Un nuovo convoglio navale umanitario diretto verso la Striscia di Gaza è stato fermato dalla Marina israeliana in acque internazionali, a circa 120 miglia nautiche dalla costa palestinese.
Le forze navali israeliane hanno sequestrato in acque internazionali la nuova flottiglia umanitaria “Freedom Flotilla” che si stava dirigendo verso la Striscia di Gaza, portando aiuti e volontari da tutto il mondo. A bordo c’erano circa 150 persone provenienti da circa 30 paesi, tra cui nove cittadini italiani, medici, infermieri, attivisti e operatori umanitari.
La missione trasportava un carico di aiuti umanitari di valore stimato superiore a 110.000 dollari, composto da medicinali, attrezzature mediche, dispositivi per la ventilazione assistita, prodotti per l’infanzia e generi alimentari essenziali per la popolazione palestinese, che vive sotto un rigido blocco imposto da Israele dal 2007.
L’operazione israeliana si è svolta a circa 120 miglia nautiche dalla costa di Gaza, come confermato dagli stessi organizzatori e dai media internazionali.
Il governo israeliano ha giustificato l’azione, definendo la flottiglia una “minaccia alla sicurezza nazionale” e insistendo sul fatto che tutti gli aiuti devono transitare attraverso i suoi valichi di terra per essere ispezionati. Questa narrazione, tuttavia, si scontra con la cruda realtà di un assedio che, sotto il pretesto di indebolire Hamas, sta strangolando da 17 anni due milioni di persone. La dogana israeliana è diventata un collo di bottiglia attraverso il quale passa solo una frazione di ciò che è necessario per la sopravvivenza, con beni essenziali bloccati o ritardati indefinitamente.
L’intercettazione in acque internazionali costituisce una chiara violazione del diritto internazionale. La Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) consente interventi di questo tipo solo in circostanze eccezionali e rigorosamente definite, come la pirateria o il traffico di esseri umani. È impossibile equiparare una missione composta da medici e attivisti pacifici a tali estremi. Per questo motivo, l’Ufficio dell’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani ha definito l’operazione una palese violazione del diritto internazionale, evidenziando come rappresenti un pericoloso ostacolo all’azione umanitaria indispensabile.
L’episodio riporta alla mente il brutale assalto della Marina israeliana alla flottiglia “Mavi Marmara” nel 2010, un massacro in acque internazionali che costò la vita a dieci attivisti. Oggi, anche senza spargimenti di sangue, la sostanza non cambia: si ripete l’uso della forza per imporre un blocco illegale che da anni la comunità internazionale condanna senza che nulla cambi.
Le organizzazioni a bordo hanno giustamente definito l’operazione un “abuso di potere”, ma quella definizione è quasi un eufemismo davanti a un’azione che prosegue nel soffocare una popolazione ridotta alla fame e alla disperazione. Elettricità quasi inesistente, acqua contaminata, mancanza di cibo e medicine: una condanna a morte lenta e silenziosa, mentre il mondo finge di non vedere.
Mentre le navi sequestrate vengono trascinate in porto e i volontari vengono interrogati come criminali, resta una domanda inquietante sospesa sulle acque del Mediterraneo: quanto ancora la comunità internazionale permetterà che la “sicurezza” di Israele si fondi sullo sterminio sistematico di un intero popolo? La Freedom Flotilla non portava armi, ma un messaggio di speranza. Israele ha risposto, ancora una volta, con la negazione più feroce: a Gaza non è ammessa nemmeno la speranza.



inoltre
imporre ad Hamas : o accetti di sottostare al nostro trattato di pace o
vi sterminiamo, non è proprio uguale al raggiungimento della pace giusta e duratura sponsorizzata dalla Meloni.
mettere alla prova i governi che stanno dietro a questa missione umanitaria, è lo scopo principale . Comunque vada assisteremo
a quanto era intuibile : disinteresse per la vita dei Palestinesi
e compiacenza verso i finti messaggeri di pace.