ATRAZINA…. Nel 86 si scoprì che i livelli di atrazina nelle acque di tutta Italia erano 10 volte superiore ai limiti fissati dalla direttiva Cee e dalla legge italiana. Tuttavia non c’era soluzione e tempo da perdere così l’allora ministro Donat Cattin decise di risolvere il tutto alzando i limiti massimi e facendo diventare l’avvelenamento da atrazina a norma di legge. La teratogenicità di questa sostanza, cioè i danni che produce su embrioni e feti era già conosciuta. L’atrazina è nota per la sua influenza sugli ormoni è in grado di trasformare i maschi in femmine e le femmine in maschi.

ROMA Nel 1992 dovrebbero essere aboliti i confini europei, ma per il momento tra Roma e Strasburgo la distanza cresce. La Cee ha approvato una direttiva per assicurare la qualità dell’ acqua che esce dal nostro rubinetto? E noi, dopo aver approvato la legge, l’ abbiamo messa in cantina, sepolta sotto una pioggia di eccezioni provvisorie. Che il concetto di provvisorietà sia piuttosto relativo lo ha dimostrato ieri il ministro della Sanità Carlo Donat Cattin, prorogando sempre in maniera rigorosamente temporanea l’ innalzamento dei valori di pesticidi ammessi negli acquedotti.
E’ dal giugno ‘ 86, da quando cioè le Usl hanno fatto i primi accertamenti scoprendo che mezza Italia beveva allegramente acqua all’ atrazina, che si va avanti in questo modo. Tra proroghe, accuse, denunce, polemiche tra esperti, sono passati quasi due anni e l’ unico provvedimento concreto adottato è stato un agile colpo di penna che ha spostato una virgola.
Il valore massimo di atrazina un diserbante sospettato di danneggiare il Dna consentito dal Parlamento italiano è 0,1 microgrammi litro. L’ ordinanza di Donat Cattin ha generosamente legittimato fino alla fine dell’ 88 una dose dieci volte superiore.
Qualcosa di meglio è stato fatto per altri parenti stretti dell’ atrazina: per il molinate l’ aumento è stato di quaranta volte, per il bentazone di 165. I valori indicati rappresentano comunque un ritocco verso il basso dei limiti precedentemente adottati da Donat Cattin. Il ministro inoltre ha confermato il divieto di uso di queste sostanze in tutte le aree in cui si registrano nelle acque residui superiori a 1 microgrammo per l’ atrazina, 3,5 per il molinate e 15 per il bentazone.
Alle Regioni infine è data la possibilità di adottare limiti più cautelativi. Al ministero della Sanità, dunque, parlano di uno sforzo per risolvere la situazione riducendo progressivamente l’ uso dei pesticidi. Ma la cronaca degli ultimi due anni racconta fatti diversi. Del piano Pandolfi, annunciato con grande enfasi come il rimedio contro l’ abuso della chimica in agricoltura, è rimasto ben poco. Anche qui una bella serie di rinvii, questa volta per l’ attuazione del quaderno di campagna, l’ anagrafe dei pesticidi bloccata dall’ opposizione delle associazioni dei coltivatori.
I tecnici di Donat Cattin giustificano ora il provvedimento ricordando che il ministero si è attenuto alle decisioni di una commissione di tecnici che a sua volta ha tenuto conto delle indicazioni dell’ Organizzazione mondiale di sanità (Oms). Ma altri studiosi contestano questa scelta spiegando che i valori indicati dall’ Oms riguardano la pericolosità dei singoli prodotti ma non calcolano le sinergie tra i diversi inquinanti.
E leggendo il rapporto Bruntland, uno studio dell’ Onu appena uscito in edizione italiana, si scopre che solo per il 10 per cento dei fitofarmaci in circolazione esistono i dati indispensabili alla valutazione dei rischi. E così i verdi hanno deciso di denunciare Donat Cattin e di ricorrere al Tar del Lazio. I parlamentari del sole che ride ipotizzano la violazione degli articoli di legge che puniscono chiunque distribuisca acque avvelenate, corrotte o adulterate e chi non ostacola tale distribuzione. Si vuol far scomparire con un colpo di bacchetta magica il problema di un consumo di pesticidi che in Italia nel 1985 è stato di 166 mila tonnellate, il terzo nel mondo, accusa Anna Donati, del gruppo verde.
Uno studio conferma il legame tra l’erbicida atrazina e i problemi di riproduzione

Un nuovo studio internazionale conferma che l’esposizione all’elemento chimico atrazina provoca una disfunzione riproduttiva negli animali. Presentando il loro studio su The Journal of Steroid Biochemistry and Molecular Biology, scienziati provenienti da Asia, Europa e Nord e …
Un nuovo studio internazionale conferma che l’esposizione all’elemento chimico atrazina provoca una disfunzione riproduttiva negli animali. Presentando il loro studio su The Journal of Steroid Biochemistry and Molecular Biology, scienziati provenienti da Asia, Europa e Nord e Sud America hanno esaminato le prove di un legame tra l’esposizione a questo erbicida usato in oltre 60 paesi in tutto il mondo e i problemi di riproduzione nei mammiferi, negli anfibi, nei pesci e nei rettili.
