Il XIX secolo persiano, sotto l’egida della dinastia Qajar (1785–1925), codificò un canone di bellezza femminile che si impone oggi come un caso-studio straordinario e profondamente artificiale nella storia globale del gusto. Lungi dall’essere una mera bizzarria locale o una moda effimera, esso rappresenta un progetto estetico consapevole, sostenuto dall’apparato di corte e veicolato con sistematicità attraverso i nuovi media visivi.

La documentazione superstite, dalle miniature alle prime fotografie, testimonia di un ideale radicale e inequivocabile: sopracciglia folte e congiunte (abru‑ye peyvasteh), una leggera ma enfatizzata peluria facciale, corpi volutamente pieni e morbidi. Questo trittico di caratteristiche, come evidenziato da ricerche pubblicate su Iranian Studies e dai cataloghi del Museum of Islamic Art di Doha, non era accidentale, ma funzionale a comunicare visivamente valori di salute, fertilità e alto status sociale nell’universo chiuso della corte.

L’avvento della fotografia sotto il regno di Nasir al-Din Shah (1848–1896) agì da potente catalizzatore e moltiplicatore di questo canone. I ritratti fotografici, riprodotti e circolanti tra le élite, cristallizzarono e imposero uno standard estetico con una pervasività senza precedenti, trasformando una preferenza di corte in un vero e proprio dogma visuale.
Una frattura con la tradizione persiana
Ciò che rende il fenomeno Qajar ancor più peculiare è il suo netto distacco dalla tradizione estetica persiana che lo precedeva. Nei periodi Safavide (1501–1736) e Zand (1751–1794), la rappresentazione della bellezza femminile privilegiava l’armonia dei lineamenti, la delicatezza dei tratti (occhi a mandorla, nasi sottili) e un’eleganza contestuale. Le miniature inserivano figure femminili in ambienti raffinati o paesaggistici, trasmettendo una grazia stilizzata ma variabile, aperta a interpretazioni individuali e differenze regionali. La bellezza era un concetto fluido, legato all’equilibrio e alla raffinatezza, non a un inventario di tratti fisici rigidamente prescritti.
I Qajar erano una dinastia tribale di origine turcomanna che salì al potere dopo un periodo di instabilità e guerre civili. Avevano un disperato bisogno di creare una identità distinta e immediatamente riconoscibile, che li legittimasse come eredi dell’Impero Persiano e al tempo stesso segnasse una rottura con le dinastie precedenti (Safavide, Zand).
- Non-Europei: In un’epoca di crescente pressione coloniale e culturale europea (soprattutto russa e britannica), definire un canone di bellezza radicalmente anti-europeo (corpi pieni vs. vitini da vespa, peluria vs. pelle di porcellana) era un atto di resistenza culturale. Era un modo per dichiarare: “La nostra civiltà ha i suoi valori, diversi e superiori ai vostri”.
- Non-Precedenti Persiani: Distaccandosi anche dagli ideali armoniosi e delicati dell’arte Safavide, i Qajar affermavano la novità e unicità del loro regime.
Il canone Qajar operò quindi una rottura, sostituendo quella fluidità con una serie di requisiti fissi, quasi ieratici. Questa standardizzazione lo allontanò simultaneamente anche dagli ideali coevi dell’Europa vittoriana—che celebrava la diafana magrezza e l’impeccabile levigatezza—e dai modelli classici mediterranei, fondati sull’armonia proporzionale e l’idealizzazione della forma. Il suo isolamento è duplice: un’anomalia sia nella lunga storia persiana, sia nel panorama globale.
Interpretazione: un costrutto di potere, non uno specchio della realtà
La ricerca accademica, come dimostra il volume Gendered Transformations: Beauty, Love, and Sexuality in Qajar Iran (Cambridge University Press), legge correttamente queste immagini non come satire o eccentricità, ma come strumenti deliberati di comunicazione socio-politica. La stessa fluidità stilistica che a volte avvicina i ritratti femminili a quelli maschili svela la natura codificata e performativa dell’ideale.

È proprio qui che si deve insistere con tono critico: il canone Qajar non costituisce una documentazione “realistica” delle donne dell’epoca, bensì la proiezione di un desiderio d’élite, plasmato da dinamiche di potere.
Aderire a questo canone (attraverso il trucco, l’abbigliamento, la posa) era un segno di appartenenza all’élite. Rifiutarlo o non conformarsi equivaleva a un’esclusione sociale. Era un meccanismo per rafforzare la coesione del gruppo dominante.
Esso dimostra in modo lampante come la bellezza sia sempre un costrutto culturale e politico, mai un fatto naturale o universale. Questo ideale, per quanto ben documentato, fu un prodotto storico preciso, imposto dall’alto e sostenuto da mezzi di riproduzione visiva che ne garantirono la diffusione autoritaria.
I ritratti femminili Qajar trascendono il valore di semplice curiosità estetica. Essi si rivelano come artefatti di un processo di disciplinamento visivo, utili a decifrare i meccanismi attraverso cui il potere, in un dato tempo e luogo, definisce e impone i parametri del desiderabile, sacrificando sistematicamente la diversità individuale e la complessità sociale. Fu, in essenza, un’operazione di branding del potere, dove il corpo femminile divenne il logo di un regime in cerca di legittimazione in un mondo che cambiava troppo in fretta. La sua stranezza è la misura della sua disperata intenzionalità.
La loro eredità più duratura non è in uno stile sopravvissuto, ma nella lezione critica che impartiscono: la bellezza canonizzata è sempre, in ultima analisi, una questione di autorità.


