Il presidente del Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro revoca l’incremento di 60.000 euro dopo le polemiche politiche. Tornano i dubbi sull’utilità dell’ente costituzionale
Un aumento di stipendio da 60.000 euro, una bufera politica e una retromarcia nel giro di 48 ore. È la vicenda che ha coinvolto Renato Brunetta, presidente del CNEL (Consiglio nazionale dell’economia e del lavoro), dopo che è emerso che il suo compenso annuale sarebbe dovuto passare da 250.000 a 310.000 euro lordi.
La notizia, rivelata dal quotidiano Il Sole 24 ORE, ha scatenato immediate reazioni dall’opposizione e, fatto inusuale, anche irritazione da parte del governo, che pure aveva permesso a Brunetta di percepire lo stipendio nel 2024.
Mentre i pensionati italiani hanno ricevuto nel 2025 aumenti medi tra 1 e 2 euro mensili per la perequazione, Brunetta – già pensionato – si apprestava a intascare 60.000 euro in più all’anno. Un contrasto che spiega l’ondata di indignazione.
La sentenza della Consulta e l’adeguamento contestato
L’aumento era tecnicamente legittimo: derivava dall’applicazione della sentenza n. 135 del 28 luglio 2025 della Corte costituzionale, che ha dichiarato illegittimo il tetto di 240.000 euro alle retribuzioni dei dirigenti pubblici, ripristinando il meccanismo parametrico ancorato allo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione (311.658,53 euro).
Tuttavia, “tecnicamente legittimo” non significa politicamente opportuno o moralmente accettabile. Il provvedimento approvato dall’Ufficio di presidenza del CNEL l’11 settembre prevedeva incrementi non solo per Brunetta, ma anche per vicepresidenti, consiglieri e membri dello staff, con un aumento della spesa complessiva da 850.000 euro a quasi 1,5 milioni di euro annui – quasi il doppio, in un momento in cui si predica austerità.
Le critiche della politica: il paradosso del salario minimo
Le opposizioni hanno attaccato duramente l’ex ministro di Forza Italia. Matteo Renzi ha dichiarato:
“Giorgia Meloni non trova i soldi per aumentare gli stipendi al ceto medio ma li trova per il poltronificio di Brunetta”.
Nicola Fratoianni di Alleanza Verdi-Sinistra ha aggiunto:
“È proprio lo stesso Brunetta che si è duramente opposto al salario minimo di 9 euro lordi l’ora. Sono davvero senza vergogna alcuna”.
Ed è qui che emerge il paradosso più stridente. Brunetta ha pubblicamente osteggiato il salario minimo – che avrebbe garantito circa 18.700 euro lordi annui ai lavoratori (9 euro/ora per 40 ore settimanali) – mentre per sé rivendicava 310.000 euro.
Ma sul salario minimo, dopo anni di dibattiti, cosa è stato fatto concretamente? La legge approvata nel settembre 2025 è stata completamente svuotata: nessun salario minimo obbligatorio, solo generiche deleghe al governo che ad oggi non hanno prodotto alcun risultato concreto. L’Italia resta uno dei soli 5 Paesi europei su 27 senza salario minimo legale, mentre 5,7 milioni di lavoratori italiani percepiscono meno di 850 euro netti al mese.
Anni di proposte parlamentari, commissioni, audizioni. Risultato finale: zero euro di salario minimo garantito. Eppure per gli aumenti dei vertici del CNEL la macchina burocratica ha funzionato in poche settimane.
L’irritazione di Palazzo Chigi e la retromarcia
Decisiva è stata la presa di distanza della premier Giorgia Meloni, che ha definito la decisione “inopportuna” e “non condivisibile“, sottolineando che “in un momento in cui si chiede sobrietà a tutti, non è opportuno che un organo pubblico aumenti il proprio stipendio”.
Una posizione che però solleva interrogativi: è lo stesso governo che nel marzo 2024 ha inserito nel decreto PNRR una norma che ha consentito al presidente del CNEL di ricevere un compenso nonostante dal 2012 fossero vietati incarichi retribuiti nella pubblica amministrazione a chi è già in pensione. Prima si apre la porta allo stipendio, poi ci si scandalizza dell’aumento.