Gli Stati Uniti in particolare riferiscono un alto uso di atrazina: se ne usano oltre 75 milioni di libbre per varie colture tra cui il grano. Questo erbicida è anche il pesticida più comunemente rilevato come contaminante di falde idriche, acque superficiali e persino della pioggia negli Stati Uniti. Ai fini di questa relazione, il team ha valutato studi che collegavano l’esposizione all’atrazina a livelli androgeni anormali nei mammiferi, negli anfibi, nei pesci e nei rettili, accanto a studi che legano l’esposizione all’atrazina alla “femminilizzazione” dei genitali maschili in vari animali.
I loro risultati mostrano che non meno di 10 studi hanno trovato che l’esposizione all’atrazina provoca effettivamente la femminilizzazione dei maschi di rana. In alcuni casi, il sesso dell’animale viene addirittura invertito.
Il professor Val Beasley dell’Università dell’Illinois a Urbana-Champaign negli Stati Uniti, uno degli autori dello studio, e il suo team hanno scoperto che le rane maschio che erano venute in contatto con l’atrazina in natura presentavano un rischio più alto di avere tessuto genitale sia maschile che femminile rispetto alle rane che vivono in un ambiente privo di questo erbicida.
Citando uno studio del 2010 condotto da Tyrone Hayes dell’Università della California, Berkeley negli Stati Uniti, il professor Beasley dice:
“L’esposizione all’atrazina nelle rane è stata legata a maschi genetici che diventano femmine e funzionano come femmine, e questo avviene a concentrazioni non altissime. Sono concentrazioni che si trovano nell’ambiente. Questa recente relazione mette in luce il disturbo della funzione ormonale e dello sviluppo sessuale riportato negli studi di vari animali e persino in cellule umane esposte a questo erbicida. I risultati confermano che l’esposizione all’atrazina provoca varie modifiche compresi cambiamenti dell’espressione dei geni coinvolti nella segnalazione ormonale, interferenze con la metamorfosi, inibizioni di enzimi fondamentali che regolano la produzione di estrogeni e androgeni e l’impatto sul normale sviluppo riproduttivo e sul funzionamento di maschi e femmine.
“Una delle cose che sono diventate evidenti scrivendo questo articolo è che l’atrazina funziona attraverso una serie di meccanismi diversi,” dice il professor Hayes, autore principale della relazione.
“È stato dimostrato che aumenta la produzione di cortisolo (ormone dello stress). È stato dimostrato che inibisce enzimi fondamentali per la produzione di ormoni e aumenta quella di altri enzimi. È stato dimostrato che in qualche modo impedisce all’androgeno di legarsi al suo recettore.”
Dice il professor Beasley:
“Il cortisolo è una risposta non-specifica allo stress cronico. Ma gli animali selvatici negli habitat di oggi sono stressati per la maggior parte del tempo. Sono stressati perché i pochi habitat rimasti sono sovraffollati. Sono stressati perché non c’è abbastanza ossigeno nell’acqua perché non ci sono abbastanza piante nell’acqua (un’altra conseguenza dell’uso dell’erbicida). Sono stressati a causa di altri contaminanti presenti nell’acqua. Il rilascio di cortisolo a lungo termine li fa diventare immunosoppressi.”
Anche se alcuni studi non mostrano questi effetti o altri effetti dell’esposizione all’atrazina, gli studi non sono tutti uguali.
“Ci sono diverse specie, diversi tempi di esposizione, diverse fasi di sviluppo e diversi ceppi in una specie,” sottolinea il professor Beasely
Il professor Hayes conclude:
“Spero che questo stimolerà i politici a esaminare tutti i dati e porsi interrogativi ad ampio respiro. Vogliamo queste cose nel nostro ambiente? Vogliamo – sapendo quello che sappiamo – che i nostri bambini bevano queste cose? Penso che la risposta sia no.”
Hanno contribuito a questo studio scienziati provenienti da Argentina, Belgio, Brasile, Canada, Croazia, Giappone, Regno Unito e Stati Uniti.
Per maggiori informazioni, visitare: The Journal of Steroid Biochemistry and Molecular Biology: http://www.journals.elsevier.com/the-journal-of-steroid-biochemistry-and-molecular-biology/ University of Illinois: http://www.uillinois.edu/
Nonostante tutto quello che sappiamo oggi, si continua a produrla e venderla
