Nel 2007, il documentario indipendente Zeitgeist: The Movie, scritto e diretto da Peter Joseph, divenne rapidamente un fenomeno globale. La prima parte del film, intitolata “The Greatest Story Ever Told”, propone una tesi provocatoria: le principali religioni del mondo, e in particolare il cristianesimo, deriverebbero da antichi culti solari e da miti precedenti come quelli di Horus, Mithra, Attis e Krishna.
Secondo il documentario, molte figure religiose del passato condividerebbero con Gesù elementi comuni — una nascita miracolosa, un gruppo di discepoli, una morte sacrificale e una resurrezione. L’idea centrale è che questi racconti rappresentino in realtà allegorie del ciclo solare e del rapporto tra la luce e le stagioni, successivamente reinterpretate in chiave teologica.
Per alcuni è un documentario impreciso, pieno di semplificazioni. Per altri — e non pochi — è una delle poche opere capaci di rompere il tabù più grande dell’umanità: quello dell’origine dei miti religiosi.
E forse proprio le sue presunte “incongruenze” dicono più di quanto non sembri.
Gesù è il Sole
La scelta del 25 dicembre come data della nascita di Gesù non è casuale e, anzi, nasconde un’interessante tensione critica. Coincide con il solstizio d’inverno, il giorno più breve dell’anno, quando il Sole raggiunge il punto più basso nel cielo e poi inizia il suo percorso di ritorno verso la luce. Questo ciclo, osservato da millenni, era già sacralizzato in molte culture: la luce che sconfigge le tenebre è un archetipo universale, non un’invenzione cristiana.
A Roma, il Sol Invictus, il “Sole Invitto”, era venerato come dio della rinascita e della vittoria sulla notte più lunga. Nei culti persiani di Mithra, la nascita del dio solare coincideva con eventi astronomici simili. Persino l’iconografia — aureole, raggi di luce, simboli di rinnovamento — comunica lo stesso concetto: la divinità come forza vitale che ritorna.

Qui emerge il paradosso critico: il cristianesimo si presenta come innovazione divina, ma riprende e ricodifica simboli pagani già esistenti. Collocare Gesù come “Sole spirituale” in una data già sacra a divinità precedenti non è solo un atto simbolico: è un atto politico e culturale, che rende il cristianesimo comprensibile e accettabile in un contesto dominato da culti solari. Da un lato, questa scelta aumenta la risonanza simbolica della figura di Cristo; dall’altro, mette in discussione l’originalità storica del mito.
Un’ulteriore critica nasce dalla struttura psicologica del mito: così come il Sole fisico ridà vita alla terra, Cristo porta luce all’uomo. Ma se guardiamo con occhio critico, non possiamo ignorare che questo schema era già codificato in Osiride, Mithra, Attis e altri: il cristianesimo non fa che riproporre un modello archetipico antico, sotto un nuovo nome. Non è dunque un’innovazione, ma una strategia simbolica consapevole, che sfrutta immagini universali per consolidare la nuova religione.
In definitiva, il 25 dicembre non è una scelta neutra: è la convergenza tra astronomia, religione e strategia culturale. Gesù come “Sole spirituale” non è un plagio ingenuo, ma un esempio di come il cristianesimo abbia saputo assorbire e reinterpretare un archetipo universale, rendendolo centrale nella propria narrativa salvifica. La critica non nega il valore spirituale del mito: mette invece in luce la sua natura costruita e calcolata, più che spontaneamente divina.

Queste citazioni dimostrano che anche nella tradizione cattolica contemporanea è accettata l’associazione simbolica “Gesù‑sole / Maria‑aurora”
La frase compare anche nel testo ufficiale dell’Angelus di Domenica, 8 settembre 2013: “Gesù è il sole, Maria è l’aurora che preannuncia il suo sorgere.”
Il culto di Mitra e le sue affinità con il cristianesimo
Il culto di Mitra ebbe una diffusione ampia e capillare nell’Impero romano, soprattutto tra i soldati e le classi guerriere. Era una religione misterica che si praticava in templi sotterranei chiamati “mithrei”, con riti iniziatici che prevedevano simbolismi complessi legati alla vita, alla morte e alla salvezza dell’iniziato.