Di fronte alla pressione politica, Brunetta ha annunciato venerdì 7 novembre la revoca immediata della delibera:
“Non voglio in alcun modo che dall’applicazione legittima di una giusta sentenza della Corte costituzionale derivino strumentalizzazioni in grado di danneggiare la credibilità dell’istituzione che presiedo”.
Il CNEL: un ente da 20 milioni l’anno con risultati limitati
L’episodio ha riacceso le polemiche sulla funzione e sull’opportunità stessa del CNEL, un organo costituzionale istituito dall’articolo 99 della Costituzione con compiti consultivi in materia economica e sociale.
I numeri parlano chiaro: Il CNEL costa alle casse pubbliche tra 18 e 20 milioni di euro annui (dati Corte dei Conti 2024). Composto da esperti e rappresentanti delle parti sociali, dovrebbe proporre leggi e pareri al Parlamento, ma nei suoi oltre 60 anni di storia ha prodotto meno di 10 proposte legislative effettivamente approvate. Meno di una ogni sei anni.
Molti considerano il CNEL un “duplicato” di funzioni già svolte da ministeri, ISTAT, INPS e sindacati. Nel referendum costituzionale del 2016, la riforma Renzi-Boschi ne prevedeva l’abolizione proprio per l’inefficacia dimostrata. La bocciatura del referendum ha mantenuto in vita l’istituzione, ma non ha risolto il problema della sua utilità concreta.
I sostenitori lo definiscono un “parlamento del lavoro”, un luogo neutro di concertazione. Ma a quale costo e con quali risultati misurabili? Negli ultimi anni l’ente ha prodotto rapporti sul mercato del lavoro – spesso sovrapposti a quelli dell’ISTAT – e promosso tavoli di dialogo che non hanno portato a decisioni concrete, come dimostra il fallimento sul salario minimo.
Il contesto più ampio: la crisi dei salari italiani
La vicenda Brunetta assume contorni ancora più paradossali se inserita nel contesto economico italiano. Dal 2019 al 2024 le retribuzioni contrattuali hanno perso il 10,5% del loro potere d’acquisto. Il 23,1% della popolazione italiana si trova a rischio povertà o esclusione sociale nel 2025 – quasi un italiano su quattro.
Dal 2008 l’Italia ha registrato una diminuzione dell’8,7% nei salari reali, il peggior dato tra i Paesi del G20. Nello stesso periodo Francia e Germania hanno visto incrementi rispettivamente del 5% e del 15%.
In questo scenario, l’immagine di un presidente di ente pubblico già pensionato che si aumenta lo stipendio di 60.000 euro – mentre milioni di lavoratori faticano ad arrivare a fine mese e il dibattito sul salario minimo produce solo chiacchiere – assume una valenza simbolica potente: quella di una classe dirigente disconnessa dalla realtà del Paese.
Le domande senza risposta
La vicenda chiude con una retromarcia, ma lascia aperti interrogativi fondamentali:
- In un Paese che chiede rigore nei conti pubblici, è ancora giustificabile l’esistenza di un organo costituzionale che costa 20 milioni l’anno e produce risultati misurabili così limitati?
- Perché il salario minimo, discusso da sei anni, non si fa, mentre gli aumenti per i vertici degli enti pubblici vengono deliberati in poche settimane?
- Quante altre “norme ad personam” passano inosservate nei decreti, permettendo eccezioni e privilegi che i comuni cittadini non hanno?
La marcia indietro di Brunetta chiude l’episodio, ma non il problema più profondo che rappresenta.



il mio ricordo di Brunetta risale periodo pandemia, cattiverie verso chi
era contrario al siero sperimentale. Una meschinità indegna di un
politico che viene spesato attraverso le nostre tasse come del resto
altri personaggi pubblici italiani che sono a piede libero.
Brunetta: un personaggio all’altezza della sua etica. Ricordo un filmato di lui che mercanteggiava con un venditore ambulante per un paio di calzini… no comment