Secondo più fonti di intelligence citate dal New York Times, il capo del Mossad, David Barnea, nei giorni immediatamente precedenti l’avvio dei combattimenti avrebbe presentato al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu un’analisi che andava oltre la pura logistica militare: secondo quell’analisi la leadership dell’intelligence israeliana poteva, attraverso operazioni mirate, stimolare e guidare l’opposizione interna in Iran, generando un’ondata di proteste tali da far crollare il governo teocratico. Queste previsioni vennero discusse anche a Washington e – secondo le fonti – avrebbero aiutato Netanyahu a convincere il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, della “fattibilità” di un cambiamento di regime attraverso un conflitto aperto.
Il ragionamento alla base di questa strategia combinava colpi mirati all’apparato militare e politico di Teheran con l’idea che un’ampia opposizione interna avrebbe potuto diventare un fattore decisivo. In pratica, il piano prevedeva che dopo la morte o l’arresto dei principali leader iraniani, compresi membri dell’apparato religioso e dei Guardiani della Rivoluzione, l’opposizione – già presente e attiva in diverse parti del paese – si sarebbe amplificata fino a provocare un crollo interno del governo.
Questa linea di pensiero ha giocato un ruolo importante nella costruzione della narrativa politica e militare che ha portato all’attacco del 28 febbraio scorso. Trump stesso, nelle settimane precedenti, aveva parlato apertamente di un possibile “regime change” e aveva esortato gli iraniani a prendere in mano il proprio destino una volta che l’apparato di comando fosse stato indebolito dall’azione militare.
Tuttavia, il corso degli eventi non ha seguito questa previsione. Nonostante gli sforzi congiunti di Israele e Stati Uniti – incluse operazioni su vasta scala contro infrastrutture strategiche e leader politici – le manifestazioni di piazza in Iran non si sono trasformate in una rivolta di massa in grado di destabilizzare il governo, né è arrivata una spinta interna decisiva che ne abbia accelerato il cambiamento. I potenti apparati di sicurezza e di controllo sociale iraniani hanno, finora, mantenuto il controllo.
Il fallimento di questa componente del piano ha generato frustrazione tra alcuni leader della coalizione di guerra e ha aperto un dibattito interno sulle basi stesse della strategia militare. Secondo alcuni resoconti, anche all’interno delle agenzie di intelligence statunitensi e israeliane c’erano già dubbi sulla realistica possibilità di causare un’insurrezione su vasta scala con operazioni esterne.
In definitiva, la guerra in corso ha dimostrato una profonda divisione tra l’obiettivo dichiarato – il cambio di regime attraverso un’azione combinata esterna e interna – e la realtà dei fatti: le proteste in Iran continuano in varie forme, ma non hanno portato a un’inversione di potere politica, e il governo di Teheran resta saldo, seppure sotto pressione militare e internazionale.
Questa dinamica ha completamente ribaltato la percezione della guerra: persino lo stesso Trump, che all’inizio sosteneva che il conflitto si sarebbe risolto rapidamente, ha dovuto confrontarsi con la realtà. L’idea di una guerra lampo seguita da una rapida transizione politica interna all’Iran si è trasformata in uno scenario di conflitto prolungato, con resistenza imprevista, impatti globali e costi politici e militari enormi, evidenziando quanto siano stati vani e irrealistici i suoi piani iniziali.



aggiungo come già ribadito in passato qualsiasi accordo qualsiasi rinuncia ma che l’Iran non commetta l’errore di limitare o cedere il programma missilistico se la nato si è defilata se i paesi arabi non hanno attaccato se trump sta provando a giungere ad un accordo evidentemente i missili che in queste settimane sono piovuti un po in tutto il medio-oriente hanno avuto il loro peso immaginate un Iran senza missili non durebbere una sola settimana
in questo momento si sta parlando di pace e accordo sempre che trump non cambi idea di nuovo se le cose andassero così il fronte occidentale farebbe una figura davvero di m**da infatti erano partiti in pompa magna parlando di ritorno di pallavi leone ruggente/risorgente popolo iraniano che insorge ed altre fantasie per ottenere invece nulla lo stato Iraniano ne uscirebbe rafforzato ed ancora più unito al suo popolo mentre pallavi resta nel posto a lui più adatto ovvero esiliato negli usa senza corona resta l’amaro in bocca sia ai trotkisti che speravano in uno stato dove fare il gay pride ai sionisti ma sopratutto a quei ridicoli europeisti/atlantisti che sparlano di nato che batterebbe la russia con un braccio legato e invece di fronte alla pronta risposta iraniana si sono trovati a dover scendere a patti dopo nemmeno un mese di guerra personalmente sempre che gli avvenimenti non prendano un altra piega sarebbe una logica e giusta batosta per sionisti europeisti ed atlantisti che dovranno rimandare i loro sogni di gloria il mondo attualmente resta tripolare con russia cina e usa