Ciò che rende il culto di Mitra particolarmente interessante per la storia del cristianesimo è la presenza di sorprendenti parallelismi tra i due sistemi religiosi. Alcune delle analogie più significative includono:
- Nascita miracolosa
- In alcune versioni del mito di Mitra, egli nasce da una roccia o da una vergine, un episodio che ricorda il racconto cristiano della nascita verginale di Gesù. Questo dettaglio, pur non essendo universalmente presente nei miti mitraici, indica come l’idea di un salvatore nato da circostanze straordinarie fosse già parte dell’immaginario religioso romano.
- Dodici discepoli o seguaci
- Il culto mitraico prevedeva dodici seguaci principali di Mitra, che svolgevano ruoli rituali simili a quelli degli apostoli cristiani. Anche se le funzioni specifiche differivano, il numero dodici appare come un simbolo di completezza e ordine cosmico, un concetto ricorrente in molte religioni antiche.
- Salvatore e luce divina
- Mitra era chiamato “Salvatore” e la sua figura era strettamente associata al sole, alla luce e alla vittoria del bene sulle tenebre. Questo parallelo è evidente con il Cristo cristiano, chiamato anch’egli “luce del mondo” e celebrato il 25 dicembre, data simbolicamente legata al solstizio d’inverno e al ritorno del sole.
- Riti di iniziazione e immortalità dell’anima
- I misteri di Mitra prevedevano gradi iniziatici, simboli e rituali che rappresentavano il passaggio dell’iniziato da uno stato inferiore a uno superiore, connesso alla salvezza e alla vita eterna. Analogamente, il cristianesimo sviluppò rituali di iniziazione (battesimo, eucaristia) che rappresentano il passaggio dalla morte al rinnovamento spirituale.
L’esistenza del culto di Mitra pone il cristianesimo in un contesto di concorrenza culturale e religiosa. In un impero in cui il mitraismo era diffuso tra i soldati e nelle città, il cristianesimo primitivo doveva trovare strumenti per rendersi comprensibile e attrattivo. Non sorprende quindi che molti simboli e strutture narrative presenti nel cristianesimo — nascita miracolosa, dodici apostoli, figura salvifica associata alla luce — possano essere letti come archetipi reinterpretati di culti preesistenti.
Questo suggerisce che il cristianesimo abbia attraversato un processo di sincretismo strategico, reinterpretando idee, simboli e narrazioni già presenti nella cultura romana e adattandoli a una visione monoteistica, dotata di una nuova profondità teologica. Pur condividendo con Mitra alcune caratteristiche simboliche e narrative, il cristianesimo le rielabora, trasformandole in un messaggio universale di salvezza, rivolto a tutta l’umanità.
Krishna e il Sole
Nella tradizione indù, Krishna è profondamente simbolico e spesso associato alla luce e al sole, non in senso fisico ma spirituale. La sua nascita, celebrata con grande devozione e gioia durante il festival di Janmashtami, simboleggia la rinascita della luce e della vita. Questa ricorrenza cade in un periodo dell’anno in cui, simbolicamente, la luce torna a prevalere sulle tenebre, richiamando il concetto universale di rinnovamento e salvezza.

I testi sacri descrivono Krishna come splendente e luminoso, capace di dissolvere le tenebre e guidare le anime verso la salvezza. Nei Purana, nei poemi Bhakti e nel Bhagavad-gītā, la sua luce non è solo fisica, ma metafora della conoscenza divina e della guida spirituale che illumina il cammino dell’uomo. Ogni sua azione, dai miracoli alle gesta eroiche, ha il significato simbolico di portare chiarezza, speranza e armonia, proprio come il sole che sorge porta luce e vita al mondo.
