Negli ultimi giorni stanno circolando numerose immagini che mostrano Nicolás Maduro in atteggiamenti distesi, sorridenti e persino cordiali accanto a funzionari della DEA. Strette di mano, pose rilassate, abbracci. Scene che contrastano in modo netto con l’immagine del “narcotrafficante pericoloso” costruita nel discorso ufficiale statunitense.
Ed è proprio qui che la narrazione comincia a vacillare.

Se Nicolás Maduro fosse stato davvero considerato un narcotrafficante, un criminale internazionale di primo piano, per quale motivo agenti della DEA avrebbero dovuto posare per fotografie con lui?
È una domanda semplice, quasi banale, ma devastante. Le forze antidroga statunitensi non si fanno ritrarre in atteggiamenti amichevoli con soggetti che considerano trafficanti di droga. Non sorridono, non abbracciano, non stringono mani.
Gli stessi funzionari che compaiono in quelle fotografie sono poi coinvolti nelle operazioni che hanno portato al rapimento di Maduro nel suo paese e alla sua deportazione negli Stati Uniti. Questo rende le immagini ancora più pesanti: non sono foto lontane nel tempo o marginali, ma testimonianze attualissime.
Il processo a New York, in cui Maduro ha parlato apertamente di rapimento e persecuzione politica, si inserisce in questo quadro di contraddizioni. Da un lato l’accusa di narcotraffico, dall’altro immagini che raccontano una realtà diversa.

In un mondo in cui la politica internazionale viene raccontata come uno scontro morale tra buoni e cattivi, queste immagini ricordano una verità fondamentale: i nemici non nascono tali, lo diventano. E spesso lo diventano solo quando smettono di essere utili.
Le fotografie non dimostrano innocenza né colpevolezza. Ma pongono una domanda fondamentale e inquietante: quanto della narrazione ufficiale sul narcotraffico corrisponde alla realtà, e quanto è costruzione politica?



Maduro narcotrafficante? quando portano le prove magari ci crediamo per ora resta una favoletta come il nucleare iraniano e le armi di distrizione di massa irachene