La politica estera non si fa solo nei palazzi del potere, ma a volte nasce nei salotti di casa, forgiata da legami personali così profondi da offuscare il confine tra interesse nazionale e affari di famiglia.
Il rapporto tra Jared Kushner, genero del presidente statunitense Donald Trump, e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu affonda le radici ben prima dell’ascesa politica di entrambi, costituendo un legame personale e familiare che ha avuto ripercussioni significative sulla politica mediorientale degli Stati Uniti durante l’amministrazione Trump.
La famiglia Kushner, prominente nella comunità ebraica ortodossa americana, ha da decenni rapporti stretti con il mondo politico israeliano. Il patriarca Charles Kushner, influente promotore immobiliare e filantropo, profondamente impegnato nella causa sionista, fu tra i principali sostenitori delle cause ebraiche e di Israele negli Stati Uniti.
Negli anni Novanta, quando Netanyahu era ancora una figura emergente della politica israeliana, era solito frequentare la casa della famiglia Kushner nel New Jersey durante i suoi viaggi a New York. In quelle occasioni, un giovanissimo Jared Kushner conobbe Netanyahu. Secondo fonti vicine alla famiglia, Netanyahu dormì più volte nella stanza di Jared, mentre il ragazzo si trasferiva temporaneamente in un’altra stanza per fare spazio all’ospite illustre.
Questo aneddoto testimonia non solo un rapporto di stima reciproca, ma una vicinanza quasi familiare. Per il piccolo Jared, Netanyahu era un eroe, un amico di famiglia la cui lotta per la sicurezza di Israele era celebrata e condivisa. Questa esposizione precoce ha plasmato la sua percezione del conflitto in modo indelebile, forgiando una lente attraverso cui avrebbe visto l’intera questione palestinese non tanto come una lotta nazionale per l’autodeterminazione, ma come una minaccia esistenziale per un amico di famiglia e per lo Stato che rappresentava.
Dall’Intimità all’Influenza: Il Passaggio di Testimone alla Casa Bianca
La relazione tra Netanyahu e i Kushner non è rimasta un semplice fatto privato. Durante la presidenza Trump (2017–2021), Jared Kushner, nonostante la totale mancanza di esperienza diplomatica, ha giocato un ruolo cruciale come consigliere senior della Casa Bianca, con delega su dossier strategici, tra cui il processo di pace israelo-palestinese e le relazioni con il Medio Oriente.
Questa transizione ha distorto la dinamica in modo significativo. I legami personali hanno preso il posto del necessario distacco diplomatico. I critici sostengono che Kushner non stesse negoziando con Israele; stesse collaborando con “Bibi”. La loro sintonia, basata su una visione pragmatica, securitaria e orientata al rafforzamento del ruolo di Israele nella regione, ha influenzato direttamente le scelte geopolitiche degli Stati Uniti.

Il Piano per la Pace del 2020: Architettura di una Soluzione Unilaterale
Il culmine di questa collaborazione fu il“Piano per la Pace” del 2020, formalmente noto come “Vision for Peace: Peace to Prosperity”, elaborato principalmente da Jared Kushner. Svelato il 28 gennaio 2020 con la benedizione di Netanyahu e l’assenza di qualsiasi rappresentante palestinese, non era un documento di negoziazione, ma di una proposta definitiva che rispecchiava interamente le posizioni della destra israeliana, compromettendo il consenso internazionale sulla soluzione a due stati.
I pilastri fondamentali del piano erano:
- Geografia di uno Stato Palestinese “a Pezzi”: Il piano autorizzava Israele ad annettere unilateralmente circa il 30% della Cisgiordania, incluse tutte le colonie e la strategica Valle del Giordano. Lo stato palestinese proposto sarebbe stato un arcipelago di enclavi non contigue, collegate da tunnel e strade controllate da Israele. Gerusalemme sarebbe rimasta la “capitale indivisa di Israele”, mentre ai palestinesi veniva offerta una capitale nei sobborghi periferici oltre il muro di separazione.
