Il 16 novembre 2015, il TG3 Leonardo trasmise un servizio che documentava una ricerca scientifica pubblicata su Nature Medicine, destinata a diventare uno dei documenti più controversi della pandemia. Il team internazionale guidato dal professor Ralph Baric dell’Università del North Carolina, in collaborazione con la dottoressa Shi Zhengli dell’Istituto di Virologia di Wuhan, aveva creato un virus chimerico combinando la proteina spike SHC014 di un coronavirus dei pipistrelli con lo scheletro di un virus SARS adattato ai topi.
LE INQUIETANTI SCOPERTE DELLA RICERCA
I risultati degli esperimenti dimostrarono che questo virus ingegnerizzato poteva utilizzare il recettore ACE2 umano, replicarsi efficientemente nelle cellule delle vie respiratorie umane primarie e raggiungere in vitro livelli equivalenti ai ceppi epidemici di SARS-CoV. Negli esperimenti in vivo, il virus chimerico si replicava nei polmoni dei topi causando una patogenesi significativa.
L’aspetto più preoccupante riguardava l’inefficacia dei vaccini esistenti. La valutazione delle modalità terapeutiche e profilattiche basate sulla SARS rivelò una scarsa efficacia: sia gli approcci con anticorpi monoclonali che i vaccini fallirono nel neutralizzare e proteggere dall’infezione con coronavirus che utilizzavano la nuova proteina spike. In particolare, il vaccino con virus SARS inattivato (DIV) non fornì protezione contro il virus SHC014-MA15, né in termini di perdita di peso né di titolo virale.

LE DICHIARAZIONI DEL PROFESSOR RALPH BARIC
In un’intervista esclusiva rilasciata a PresaDiretta (RAI3) nel settembre 2020, Ralph Baric, definito “il maggior studioso al mondo di coronavirus” e “tra i più grandi esperti nella costruzione di virus sintetici”, fece rivelazioni sorprendenti.
Sulla chimera del 2015 creata insieme a Shi Zhengli, dichiarò:
“Nella chimera che abbiamo realizzato in America nel 2015 col virus della Sars, insieme alla professoressa Zheng-li Shi dell’Istituto di Virologia di Wuhan, avevamo lasciato delle mutazioni-firma, per cui si capiva che era frutto di ingegneria genetica. Ma, altrimenti non c’è nessun modo di distinguere un virus naturale da uno realizzato in laboratorio”.
Baric spiegò anche l’esistenza di tecniche molto sofisticate chiamate “seamless” (senza cuciture), grazie alle quali è possibile combinare materiale genetico di diversi virus senza lasciare tracce visibili della manipolazione.
LE PAROLE DEL PREMIO NOBEL LUC MONTAGNIER
Nell’aprile 2020, in pieno scoppio della pandemia, il professor Luc Montagnier, premio Nobel per la Medicina 2008 per aver scoperto l’HIV, dichiarò pubblicamente che il coronavirus SARS-CoV-2 sarebbe un virus manipolato, uscito accidentalmente da un laboratorio cinese a Wuhan dove si studiava un vaccino per l’AIDS.
“Con il mio collega, il biomatematico Jean-Claude Perez, abbiamo analizzato attentamente la descrizione del genoma di questo virus RNA”, spiegò Montagnier. “Non siamo stati primi, un gruppo di ricercatori indiani ha fatto uno studio che mostra come il genoma completo di questo virus abbia all’interno sequenze di un altro virus, appunto quello dell’AIDS. Il gruppo indiano ha poi ritrattato, ma la verità scientifica emerge sempre. La sequenza dell’AIDS è stata inserita nel genoma del coronavirus per tentare di ricavarne un vaccino”.
Per il premio Nobel, “la storia del mercato del pesce di Wuhan sarebbe una bella leggenda”, aggiungendo:
“probabilmente è da questo che sono partiti, poi lo hanno modificato. Forse volevano fare un vaccino contro l’Aids utilizzando un coronavirus come vettore di antigeni”.
LA CENSURA E IL DIBATTITO SCIENTIFICO SOFFOCATO
Email di Anthony Fauci, emerse successivamente grazie a richieste della Commissione repubblicana di Supervisione del Congresso, rivelarono che l’ipotesi della fuga dal laboratorio era discussa seriamente già dalle prime settimane di pandemia.
Il ricercatore medico britannico Jeremy Farrar, direttore del Wellcome Trust, scrisse in un messaggio del 2 febbraio 2020 che riteneva le probabilità di un incidente di laboratorio tra il 60-70%.
Tuttavia, nelle email emerse si trovano le tipiche idiosincrasie della comunità scientifica: la paura che la politica potesse speculare sulla crisi sanitaria, che un’ipotesi così drammatica potesse alimentare ulteriormente la diffidenza nei confronti della scienza, oltre ad un inconfessato timore reverenziale della Cina.
Uno degli aspetti più inquietanti della gestione della pandemia è stata la censura sistematica e coordinata di medici e scienziati di altissimo livello che hanno osato mettere in discussione la narrazione ufficiale o sollevare dubbi legittimi sulle origini del virus, sulle politiche sanitarie o sugli effetti avversi dei vaccini.
