Donald J. Trump, attuale presidente degli Stati Uniti, è diventato il primo presidente nella storia americana a essere condannato in un processo penale. La condanna riguarda 34 capi d’imputazione per falsificazione di documenti aziendali, tutti legati a pagamenti fatti per mantenere il silenzio su fatti accaduti prima delle elezioni del 2016.
La ricostruzione
Tutto ebbe inizio prima delle elezioni presidenziali del 2016. Stephanie Clifford (nome d’arte Stormy Daniels), allora 27enne, modella di Playboy, prima attrice e poi regista di film per adulti, incontrò Donald Trump a un torneo di golf a Lake Tahoe nel 2006. “Era vecchio quanto mio padre, o forse più vecchio”, racconta l’attrice. “È stato un breve incontro”, aggiunge.

All’epoca, di Donald Trump sapeva molto poco: era a conoscenza solo del fatto che giocasse a golf e che fosse il conduttore di un reality show televisivo, Celebrity Apprentice.
Quando Trump la accolse nella suite dell’albergo, dove l’aveva invitata a cena, indossava un pigiama. La scelta dell’abbigliamento colpì Daniels, che reagì con ironia prendendolo in giro: «Mr Hefner sa che gli ha rubato il pigiama?». La battuta faceva riferimento a Hugh Hefner, il fondatore di Playboy, celebre per indossare pigiami e vestaglie di seta anche in pubblico.
Daniels racconta che fu lei stessa a chiedere a Trump di cambiarsi prima della cena. Trump non si oppose alla richiesta e si allontanò per cambiarsi. Poco dopo tornò nella stanza indossando pantaloni e camicia, dando così inizio alla cena nella suite.
Trump le fece domande sulla come era cresciuta, come avesse iniziato a lavorare nell’industria dei film per adulti, passando dal ruolo di attrice a quello di regista. “Tu mi ricordi mia figlia, lei è bella e intelligente e anche lei viene sottostimata dalla gente”, le disse Trump riferendosi ad Ivanka.
Ad un certo punto – secondo il resoconto di Daniels – si parlò anche di Melania Trump, che Trump aveva sposato l’anno precedente e che in quel momento era incinta. Guardando delle foto, Daniels disse che era molto bella, mentre Trump affermò: “Non dormiamo nemmeno nella stessa stanza”.
Daniels racconta che, dopo la cena, andò in bagno e quando uscì trovò Trump “nel letto, in maglietta e mutande”.
«Ho sentito il sangue gelarsi», racconta la donna. «Ho pensato: “Mio Dio, come ho potuto non capire una cosa del genere”», spiegando che, a quel punto, le intenzioni di Trump «erano abbastanza chiare».
Daniels provò a dire che avrebbe voluto andare via, ma lui “si è alzato e si è messo tra me e la porta, non in modo minaccioso”, aggiunge sottolineando comunque che “c’era una situazione di squilibrio di potere, lui era più grande e mi bloccava la via. Non mi sono sentita minacciata – ripete – né verbalmente, né fisicamente”.
La donna non ricorda bene quello che è successo dopo: “La cosa che mi ricordo è che ero sul letto”, senza vestiti e scarpe, nella “posizione del missionario”. Una volta finito il rapporto, “sono andata via il più veloce possibile, era molto difficile mettermi le scarpe perché mi tremavano le mani”.
“Ho detto a molte persone di essere andata nella sua stanza per incontrarlo, ma la parte del rapporto sessuale l’ho raccontata a pochi amici stretti”, dice la donna.
Pagamento per il silenzio
Nell’ottobre del 2016, scoppiò lo scandalo provocato dalla pubblicazione del famoso “Access Hollywood tape”, il fuori onda di uno show televisivo in cui si sente Trump parlare in termini volgari ed offensivi del modo in cui approccia le donne, Daniels venne a sapere dell’interesse di Trump di pagare per la sua storia in cambio di un accordo di riservatezza.
La storia, se fosse venuta alla luce, avrebbe potuto devastare la campagna elettorale di Trump. Per evitare che la vicenda emergesse, il suo avvocato Michael Cohen organizzò un pagamento di circa 130.000 dollari, assicurando a Daniels che non avrebbe mai parlato pubblicamente.
Per coprire la vera natura della spesa, i soldi furono registrati falsamente nei conti dell’azienda: nelle fatture e nei registri contabili il pagamento appariva come “spese legali” o altri costi aziendali ordinari, nascondendo così il reale motivo del trasferimento di denaro. Questo inganno contabile permetteva di far sembrare tutto legittimo.
Nel corso del processo emerse che, oltre ai 130.000 dollari iniziali, Trump aveva rimborsato Cohen con ulteriori assegni e registrazioni per coprire tasse, spese legali e altri dettagli legati al pagamento. Sommando tutto, l’ammontare totale rimborsato si aggirava intorno ai 420.000 dollari, tutti registrati in maniera intenzionalmente falsa nei libri dell’azienda.
I 34 capi d’accusa
Tutti i 34 capi d’accusa riguardano “falsificazione aggravata di documenti aziendali”. Non si tratta di reati diversi tra loro, ma di 34 documenti falsificati distinti:
- Fatture emesse dall’avvocato Michael Cohen
- Voci nei registri contabili del Donald J. Trump Revocable Trust
- Assegni e stubs di pagamento dal conto personale o trust di Trump
Ogni documento falsificato rappresenta un capo d’accusa. In sostanza, Trump è stato accusato di aver mentito sui documenti dell’azienda per coprire il vero motivo del pagamento.
La sentenza
Nel maggio 2024, un tribunale di New York ha emesso la sentenza nei confronti di Donald J. Trump, dichiarandolo colpevole di 34 capi d’accusa per falsificazione aggravata di documenti aziendali. Secondo la corte, Trump aveva deliberatamente falsificato documenti contabili per nascondere la reale natura dei pagamenti, facendo apparire le spese come se fossero legittime transazioni aziendali. Questi reati erano legati ai pagamenti effettuati per garantire il silenzio di Stormy Daniels prima delle elezioni presidenziali del 2016.
Nonostante la condanna, il giudice ha deciso di non imporre né pena detentiva né multe immediate. La decisione si basa su diversi fattori: si tratta della prima condanna penale per Trump, i reati hanno una natura economica, e i pagamenti in sé non erano illegali, ma erano stati semplicemente registrati in modo falso nei documenti contabili. La sentenza, comunque, rimane registrata sulla fedina penale dell’ex presidente, segnando un fatto storico senza precedenti nella storia americana, perché riguarda un presidente in carica condannato in un processo penale. Pur non avendo effetti immediati sulla sua libertà personale, la sentenza rappresenta un segno simbolico molto rilevante nel contesto politico e legale degli Stati Uniti.


