, ma una responsabilità politica diretta e potenzialmente penale.
La linea del governo Meloni: alleanza strategica e silenzio istituzionale
Fin dallo scoppio del conflitto a Gaza nel 2023, il governo italiano ha mantenuto una posizione saldamente filo-israeliana. Il Presidente Giorgia Meloni ha più volte ribadito il “diritto di Israele a difendersi”, senza però mai commentare pubblicamente le decine di migliaia di vittime civili, la distruzione di interi ospedali o le accuse della comunità internazionale.
A differenza di altri Paesi europei, l’Italia non ha ritirato gli ambasciatori, non ha sospeso le licenze di esportazione di armi, né ha chiesto indagini indipendenti sugli attacchi più gravi. Anzi, il governo ha continuato a sostenere economicamente e politicamente l’alleanza militare con Israele, presentandola come “strategica” in un contesto di sicurezza globale.
Questa linea politica è ora oggetto di valutazione da parte della giustizia internazionale.
La Corte Penale Internazionale ha ora il compito di decidere se aprire un’indagine preliminare. Se i giudici ritenessero la documentazione ricevuta sufficientemente fondata, si aprirebbe un procedimento formale. Questo potrebbe portare a:
- L’emissione di mandati di comparizione o arresto per alti funzionari italiani;
- Una crisi diplomatica con gli altri Paesi membri della CPI;
- La sospensione di accordi commerciali e militari con Paesi che non vogliono risultare complici;
- Una perdita di credibilità internazionale per l’Italia, allineata a Paesi sottoposti a procedimenti giudiziari internazionali.
Si tratterebbe di uno scenario mai visto per una democrazia occidentale firmataria dello Statuto di Roma.
Una questione aperta: la complicità delle democrazie
Al di là degli sviluppi giudiziari, il caso solleva una questione cruciale: fino a che punto un governo democratico può sostenere, direttamente o indirettamente, azioni militari che violano il diritto internazionale, senza diventare complice?
Nel caso in cui la CPI decidesse di procedere, si aprirebbe un precedente capace di ridefinire i rapporti tra responsabilità politica e diritto penale internazionale. Non si tratterebbe più solo di perseguire chi compie i crimini, ma anche chi li rende possibili, attraverso armi, tecnologia, finanziamenti, silenzio istituzionale o sostegno diplomatico.
La denuncia contro il governo Meloni alla Corte Penale Internazionale segna un momento spartiacque nella storia repubblicana. Per la prima volta, l’Italia potrebbe trovarsi a rispondere non solo sul piano politico o diplomatico, ma su quello penale, davanti a un tribunale internazionale chiamato a giudicare la complicità in uno dei crimini più gravi previsti dal diritto internazionale: il genocidio.
Nessuna decisione è ancora stata presa. Ma il solo fatto che una simile accusa venga formalmente avanzata, documentata e protocollata, è già un segnale chiaro: l’impunità non è più garantita nemmeno per le democrazie occidentali.



spero nella condanna anche se sara simbolica
PS il testo inizia da tutti i Paesi hanno diritto di difendersi ecc.
chiedo scusa per errore di invio
se fossi nei giudicanti indagherei sulla conoscenza o no del
tutti i Paesi hanno il diritto di difendersi,ma il controspionaggio Israeliano era a conoscenza o no delle intenzioni di Hamas ?
i partecipanti allora parlavano di concerto dirottato all’ ultimo
momento , spari da elicotteri senza badare a chi veniva colpito.
Si condanna giustamente il 7 ottobre inizio delle stragi ma erano prevedibili o no ? quindi io metterei in discussione anche i giornalisti e/o referenti di guerra .