Enoch Burke, insegnante irlandese, è stato nuovamente incarcerato dopo aver già trascorso oltre 560 giorni in detenzione in più periodi, per aver violato un ordine della Corte che gli vietava di presentarsi alla Wilson’s Hospital School, nella contea di Westmeath.
La vicenda ha suscitato clamore internazionale, non per un comportamento violento o illegale, ma per la gestione estrema di una situazione in cui la normalità è stata trattata come un reato.
Nel 2022, Burke insegnava presso l’istituto quando uno studente ha chiesto di essere chiamato con il pronome “loro” e un nuovo nome. Il professore si è limitato a utilizzare il pronome corretto secondo la sua concezione biologica e a rivolgersi allo studente con il nome registrato, secondo le norme della scuola e la sua coscienza. Non c’era alcuna aggressione, insulto o violenza: semplicemente, l’insegnante ha seguito ciò che riteneva normale. Eppure, la reazione della scuola è stata immediata e severa: sospensione, procedimento disciplinare e successivo ricorso alla Corte.
L’Alta Corte irlandese ha emesso un ordine che vietava a Burke di recarsi nei pressi della scuola. Secondo la sentenza, il signor Burke è stato licenziato per grave condotta scorretta derivante dal suo rifiuto di obbedire a un’istruzione della scuola secondo cui un alunno transgender doveva essere chiamato “loro“
Per ogni violazione, l’insegnante è stato incarcerato. Il giudice ha affermato che il signor Burke era rimasto all’ingresso della scuola per diversi giorni all’inizio di novembre.
“Non ho dubbi che le azioni del signor Burke abbiano causato una crisi tra gli alunni della scuola, gli insegnanti e il consiglio di amministrazione… Invece di concentrarsi sul nobile compito di educare i giovani di domani, devono vedersela con il signor Burke e le sue buffonate.” ha affermato il giudice.
Il paradosso è evidente: un docente viene punito per aver rispettato la realtà biologica e sociale, mentre chi pretende una definizione personale della propria identità riceve protezione totale dalle istituzioni. Se domani qualcuno decidesse di autodefinirsi ‘lampadario’ e pretendesse di essere chiamato così, chi si rifiutasse verrebbe arrestato? La logica sottostante appare grottescamente arbitraria.
La vicenda di Burke mette in luce un problema più ampio: le scuole e le istituzioni sembrano aver adottato un approccio ideologico che penalizza la coerenza e il buon senso, sostituendo il dialogo con punizioni e procedimenti legali. Non si tratta di attaccare le istituzioni o le leggi, ma di criticare un sistema che trasforma la normalità in un comportamento criminale e che sembra più interessato a imporre conformità ideologica che a gestire in maniera equilibrata i conflitti educativi.
In questo contesto, la Wilson’s Hospital School e le autorità giudiziarie non solo hanno fallito nel trovare un compromesso, ma hanno scelto di perseguire un insegnante per aver fatto ciò che in ogni altra scuola sarebbe considerato semplicemente normale. Il caso solleva quindi interrogativi fondamentali sul ruolo delle istituzioni nell’educazione: fino a che punto l’ideologia può sostituire il buon senso?


