La marina israeliana ha intercettato e trascinato a forza verso il porto di Ashdod la Global Sumud Flotilla, una nave carica di attivisti internazionali che tentava di infrangere il blocco navale imposto a Gaza per consegnare aiuti umanitari. L’operazione si è chiusa con l’arresto di centinaia di persone. E a trasformare un atto già controverso in uno schiaffo politico e morale ci ha pensato il ministro della Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, che si è precipitato sulla banchina per bollare gli attivisti come “terroristi”.
All’alba di martedì, in pieno mare aperto, la marina israeliana ha assaltato le barche, imponendo la legge del blocco marittimo che strangola Gaza dal 2007. Le barche sono state dirottate e scortate fino ad Ashdod, dove tutti gli attivisti – parlamentari europei, medici, operatori sanitari e volontari di ONG – sono stati ammanettati, schedati e rinchiusi. Tel Aviv ha liquidato la vicenda con la solita formula: “legittime misure di sicurezza”.
Poi la scena che ha fatto il giro del mondo. Sul molo, Ben-Gvir, leader dell’estrema destra e ministro della Sicurezza, ha tuonato davanti alle telecamere:
“Questi non sono attivisti per la pace. Sono terroristi. Vogliono colpire Israele e sostenere un regime terroristico.”
Un’accusa sputata in faccia a civili inermi, colpevoli solo di voler portare medicine e cibo a una popolazione ridotta alla fame. Le immagini del ministro che insulta prigionieri legati hanno acceso proteste furiose in Europa.
La coalizione di ONG che ha organizzato la flottiglia ha risposto con durezza, denunciando “una criminalizzazione brutale della solidarietà umanitaria”. Chiamare “terroristi” medici, parlamentari e volontari significa aprire la porta a detenzioni arbitrarie, processi sommari, uso della forza senza limiti. Significa spostare il discorso pubblico dal cuore del problema – il blocco che affama Gaza – a una favola tossica e rassicurante: Israele da una parte, i “terroristi” dall’altra. Una bugia utile a zittire chiunque osi parlare di diritti umani e assedio.
La Global Sumud Flotilla non ha nulla di armato. A bordo c’erano medicine, forniture sanitarie, beni di prima necessità. Lo scopo era politico, sì, ma limpido: denunciare un embargo che, secondo le Nazioni Unite, ha già condannato uomini, donne e bambini alla morte per fame. E Israele ha risposto trasformando quei pacchi di cibo e antibiotici in “armi” e i volontari in “nemici”.
Ed è qui che entra in scena Itamar Ben-Gvir. L’uomo che oggi si presenta sul molo per insultare e bollare come “terroristi” dei civili disarmati non è un politico nato dal nulla, ma il prodotto di un’ideologia radicale che per anni è stata considerata talmente tossica da essere messa al bando persino dallo Stato di Israele.
Ben-Gvir è cresciuto nel kahanismo, il movimento fondato dal rabbino Meir Kahane, che predicava senza mezzi termini l’espulsione di tutti i palestinesi da Israele e dai Territori occupati, il divieto assoluto di matrimoni misti, e la creazione di uno Stato ebraico “puro”, privo di qualunque convivenza con arabi o musulmani. Non era una corrente religiosa minoritaria: era un programma politico apertamente razzista e violento, che ispirò gruppi come Kach e Kahane Chai. Entrambi, per le loro azioni e per la propaganda di odio, furono dichiarati organizzazioni terroristiche da Israele stesso, dagli Stati Uniti e da numerosi altri paesi.
Questo è il terreno in cui Ben-Gvir si è formato, e non parliamo di semplici simpatie adolescenziali: il giovane Itamar era un militante entusiasta, attivo nelle reti della destra radicale e protagonista di atti di provocazione e vandalismo politico. Le sue posizioni erano talmente estreme che, quando arrivò il momento della leva militare, l’esercito israeliano lo rifiutò: troppo pericoloso, troppo radicale, troppo instabile per indossare una divisa.