- Sicurezza: Il Dominio Incontrastato di Israele: Lo stato palestinese sarebbe stato smilitarizzato e senza controllo dei suoi confini. Israele avrebbe mantenuto la piena sicurezza complessiva sulla Cisgiordania, compreso il diritto di intervenire militarmente.
- Diritti dei Rifugiati: La Chiusura Definitiva: Il piano richiedeva ai palestinesi di rinunciare per sempre al “diritto al ritorno”, offrendo in cambio un risarcimento finanziario o il riassorbimento nel nuovo stato palestinese. Questo era visto come un tentativo di cancellare una narrativa centrale dell’identità palestinese.
- L’Approccio Economico: “Prosperità al Posto della Politica”: Accompagnato da promesse di 50 miliardi di dollari di investimenti, il piano di Kushner promuoveva l’idea che la prosperità economica avrebbe sopperito alla mancanza di diritti politici. I critici hanno bollito questo approccio come “economicismo“, un tentativo naive di risolvere con i soldi problemi fondamentali di autodeterminazione e giustizia.
Il piano è stato accolto con entusiasmo dal governo israeliano, mentre è stato rigettato in toto dall’Autorità Palestinese, che lo ha definito una “capitolazione“. La comunità internazionale, compresa l’Unione Europea, lo ha rifiutato in quanto non bilanciato e in violazione del diritto internazionale.
Oltre il Piano di Pace: Gli Accordi di Abramo e la Continuità degli Affari
Kushner è stato anche uno dei principali artefici degli Accordi di Abramo, normalizzazioni diplomatiche tra Israele ed Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Sudan e Marocco, che consolidavano ulteriormente la linea filo-israeliana di Washington.
Dopo la fine del mandato di Trump, Jared Kushner ha continuato a occuparsi della regione attraverso il suo fondo di investimento Affinity Partners, con sede a Miami, che ha raccolto capitali anche da fondi sovrani del Golfo. Questo prosegue idealmente la sua attività diplomatica in chiave economica.
L’Intersezione Pericolosa: Affari, Politica e la “Riviera di Gaza”
Oggi, con ipotesi di progetti come la “Gaza-Riviera” o “GREAT Trust”, queste connessioni raggiungono il loro apice controverso. Tornato al ruolo di manager nel private equity, Kushner propone di trasformare Gaza in un hub turistico e tecnologico. La critica principale è che stia guardando a una crisi umanitaria e politica profondamente radicata attraverso una lente esclusivamente economica e immobiliare.
Le dichiarazioni di Kushner nel febbraio 2024 sono rivelatrici:
“Le proprietà sul lungomare a Gaza potrebbero avere un grande valore… dal punto di vista di Israele, farei del mio meglio per espellere le persone e pulire tutto”.
Questo linguaggio svela una continuità inquietante tra la lealtà infantile a Netanyahu, la visione politica dell’amministrazione Trump e una prospettiva di business. In questa visione, i palestinesi non sono un popolo con diritti, ma un “ostacolo” da rimuovere per liberare il potenziale immobiliare.
La storia del rapporto tra Jared Kushner e Benjamin Netanyahu non è soltanto una curiosità biografica. È uno degli esempi più emblematici di come relazioni personali possano influenzare le dinamiche geopolitiche. Ciò che è iniziato come un’ammirazione familiare nel New Jersey si è trasformato in una politica estera che ha ridefinito gli equilibri in Medio Oriente, per poi gettare le basi per futuri affari alimentati da capitali del Golfo.
Il conflitto israelo-palestinese viene oggi strumentalizzato come un’opportunità privata. La relazione personale tra Kushner e Netanyahu ha trasformato la politica estera in un affare di famiglia: legami, amicizie e vecchi favori contano più dei diritti dei palestinesi. Progetti come la “Gaza-Riviera” rivelano un cinismo senza limiti: decenni di sofferenze e terre distrutte vengono considerati solo come terreno su cui fare soldi. In questo scenario, le vite delle persone diventano ostacoli da spostare e la politica estera si riduce a una filiale di interessi privati.