Anche le relazioni tra Krishna e i suoi devoti, come Radha o le Gopī, rappresentano un’allegoria della fusione dell’anima con il divino. Radha, simbolo dell’anima devota, si abbandona completamente a Krishna, manifestando un amore totale e senza condizioni. Questo rapporto spirituale riflette l’idea che, così come il sole illumina ogni creatura senza discriminazione, la luce di Krishna penetra l’anima di chiunque si dedichi a lui con devozione. Le danze e i canti dei devoti, eseguiti nei templi e durante le festività, diventano strumenti attraverso cui l’energia solare spirituale di Krishna viene sperimentata collettivamente, rafforzando il senso di comunione con il divino.
Infine, il simbolismo del sole in Krishna si estende anche al suo ruolo cosmico. Come incarnazione di Vishnu, Krishna non è solo guida degli esseri umani, ma anche principio ordinatore dell’universo, mantenitore dell’armonia cosmica. La sua luce rappresenta l’ordine che sconfigge il caos, il bene che trionfa sulle tenebre, la vita che vince sulla morte. In questo senso, Krishna, come il sole, è sia fonte di energia materiale e spirituale sia archetipo universale della salvezza e della luce che guida l’uomo verso la realizzazione interiore.
Horus e il Sole
Nella mitologia egizia, Horus è una delle divinità più antiche e complesse, e la sua relazione con il Sole è fondamentale per comprenderne il significato simbolico. Fin dalle prime dinastie, Horus rappresenta il principio della luce, dell’ordine e della regalità divina, contrapposto alle forze del caos e delle tenebre. È il figlio di Iside e Osiride, e la sua storia narra della lotta contro Seth, dio del disordine e delle ombre. Questa eterna contesa tra luce e oscurità rispecchia il ciclo quotidiano del Sole che sorge, trionfa nel cielo e tramonta per rinascere il giorno seguente.
Horus è spesso identificato con il Sole stesso, o con una delle sue manifestazioni. Nell’iconografia egizia, il dio appare come un falco o un uomo con testa di falco, sormontato dal disco solare, spesso avvolto da un serpente ureo. Questo disco rappresenta Ra, il dio del Sole, e simboleggia la forza vitale e la coscienza che illumina il mondo.

Con il passare dei secoli, le figure di Ra e Horus si fusero in una sola divinità, Ra-Horakhty (“Ra, Horus dell’Orizzonte”), espressione dell’unione tra la potenza solare e la regalità terrena. In questa forma, Horus divenne il sole che attraversa il cielo ogni giorno, vincendo le tenebre e rinnovando il ciclo della vita.
Il viaggio quotidiano del Sole era visto come il cammino di Horus attraverso il cielo.
- Al mattino, Horus bambino (Harpocrate o Horus il Giovane) nasce dall’oscurità, rappresentando la rinascita della luce.
- A mezzogiorno, diventa Horus adulto, simbolo della piena forza e della regalità.
- Al tramonto, la luce si indebolisce e viene inghiottita dal mondo sotterraneo, dove Horus combatte le forze del caos per rinascere il giorno successivo.
Questo ciclo cosmico è la rappresentazione mitica del trionfo quotidiano della vita sulla morte, e rende Horus l’archetipo del “dio solare risorto”, che sconfigge costantemente l’oscurità per portare ordine nel mondo.
Horus non è solo un dio solare, ma anche il simbolo del re d’Egitto, considerato sua incarnazione vivente. Ogni faraone era definito “il figlio di Ra” o “l’Horus in terra”, e portava sul capo il disco solare e il serpente ureo, emblemi di potere, conoscenza e protezione divina. In questa visione, la luce del Sole diventa metafora della saggezza e della giustizia regale, che mantiene l’ordine (Maat) contro il caos.
Il simbolismo solare di Horus ha avuto una lunga influenza anche oltre l’Egitto.
La sua immagine — il bambino divino tenuto da Iside, sormontato da un’aura di luce o da un disco solare — divenne un modello iconografico diffuso nel mondo ellenistico e romano. Quando il cristianesimo si diffuse, molte di queste rappresentazioni furono reinterpretate nella figura della Madonna col Bambino, con Gesù irradiato da luce divina.
