Nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo a Capocastello è stato recentemente presentato un presepe insolito, frutto della creatività e della provocazione dell’artista contemporaneo Piergiuseppe Pesce. L’iniziativa ha trovato accoglienza grazie a Don Vitaliano Della Sala, parroco della comunità, e ha ricevuto il sostegno dell’associazione “Per Grazia Ricevuta”, con il presidente Massimo Saveriano presente a testimoniarne l’impegno.
Quello che si è visto non è un presepe consueto. Non ci sono pastori né figure bibliche tradizionali: i protagonisti sono i membri della famiglia Simpson, simboli della cultura pop contemporanea, e una figura centrale che ha immediatamente attirato l’attenzione e innescato un dibattito intenso. Al centro della scena, Gesù bambino è rappresentato con le sembianze di Adolf Hitler, posto sotto la Stella di Davide, trasformando la mangiatoia in un potente simbolo di denuncia politica e morale.
La prima reazione è di sgomento. Poi subentra la consapevolezza: Gesù bambino, con le fattezze di Hitler, sembra voler ricordare un piccolo Netanyahu, mentre la Stella di Davide sopra il carnefice appare come il simbolo di Israele: una metamorfosi pericolosa della vittima in aguzzino. Il presepe sembra ricordare che il dolore subito dagli ebrei durante la Shoah, di per sé, non rende automaticamente giusti o innocenti. La memoria, se ridotta a un rituale vuoto, rischia di diventare un simbolo sterile, perdendo il suo significato autentico e la sua forza educativa.
Non è difficile leggere in questa immagine un riferimento a Gaza: le strade ridotte a macerie, gli ospedali bombardati, i bambini palestinesi uccisi mentre il mondo assisteva immobile. La figura del piccolo Hitler sembra incarnare la violenza di chi detiene oggi il potere: il governo israeliano guidato da Netanyahu e le operazioni militari giustificate attraverso i testi biblici, dove la vittima di ieri rischia di trasformarsi nel carnefice di oggi. L’opera mostra come la sofferenza subita non insegni automaticamente la misericordia: può invece diventare un alibi per perpetrare nuova violenza. I bambini palestinesi uccisi, presentati come “danni collaterali”, sono il frutto avvelenato di una memoria strumentalizzata, che nasce quando il ricordo viene piegato a giustificare il male.
Non si tratta di un augurio di Buon Natale, ma di un monito. La figura di “Gesù-Hitler” sembra seppellire ogni ingenuità: la convinzione che il male sia sempre altrove e che chi ha sofferto sia automaticamente innocente. Qui l’arte non consola: scuote e obbliga a guardare la realtà. La domanda implicita è cruda: da quale parte della storia si sceglie di stare, oggi, mentre Gaza brucia e la memoria della Shoah viene evocata per giustificare nuove violenze?
L’opera evidenzia il paradosso dei nostri tempi: uno Stato nato da un trauma diventato a sua volta carnefice, e la memoria delle tragedie passate manipolata per perpetuare l’ingiustizia. Tutto concorre a un messaggio che inchioda l’osservatore alla sua complicità di spettatore. La storia non si limita a ripetersi: può capovolgersi, e la vittima di ieri, può diventare un aguzzino, dando vita a nuove atrocità e scrivendo il proprio capitolo nell’oscuro libro dell’oppressione.


