Nelle ultime ore, le televisioni ci hanno mostrato immagini di iraniani che festeggiano nelle piazze europee per la morte di Khamenei. Una narrazione accattivante, ma parziale: ciò che non viene mai mostrato è l’altra faccia della realtà, quella dell’Iran, dove centinaia di migliaia di persone continuano a manifestare il loro supporto alla Repubblica islamica, anche in piena guerra.
Questo non significa che il regime degli Ayatollah sia “buono” o rispettoso delle libertà individuali. Significa, piuttosto, che un popolo ha scelto da tempo come governarsi. Criticare duramente quel tipo di governo è legittimo, ma pensare di imporne dall’esterno la capitolazione è ingenuo e pericoloso: la storia recente di Iraq, Libia e Siria dimostra quanto possa essere disastrosa la destabilizzazione esterna. Paesi interi sono stati distrutti.
Chi crede ingenuamente che a Tel Aviv o Washington interessino davvero le libertà degli iraniani cade in un errore grossolano. La geopolitica non funziona secondo i desideri di chi si limita a guardare i telegiornali; richiede ragionamento storico, strategico e, soprattutto, considerazioni di interesse nazionale.
Per l’Italia, situata al centro del Mediterraneo, la destabilizzazione del Medio Oriente porta rischi concreti enormi: la possibile chiusura dello stretto di Hormuz, la reazione del mondo sciita, l’arrivo massiccio di profughi, l’espansione del conflitto. Tutti scenari nefasti che non si affrontano con slogan o retorica.
Occorre tornare a ragionare con i piedi nella Storia e con la mente sull’interesse nazionale, evitando l’ingenuità di chi si fa guidare solo dalle emozioni e dalle immagini filtrate dai media.

