L’ANSA ha diffuso — e i giornali hanno rilanciato senza fiatare — una notizia falsa. Non un errore di battitura, non un dettaglio marginale, ma una falsità sostanziale che muta radicalmente lo scenario politico e giuridico: secondo l’agenzia, le imbarcazioni della Global Sumud Flotilla starebbero dirigendosi verso le “acque territoriali di Israele”. È falso.
La Flotilla è diretta verso le acque di Gaza: non acque israeliane, ma acque palestinesi sottoposte a un blocco navale imposto da Israele. Presentarle come “territoriali israeliane” non è una svista: è propaganda. È un errore politico, non tecnico. È un modo per spostare l’asse del racconto e legittimare in partenza qualunque atto militare di Tel Aviv.

Perché questa bugia è clamorosa
Il punto dello scontro è Gaza, non Israele. La Flotilla non varca confini sovrani israeliani, non “invade”: sfida un blocco navale che, dal punto di vista del diritto, resta controverso e contestato. La differenza è abissale:
- chiamare quelle acque “territoriali israeliane” significa attribuire a Israele un diritto di sovranità che non ha, né gli è riconosciuto;
- significa tradurre in linguaggio giornalistico la posizione militare israeliana, cancellando la disputa giuridica e politica;
- significa orientare l’opinione pubblica a considerare “difesa legittima” ciò che in realtà è un atto di forza in acque palestinesi.
Non è questione di lessico: è questione di verità.
Gli Accordi di Oslo garantivano ai palestinesi di Gaza il diritto a 20 miglia nautiche dalla costa. Israele non ha mai rispettato quell’impegno: ha ristretto l’accesso e imposto con la forza il proprio controllo su quelle acque. Ma questo non significa che siano diventate sue: restano acque palestinesi, semplicemente occupate militarmente.
Cosa dicono le fonti serie
Chiunque si prenda la briga di leggere le cronache di Haaretz, Al Jazeera o Times of Israel lo vede chiaramente: si parla di intercettazioni, di sequestri, di trasferimenti forzati verso Ashdod, di possibili affondamenti e di deportazioni degli attivisti. Tutto, fuorché un’operazione “nelle acque israeliane”. Nessuno, fuori dalla propaganda ufficiale, trasforma la zona del blocco in “territorio israeliano”.
L’ANSA sì. Ed è qui la gravità: non ha riportato una dichiarazione israeliana citandola come tale, ma l’ha fatta propria, inserendola nel corpo della notizia come se fosse un dato di fatto. Ha sostituito il linguaggio della cronaca con il linguaggio della propaganda.
Cosa dovrebbe fare un’agenzia che pretende autorevolezza
- Rettifica immediata e visibile. Non una nota a piè di pagina, non un inciso nascosto: un titolo nuovo, che dica la verità senza infingimenti. “Flotilla diretta verso le acque di Gaza; Israele pronta a intercettare”. Punto.
- Trasparenza sulle fonti. Se la formula arriva dall’IDF, va citata tra virgolette, con chiarezza, spiegando che si tratta di una posizione israeliana, non di un dato oggettivo.
- Spiegare il quadro giuridico. È compito minimo di un giornalismo serio chiarire ai lettori la differenza tra acque territoriali, acque internazionali e acque sottoposte a blocco militare. Non farlo significa confondere deliberatamente.
- Proteggere i lettori dalla manipolazione. Chi legge ha diritto a un’informazione che distingua tra fatti e narrazioni militari, non a un notiziario che scambia dichiarazioni di guerra per geografia.
La questione vera
La domanda è semplice: ANSA vuole informare o confondere? Vuole contribuire a chiarire o preferisce diventare megafono di una potenza militare?
Perché un errore di questa portata non è neutrale. Non stiamo parlando di precisione stilistica: stiamo parlando di una scelta che, piegando il linguaggio, piega anche la realtà. Definire “territoriali israeliane” le acque di Gaza equivale a riscrivere la mappa a favore dell’occupante.
Quando un’agenzia come ANSA accetta di trasformare la propaganda in notizia, si assume una responsabilità pesante. Non solo deforma l’informazione, ma contribuisce a legittimare atti che potrebbero configurarsi come crimini: intercettare, sequestrare, deportare civili in acque non riconosciute come proprie.
Ecco perché la rettifica non è un dettaglio. È una scelta politica. O si corregge apertamente, riconoscendo l’errore, o si diventa complici di una narrativa che giustifica l’uso della forza contro civili.
La disinformazione non nasce solo dalle fake news costruite ad arte: nasce anche dalle parole usate con leggerezza da chi dovrebbe garantire rigore. Ma quando quelle parole non sono semplicemente imprecise, bensì fanno il gioco di una potenza militare, allora non si tratta più di un inciampo. Si tratta di complicità.
Se l’ANSA vuole davvero essere un’agenzia di riferimento, deve avere il coraggio di ammettere l’errore e correggere ad alta voce.



ormai le notizie sono piu’ false che reali, ma la popolazione finalmente
ha imparato a discernere chi fa propaganda e chi invece fa il suo
dovere di giornalista / presentatore /politico.
Il destino della Palestina sta in parte nelle mani dei popoli che
manifestano sulle piazze in quanto i governi temono il collasso.
Lunga vita ai dimostranti con l’impegno di isolare gli infiltrati.