Dal vertice europeo informale di Copenaghen, Giorgia Meloni ha liquidato la Flotilla come “un’iniziativa con margini di pericolosità e irresponsabilità” aggiungendo: “continuo a non capirlo”. È proprio questa sua dichiarata incomprensione a colpire: la premier dice di non capire l’insistenza di chi, di fronte a un’emergenza umanitaria devastante, tenta di rompere l’immobilismo internazionale. Ma quel “non capire” non è innocuo: rivela la cecità di fronte a una realtà in cui la disperazione non consente di attendere l’ennesimo “negoziato di pace”, che nella migliore delle ipotesi si trascina per mesi o anni senza risultati concreti.
Dietro il suo appello alla responsabilità si intravede piuttosto una comoda giustificazione per restare fermi: mentre lei invita ad “aspettare”, i palestinesi continuano a morire. Criticare chi cerca di rompere il blocco non è solo miope, ma suona quasi offensivo nei confronti di chi rischia la vita pur di portare aiuti. Meloni non capisce l’insistenza perché non vive la fame, l’assedio, i bombardamenti; perché per lei la sofferenza palestinese resta una questione astratta.
In realtà, quella “insistenza” altro non è che l’unico linguaggio possibile quando ogni altra strada è chiusa. E se Meloni non lo capisce, è forse perché le è più facile accusare di irresponsabilità chi prova a fare qualcosa, piuttosto che ammettere l’irresponsabilità di chi, come lei e molti altri leader, continua a non muovere un dito.



la sionista nostrana