La Danimarca, spesso considerata modello di efficienza sociale, si trova ora al centro di un dibattito etico e scientifico dai contorni inquietanti: la valutazione della capacità genitoriale attraverso test psicometrici. Il caso di Keira Alexandra Kronvold, madre groenlandese di 38 anni, ha scosso l’opinione pubblica internazionale: due ore dopo il parto, le autorità hanno portato via la neonata, non per violenza o negligenza, ma per punteggi insufficienti in test di intelligenza e di personalità.
Il sistema in questione, il Forældrekompetenceundersøgelse (FKU), si basa su test come il WAIS-IV, il Rorschach e il Reading the Mind in the Eyes Test, somministrati spesso durante la gravidanza. Il principio implicito è che un punteggio numerico possa prevedere la capacità di accudire un bambino. Eppure, come evidenziano studi pubblicati su Archives of Clinical Neuropsychology e Journal of Cognitive Neuroscience, non esiste correlazione significativa tra QI dei genitori e qualità dell’accudimento. Sensibilità, pazienza, capacità di creare un ambiente sicuro: questi sono i veri strumenti del genitore, non i puzzle logici o le domande di cultura generale.
Il problema è aggravato dai bias culturali insiti nei test. Le famiglie groenlandesi, già storicamente marginalizzate, si trovano a competere con strumenti tarati su un modello europeo di genitorialità. Le domande di cultura generale riflettono conoscenze occidentali; il test sulle emozioni utilizza volti caucasici; la lingua del test è il danese, non la lingua madre di molti genitori groenlandesi. Il risultato è prevedibile: rimozioni sproporzionate dei figli. Nel 2022, mentre solo l’1% dei bambini danesi è stato rimosso dalle famiglie, la percentuale per i bambini groenlandesi raggiunge il 5,6-7%.
Le conseguenze non sono solo statistiche: per Kronvold, i figli le sono stati tolti ripetutamente, e la visita settimanale supervisionata non può sostituire il legame quotidiano con la madre. Anche dopo l’abolizione del test per le famiglie groenlandesi nel 2025, violazioni procedurali continuano a mettere in luce quanto il sistema sia fragile e facilmente ingiusto.
Dietro la retorica della protezione del minore si cela una forma di controllo e discriminazione istituzionalizzata. Come ricordano gli esperti dell’Istituto danese per i diritti umani, il FKU ignora contesti culturali, disabilità cognitive e background educativi diversi, trattando famiglie diverse come se fossero intercambiabili numeri di test. In questo modo, lo Stato sostituisce la valutazione empirica e il sostegno concreto con giudizi astratti, potenzialmente devastanti.
Il caso danese non è un’eccezione isolata. Canada, Australia e Stati Uniti mostrano pattern analoghi: le minoranze indigene sono sovrarappresentate negli affidamenti. Ciò solleva una questione universale: quanto può e deve lo Stato interferire nella genitorialità, e secondo quali criteri?
In un’epoca che esalta dati e numeri, ridurre la genitorialità a un punteggio di QI non è solo scientificamente infondato, ma profondamente disumano. L’amore, la dedizione e la cultura familiare non possono essere misurati con grafici o tabelle. Il caso Kronvold è un monito: il diritto dei bambini a crescere con i propri genitori, e il diritto dei genitori a non essere giudicati da numeri astratti, devono prevalere sulle illusioni di oggettività dei test psicometrici.



controllo totale siamo in gabbia ma non prenderete le nostre anime