La sua carriera pubblica comincia con una scena rimasta nella storia. Nel 1995, davanti alle telecamere, un giovane Ben-Gvir mostrava trionfante lo stemma della Cadillac del primo ministro Yitzhak Rabin, appena strappato dall’auto ufficiale. Sorridendo pronunciò la frase che ancora oggi suona come una minaccia agghiacciante: «Siamo arrivati alla sua macchina. Arriveremo anche a lui». Poche settimane dopo Rabin venne assassinato da un estremista di destra. Quell’immagine – un estremista che sventola un pezzo dell’auto del premier prima del suo omicidio – è un marchio indelebile della sua storia politica.
Yitzhak Rabin, primo ministro israeliano e Premio Nobel per la Pace, fu assassinato a Tel Aviv il 4 novembre 1995 da Yigal Amir, un estremista ebreo di destra. Le ragioni principali dell’omicidio furono politiche e ideologiche:
- Rabin aveva firmato nel 1993 e nel 1995 gli Accordi di Oslo con i palestinesi, che prevedevano una forma di riconoscimento reciproco e l’avvio di un processo di pace basato sulla creazione di un’Autorità Palestinese e sulla prospettiva di uno Stato palestinese accanto a Israele.
- Una parte della società israeliana, in particolare settori religiosi e nazionalisti, considerava queste concessioni come una “minaccia esistenziale” e un “tradimento”, poiché implicavano la rinuncia a territori ritenuti sacri o strategici.
- L’assassino, Amir, dichiarò esplicitamente di aver ucciso Rabin per fermare il processo di pace, convinto che la sua azione fosse giustificata dalla legge religiosa ebraica (halakhah), che secondo la sua interpretazione permetteva di eliminare chi “mette in pericolo il popolo d’Israele”.
L’omicidio ebbe un enorme impatto sulla società israeliana e sul processo di pace, che subì un forte rallentamento e incontrò crescenti difficoltà negli anni successivi.
Non si tratta di un episodio isolato. Per anni Ben-Gvir ha collezionato denunce per vandalismo, incitamento all’odio e sostegno a organizzazioni estremiste. Nel suo ufficio privato, ha esposto con orgoglio il ritratto di Baruch Goldstein, il colono israeliano-americano che nel 1994 massacrò 29 palestinesi in preghiera dentro la moschea di Hebron, molti dei quali bambini dodicenni. Goldstein, condannato universalmente come terrorista, per Ben-Gvir è stato un “eroe” da incorniciare e venerare.
Oggi, quell’uomo è ministro della Sicurezza Nazionale israeliana. Nella fragile coalizione guidata da Netanyahu, Ben-Gvir è probabilmente la figura più potente, perché senza il suo partito la maggioranza si sgretolerebbe. Il suo peso politico è quindi sproporzionato, e il linguaggio di odio che per anni è rimasto ai margini della politica israeliana oggi è stato normalizzato e portato al cuore dello Stato.
Ecco il paradosso: un uomo proveniente da un ambiente bollato come terrorista accusa altri di terrorismo. Ma non è solo ipocrisia: è un’arma. Usare il marchio di “terrorista” contro volontari e attivisti serve a criminalizzare la solidarietà, a delegittimare chiunque osi criticare l’assedio, a giustificare la repressione. È il ribaltamento della realtà: da un lato chi porta medicine, dall’altro chi per anni ha idolatrato assassini di civili. Eppure è quest’ultimo ad avere in mano il potere e la parola.



finche ci saranno ebrei ortodossi nel mondo non ci sara pace. la razza piu odiata del mondo,, ci hanno fatto dimenticare lolocausto ora si sentono potenti con laiuto del cane americano quale onore puo vantare israele quello di aver ucciso donne e bambini questo e il loro esercito, infami avete messo in croce il cristo e vi siete dannati ora avete messo in croce donne e bambini per spiccioli di terra e avete perduto quella poca anima che vi era rimasta che razza schifosa
In questo contesto bellicoso si è inserita l’Unione Europea e Nato , per ragioni economiche . Altrimenti non si parlerebbe di ricostruzioni
Palestina ed altri territori, ma solo di pace e modi per raggiungerla.
I nostri governanti hanno l’obbligo di assumersi responsabilità per
omissioni di soccorso , al posto di fare comizi in osterie e circoli chiusi.