LA SOPPRESSIONE DEL DIBATTITO SULLE ORIGINI DEL VIRUS
Per anni, media e governo si sono alleati per trattare chiunque sollevasse la teoria dell’origine di laboratorio cinese come “teorici della cospirazione o razzisti della cospirazione”. Gli accademici si sono uniti a questo coro per emarginare chiunque sollevasse la teoria. Uno studio citò la teoria come esempio di “razzismo anticinese” e “mascolinità bianca tossica”.
Nel maggio 2021, la giornalista scientifica del New York Times Apoorva Mandavilli definì “razzista” qualsiasi menzione della teoria del laboratorio cinese. Media come il Washington Post attaccarono senatori come Ted Cruz e Tom Cotton per averla menzionata, salvo poi successivamente ammettere che poteva essere legittima.
Il 19 febbraio 2020, appena due settimane dopo l’inizio della pandemia, 27 ricercatori pubblicarono una lettera su The Lancet che rifiutava categoricamente l’ipotesi della fuga dal laboratorio, esprimendo “solidarietà con tutti gli scienziati e i professionisti della salute in Cina” e affermando di essere “uniti per condannare fermamente le teorie cospirative che suggeriscono che il COVID-19 non ha un’origine naturale”. Successivamente si scoprì che molti dei firmatari avevano conflitti di interesse non dichiarati.
IL SILENZIO SULLE FUGHE DI LABORATORIO NELLA STORIA
Ilaria Capua, virologa dell’Università della Florida, ha scritto sul Corriere della Sera:
“Le fughe di laboratorio di virus patogeni si sono verificate da quando esistono i laboratori”.
Capua ha documentato una serie di incidenti storici e ha lanciato un appello:
“In questo momento è necessario che ci si occupi di questo tema coinvolgendo nel dibattito non solo scienziati, ma un arcobaleno di prospettive che vanno dall’etica, al rischio bioterroristico, alla sacrosanta ricerca scientifica”.
Tuttavia, anche queste voci moderate furono marginalizzate o ignorate nel dibattito pubblico, che rimase rigidamente controllato dalle autorità sanitarie e dai loro alleati nei media mainstream e nelle piattaforme social.
La censura non fu casuale o frammentaria: fu sistematica, coordinata e sostenuta dai più alti livelli del potere scientifico, politico e tecnologico, con l’obiettivo esplicito di soffocare qualsiasi dibattito legittimo sulle origini del virus e sulle politiche per affrontarlo.
IL CONTESTO DELLE RICERCHE PERICOLOSE
La ricerca del 2015 fu finanziata dal National Institutes of Health (NIH) americano e dall’USAID tramite l’organizzazione EcoHealth Alliance. Il governo USA aveva sospeso nel 2014 i finanziamenti alle ricerche di “gain-of-function” che puntavano a rendere i virus più contagiosi, ma la moratoria non fermò il lavoro dei cinesi sulla SARS che era già in fase avanzata. Il proseguimento fu approvato dallo stesso NIH.
Secondo Joseph Tritto, presidente della World Academy of Biomedical Sciences and Technologies, dal 2003 la dottoressa cinese Shi Zhengli, la maggiore esperta al mondo di pipistrelli, e il professor Baric, il maggiore esperto occidentale di coronavirus, hanno condotto una lunga collaborazione-competizione per la creazione di virus chimerici ricombinanti di tipo “gain-of-function”.
VOCI SCIENTIFICHE CONTRARIE
George Gao, ex capo del Centro cinese per il controllo delle malattie, ha dichiarato alla BBC nel 2023: “Puoi sempre sospettare qualsiasi cosa. Questa è scienza. Non escludere nulla”.
Anche Ian Lipkin della Columbia University, inizialmente sostenitore della teoria del mercato, ha affermato che non è possibile escludere l’ipotesi della fuga dal laboratorio.
La biologa molecolare Alina Chan ha scritto sul New York Times che il virus non è emerso in una città qualunque, ma a Wuhan, dove si trovava il più importante laboratorio mondiale per i virus simili alla SARS, e dove gli scienziati stavano lavorando a campioni di virus prelevati nelle miniere del Laos e dello Yunnan.
Il servizio del TG3 Leonardo del 2015 ha documentato una ricerca scientifica reale e inquietante: la creazione di un virus chimerico capace di infettare l’uomo e resistente ai vaccini esistenti. Le dichiarazioni successive di Baric sulla possibilità di creare virus senza lasciare tracce, unite alle rivelazioni di Montagnier e alle email di Fauci che mostrano come l’ipotesi del laboratorio fosse discussa privatamente ma soffocata pubblicamente, rendono legittime le domande sull’origine del SARS-CoV-2.
La mancanza di trasparenza da parte della Cina e la censura del dibattito scientifico hanno impedito fino ad oggi di arrivare a una verità definitiva. Quello che è certo è che per anni, nei laboratori di Wuhan e del North Carolina, si sono condotti esperimenti pericolosi su coronavirus, creando virus chimerici capaci di infettare l’uomo, e che questi esperimenti erano finanziati dagli stessi enti che poi hanno negato ogni connessione con la pandemia.