Sebbene non vi sia un legame diretto di derivazione, è chiaro che il simbolismo solare di Horus — luce che sconfigge le tenebre, figlio divino nato per restaurare l’ordine — anticipa concetti che saranno centrali anche nel linguaggio teologico cristiano.
Horus, come Mitra, Krishna e Gesù, rappresenta dunque l’archetipo del Sole vittorioso, la forza luminosa che sconfigge il male e rinnova la vita. La sua storia mitica incarna il ritmo cosmico della morte e della rinascita, e per questo è divenuto uno dei simboli più potenti della spiritualità antica: il Sole come manifestazione del divino e come promessa di rinnovamento eterno.
Immagini della Madonna col Bambino e Iside con Horus
La tradizione iconografica cristiana mostra Maria seduta con il Bambino in braccio, spesso circondati da luce o aureola. Gli studiosi notano una sorprendente somiglianza con le raffigurazioni di Iside con Horus, dove la dea regge il figlio con la corona solare sul capo. I mosaici e gli affreschi egizi rappresentano un archetipo di madre e figlio divini che il cristianesimo ha reinterpretato in chiave monoteistica, sostituendo Horus con Gesù e Iside con Maria.
Questa non è una semplice coincidenza: mostra come il cristianesimo abbia fuso elementi iconografici e simbolici di religioni precedenti per rendere la figura di Cristo e della Vergine immediatamente riconoscibile e potente a livello culturale.

Dalla comparazione dei miti di Gesù, Mitra, Krishna e Horus emerge un filo rosso che attraversa millenni di storia religiosa: il Sole come simbolo universale della vita, della salvezza e della rinascita.
Le civiltà antiche, osservando il cielo, hanno visto nel percorso del Sole — nascita, morte e ritorno alla luce — l’immagine più potente della condizione umana. È naturale che questo schema cosmico si sia tradotto in narrazioni divine, in figure di dei che muoiono e risorgono, che portano la luce nel mondo e sconfiggono le tenebre.
Le corrispondenze tra Gesù, Mitra, Krishna e Horus non possono essere liquidate come semplici “archetipi universali” o coincidenze simboliche. I parallelismi sono troppo precisi, troppo stratificati e ricorrenti per non far pensare a un processo di assimilazione deliberata. Laddove le religioni misteriche e i culti solari avevano già costruito una narrazione perfetta — nascita miracolosa, morte, resurrezione, salvezza — il cristianesimo primitivo non fece altro che riorganizzare quel linguaggio mitico in chiave teologica, rendendolo compatibile con il nuovo monoteismo.
Non si tratta di un caso, ma di una strategia culturale mirata: fondere simboli già conosciuti per dare forza e riconoscibilità a una religione nascente. La scelta del 25 dicembre, la figura del “Sole di giustizia”, la Madonna-Aurora, i dodici apostoli come i dodici segni dello zodiaco — tutto concorre a mostrare che la nuova fede si è costruita sul terreno simbolico già preparato da secoli di tradizione solare.
Il mito di Cristo non nasce dal nulla, ma da una lunga catena di trasmissioni simboliche che l’istituzione religiosa ha poi cristallizzato in dogma. Alla fine, Gesù, Mitra, Krishna e Horus non sono che volti diversi dello stesso astro antico, il simbolo eterno di un’umanità che cerca nella luce la prova della propria immortalità.
Il documentario Zeitgeist ha avuto il merito di riaprire un dibattito scomodo, ma necessario, sull’origine dei miti religiosi e sul modo in cui le credenze si costruiscono e si trasformano nel tempo. Le sue semplificazioni non cancellano la domanda di fondo: quanto della nostra fede è tradizione, e quanto è archetipica necessità di luce?
Non importa se Gesù, Mitra, Krishna o Horus rappresentano lo stesso Sole con nomi diversi. Ciò che resta costante è il significato: ogni cultura ha cercato nel cielo la propria salvezza, e nel ritorno della luce la speranza che la vita non finisca nell’oscurità.


