Oggi, il presidente venezuelano Nicolás Maduro è stato portato davanti al giudice Alvin Hellerstein, nel tribunale federale di Manhattan, dopo essere stato “rapito” sabato scorso nella sua abitazione a Caracas in un’operazione militare americana, ordinata da Donald Trump. Ma se pensiamo che l’operazione avesse come fine la lotta contro il narcotraffico, allora ci stiamo facendo delle grosse illusioni. Il problema, infatti, è che tutta questa narrazione di Trump sulla “guerra al narcotraffico” è una colossale bufala, costruita su misura per difendere interessi politici e geopolitici, non certo per fermare il flusso della droga.
E se non ci credete, basta guardare l’altro volto della medaglia. Il 1° dicembre 2025, solo un mese fa, Trump ha concesso la grazia totale a Juan Orlando Hernández, ex presidente dell’Honduras, che nel 2024 era stato condannato a 45 anni di carcere per traffico di droga. Hernández non era un semplice politico: era il capo di uno dei più devastanti cartelli del narcotraffico, che aveva trasformato il suo paese in un “narco-stato”.
Il tribunale federale lo aveva trovato colpevole di aver traffico di oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti. Il suo legame con “El Chapo” Guzmán, boss del cartello di Sinaloa, e il suo coinvolgimento in tangenti miliardarie erano ben documentati. Eppure, Trump, senza battere ciglio, ha deciso di graziarlo. La sua giustificazione? Una “condanna motivata politicamente” e un presunto accanimento giudiziario dell’amministrazione Biden.
Un atto che ha sollevato la protesta anche fra i repubblicani, che non sono riusciti a ignorare la contraddizione. Il senatore Bill Cassidy ha chiesto esplicitamente: “Perché graziare un narcotrafficante e poi arrestare Maduro?” E Thom Tillis ha rincarato la dose: “Come possiamo dire che dobbiamo invadere il Venezuela per fermare il traffico di droga e allo stesso tempo liberare un condannato per narcotraffico?” La domanda è legittima, ma la risposta è molto semplice, ed è scritta in chiaro nel grande libro degli interessi geopolitici di Trump.
Hernández, pur essendo un narcotrafficante di altissimo livello, era funzionale alla politica estera degli Stati Uniti in Centro America, dove poteva sostenere politiche migratorie favorevoli agli interessi americani. Maduro, invece, è un ostacolo da abbattere, soprattutto in un contesto in cui la rivalità con il Venezuela rappresenta un obiettivo prioritario per Washington. In altre parole, è tutta una questione di politica. La lotta al narcotraffico non c’entra nulla.
E a chi pensa che questa “guerra al narcotraffico” sia un’operazione morale e giuridica, basta guardare il quadro completo. Rebecca Bill Chávez, CEO di Inter-American Dialogue, ha sottolineato che la missione antinarcotici americana “sembra molto più selettiva e motivata da ragioni politiche” che da reali preoccupazioni per il traffico di droga.
Quindi, mentre Trump grida alla “lotta al narcotraffico” come scusa per intervenire in Venezuela, allo stesso tempo, solleva un mafioso dalle catene. La verità è che questo non è altro che il gioco delle parti di una geopolitica sporca, che usa il narcotraffico come strumento per portare avanti interessi che nulla hanno a che fare con la giustizia.
Donald Trump può permettersi di fare la morale sulla lotta alla droga, mentre grazia uno dei più grandi narcotrafficanti della storia, senza battere ciglio. Un atto di ipocrisia che, purtroppo, è diventato la norma nella politica internazionale: parlare di giustizia, mentre si fanno alleanze con chi giustizia non ne ha mai avuta.



indubbiamente mantenere alleanze pericolose non fa bene alla
sovranità di un popolo. E noi siamo seduti su dei barili colmi di
dinamite marchio USA.