Un anno fa, alle prime luci dell’alba del 23 marzo 2025, a Rafah nel sud della Striscia di Gaza, un convoglio di mezzi di soccorso è stato investito da una raffica di armi da fuoco. Nell’attacco sono stati uccisi 15 operatori sanitari e soccorritori palestinesi, tra paramedici, medici e volontari della difesa civile. Le vittime appartenevano alla Palestine Red Crescent Society, alla difesa civile locale e includevano anche un dipendente di un’agenzia delle Nazioni Unite.
I loro mezzi — ambulanze chiaramente contrassegnate, un camion dei vigili del fuoco e una jeep delle Nazioni Unite — erano in missione di soccorso su chiamata, diretti verso civili feriti in seguito a bombardamenti nella zona.
Nei giorni successivi all’attacco, i corpi dei soccorritori furono ritrovati seppelliti in una “fossa comune”, insieme ai veicoli crivellati di proiettili. La scena fu definita da più organizzazioni umanitarie come uno dei più gravi attacchi contro personale medico in tempo di guerra degli ultimi anni.
Fin dai primi momenti, la dinamica dei fatti fu al centro di un acceso dibattito. L’esercito israeliano — le Forze di Difesa Israeliane (IDF) — inizialmente dichiarò che i veicoli non erano stati identificati correttamente e che alcuni “avanzavano in modo sospetto” verso le proprie linee, insinuando potenziali rischi per i soldati.
Nelle settimane successive all’attacco, video e immagini raccolti da giornalisti e investigatori indipendenti — compreso materiale recuperato dai telefoni dei paramedici uccisi — hanno confermato che le ambulanze avevano le luci d’emergenza accese e le insegne chiaramente visibili quando furono colpite. Le testimonianze dei sopravvissuti e dei testimoni oculari descrivono scene di drammatica violenza: alcuni soccorritori furono colpiti mentre erano già feriti, incapaci di muoversi o difendersi, e imploravano aiuto in mezzo ai veicoli danneggiati e alla polvere della strada.
In risposta a queste prove, le autorità israeliane furono costrette a rivedere la loro versione dei fatti, ammettendo formalmente che i mezzi erano contrassegnati e negando però che ci fosse stato un intento deliberato di colpire personale umanitario.
Organizzazioni internazionali come Amnesty International, Croce Rossa Internazionale e l’Ufficio dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani hanno chiesto indagini indipendenti, denunciando l’attacco come una violazione del diritto internazionale umanitario.
Forensic Architecture e Earshot hanno ricostruito la dinamica dell’assalto, stimando che contro il convoglio siano stati sparati centinaia di colpi, un volume di fuoco tale da far parlare alcuni esperti di azione intenzionale, ben oltre un semplice errore sul campo.
hanno sottolineato la necessità di chiarire le circostanze dell’attacco e di garantire responsabilità per le uccisioni di soccorritori inermi. Parallelamente, indagini approfondite condotte da istituti come Forensic Architecture e Earshot hanno stimato che contro il convoglio siano stati sparati centinaia di colpi, configurando per alcuni esperti un attacco ben oltre un semplice errore sul campo, evidenziando l’urgenza di chiarire le circostanze dell’attacco e di assicurare alla giustizia i responsabili della morte dei soccorritori inermi.
Oggi, a distanza di un anno, il ricordo delle 15 vite spezzate continua a risuonare come monito: non solo sulla ferocia della guerra, ma sulla necessità di proteggere chi rischia tutto per salvare gli altri. La richiesta di verità e giustizia, infatti, è tutt’altro che sopita.


