Nel 2013, Francesco Morcavallo, magistrato presso il Tribunale per i Minorenni di Bologna, si sedette negli studi di Mattino 5 ospite di Federica Panicucci per lanciare un’accusa tanto diretta quanto inquietante: il sistema degli affidamenti minorili, in Italia, funzionerebbe spesso secondo logiche economiche e sociali che nulla hanno a che fare con la tutela dei bambini.
Durante l’intervista, Morcavallo descrisse un meccanismo che definì «pericoloso e pervasivo», spiegando che in molti casi i prelievi dei minori dalle famiglie avvengono senza supporto normativo e, soprattutto, senza motivazioni concrete basate su fatti accertati. «Non c’è nessun supporto normativo che giustifichi un prelievo contro la volontà del bambino o dell’adolescente», dichiarò il magistrato, sottolineando come gli interventi autoritativi siano spesso sproporzionati e simili a quelli di ordinamenti totalitari.
Secondo Morcavallo, le motivazioni reali dietro gli allontanamenti sarebbero principalmente due: economiche e di controllo sociale. I bambini prelevati forzosamente entrerebbero in un «mercato degli affidamenti», che coinvolge enti privati e istituti religiosi gestori delle cosiddette comunità, dove il denaro pubblico segue ogni minore ricoverato, giorno per giorno. «Parliamo di un interesse enorme, dell’ordine di un miliardo e mezzo, due miliardi di euro ogni anno», affermò l’ex magistrato. L’accusa è gravissima: secondo Morcavallo, istituzioni come assistenza sociale e magistratura sarebbero «fortemente contaminate» da questo tipo di interessi, mettendo a rischio la tutela dei bambini e la fiducia nelle stesse istituzioni di garanzia.
L’ex giudice spiegò anche come il processo decisionale coinvolga una rete di psicologi, assistenti sociali e altri esperti, le cui relazioni alimentano i giudizi dei magistrati. Tuttavia, secondo Morcavallo, questi giudizi non sono sempre basati su fatti concreti, ma su valutazioni soggettive della capacità genitoriale. «Nel 99% dei casi non ci sono motivazioni su fatti, ma giudizi sulla personalità del minore o dei genitori», disse, citando anche l’uso della cosiddetta sindrome di alienazione parentale (PAS) come pretesto per legittimare provvedimenti ingiustificati.
Il magistrato denunciò che l’allontanamento dei minori avviene spesso senza ascoltare i familiari e senza considerare le reti parentali esistenti. Bambini piccoli, anche di pochi mesi, potrebbero essere separati dalla madre o dal padre pur in assenza di problemi psichici o di maltrattamenti accertati. «Il problema è che pochi avvocati hanno la preparazione e la fermezza per far rilevare queste anomalie», aggiunse, evidenziando la difficoltà di contestare un sistema che appare consolidato e autoreferenziale.
L’intervista rappresenta una delle rare occasioni in cui un magistrato ha parlato apertamente della gestione degli affidi minorili in termini così critici. Le sue parole suscitarono scalpore e divisioni: da un lato, la denuncia di possibili abusi sistemici e conflitti di interesse; dall’altro, le precisazioni dei magistrati minorili, che sostengono che i casi problematici siano deviazioni isolate e non la regola.
Oggi, a più di dieci anni di distanza, le riflessioni di Morcavallo restano un monito sulla fragilità di un settore delicatissimo. La tutela dei minori, ricordava lui, non può essere subordinata a logiche economiche o soggettive, ma deve basarsi su accertamenti concreti, trasparenti e rigorosi. La sua voce ha aperto un dibattito che continua a interrogarci sulla necessità di garantire protezione reale ai bambini senza compromettere i diritti delle famiglie.


