La Procura generale di Tripoli ha arrestato martedì il generale Osama Njeem Almasri con l’accusa di torture su almeno dieci detenuti e dell’omicidio di uno di loro. Lo stesso uomo che il governo italiano ha scarcerato e rimpatriato con un volo di Stato dieci mesi fa, sottraendolo alla giustizia internazionale.
Un epilogo che trasforma in beffa una vicenda già imbarazzante per Roma. Quello che l’Italia non ha voluto fare – consegnare alla Corte Penale Internazionale un comandante accusato di crimini di guerra – lo fa ora la Libia, Paese privo di un governo unitario riconosciuto.
I crimini di Mitiga: un sistema di terrore
Il mandato della CPI si basa su anni di indagini e centinaia di testimonianze raccolte dall’organizzazione Refugees in Libya. Le accuse sono precise e documentate: omicidio, tortura, stupro e violenza sessuale “commessi personalmente da Almasri, o su suo ordine, o con l’assistenza di membri della milizia Rada” nella prigione di Mitiga a partire dal febbraio 2015.
Mitiga non è una prigione qualsiasi. Costruita dalle milizie Rada nel 2012 presso l’ex base aerea, è diventata il più grande centro di detenzione della Libia occidentale. Almasri ne era il supervisore operativo, colui che decideva chi torturare, come e perché.
Le vittime includono persone incarcerate per motivi religiosi (cristiani, atei), per orientamento sessuale, per presunta opposizione ideologica alle Rada, o semplicemente catturate durante i tentativi di attraversare il Mediterraneo.
Le voci delle vittime
Una donna ivoriana oggi rifugiata in Italia, ha denunciato alla sua legale Angela Bitonto violenze sessuali sistematiche: “La stupravano ogni notte, all’interno della prigione di Mitiga. Lo facevano a turno: prima lui, il generale Almasri e poi tutti gli altri suoi uomini”. Oggi Mariam ha un lavoro in Italia e cerca di ricostruirsi una vita, racconta Avvenire, “ma è difficile, ogni notte, rivive lo stesso incubo”. È riuscita a fuggire scavando un buco nel muro della prigione “giorno dopo giorno, con una pietra, insieme a un’altra ragazza che aveva subito come lei tutti quegli abusi”. Della compagna di fuga non si sa più nulla: probabilmente morta in un naufragio nel Mediterraneo.
Lam Magok Biel Ruei, 32 anni, rifugiato dal Sud Sudan arrivato in Italia nel 2020 tramite corridoio umanitario UNHCR, è stato detenuto per mesi a Mitiga. “Almasri mi ha torturato con scosse elettriche. Le torture avvenivano ogni giorno”, racconta ad Avvenire. Quando è stato rilasciato Almasri in Italia, Lam ha presentato un esposto contro Meloni e i ministri per favoreggiamento: “Essere vittima di tortura è un incubo che torna tutte le notti. Leggere che la leader di un paese democratico rivendichi di aver coperto un criminale come Almasri, mi spaventa e mi addolora. Il governo mi ha reso vittima una seconda volta”.
David Yambio, 27 anni, attivista sudanese di Sea Watch e portavoce di Refugees in Libya, ha vissuto in prima persona l’inferno della prigione di Mitiga. Racconta a Domani:
«Nel novembre 2019 sono stato catturato nel Mediterraneo e riportato in Libia. Sono stato trasferito ad Al-Jadida, sotto il comando di Almasri, che mi ha torturato personalmente. L’ho visto uccidere tre persone: una ad Al-Jadida e due a Mitiga. Mi frustava con un tubo di plastica, mi prendeva a calci sulle gambe e mi insultava con parole disumane, chiamandomi schiavo».
David racconta di essere stato costretto ad arruolarsi nelle milizie di Almasri per combattere contro le forze del generale Haftar.
«Mi obbligava a sollevare e caricare bombe, poi mi ordinava di sparare mentre lui si nascondeva. Quei momenti erano terribili, mi hanno lasciato un senso di disperazione e tradimento profondi».
È riuscito a fuggire da Mitiga nell’aprile 2020, ma il ricordo di Almasri lo perseguita ancora: «Me lo ritrovo puntualmente negli incubi».
“Tutti i campi sono sotto al suo controllo, non solo Mitiga, ma Jadeda, Kufra, tutti”, spiega David Yambio. “Nulla si può fare in Libia senza il consenso di Almasri, anche il governo non può operare senza l’ok delle sue milizie e di altri come lui, è un sistema quello di Almasri”.
Mohammed Daoud, altra vittima arrivata in Italia, spiega a Fanpage i metodi di tortura:
“Almasri non faceva le torture da solo, ma dava gli ordini. Una delle torture che facevano più spesso è quella con il fuoco. È molto dura, ti brucia la pelle e lascia sfregi indelebili. Un altro tipo di tortura è quella del pestaggio con le mani e i piedi legati, in questo modo tu non puoi muoverti e sei completamente nelle loro mani”.
I video delle torture, raccolti da Refugees in Libya, mostrano corpi bruciati, cicatrici profonde, segni di percosse ripetute.
Il Foglio ha raccolto denunce formali di altre vittime. H.K. è stato arrestato nel 2015 e detenuto senza alcun motivo per quattro anni a Mitiga:
“Per tutto questo tempo contro di me non è stata avanzata alcuna accusa, né sono stato interrogato da un procuratore. Tutto questo è avvenuto su ordine di Osama al Njeim che era il comandante della prigione all’epoca”. Nella denuncia si parla di “detenzione arbitraria e tortura fisica e psicologica”.
M.H. ha raccontato come il fratello, invalido su sedia a rotelle da 30 anni, sia morto in Tunisia cinque giorni dopo essere stato rilasciato:
“Durante la sua detenzione che è durata tre mesi e 22 giorni, mio fratello ha patito abusi fisici e psicologici” nonostante le sue condizioni di salute.
Il riconoscimento internazionale delle atrocità
Papa Francesco incontrò personalmente alcune vittime di Mitiga. Don Mattia Ferrari, presente agli incontri, racconta a Fanpage:
“Queste immagini le ha viste anche Papa Francesco. Lui ha incontrato alcune delle vittime di tortura nelle prigioni libiche, e ha accarezzato con le sue mani le cicatrici che portano”.
Anche il Dipartimento di Stato americano ha documentato le violenze. Nella scheda paese sulla Libia riguardo alle violazioni dei diritti umani, Washington cita “testimonianze di ex detenuti” che confermano torture sistematiche a Mitiga sotto la supervisione di Almasri.
Le testimonianze raccolte da Refugees in Libya sono state determinanti per l’indagine della Corte Penale Internazionale. Senza questo lavoro di documentazione durato anni, Almasri non sarebbe mai stato incriminato. E senza queste prove, l’Italia non avrebbe avuto alcuna ragione formale per arrestarlo a Torino. Ma una volta arrestato, lo ha rimandato a casa.
L’arresto mancato
Il 18 gennaio 2025 la Corte Penale Internazionale emette un mandato d’arresto internazionale contro Almasri, capo della polizia giudiziaria di Tripoli e figura di spicco delle milizie Rada. Le accuse: crimini contro l’umanità e crimini di guerra commessi nella prigione di Mitiga dal 2015, tra cui torture, omicidi, stupri e violenze sessuali sistematiche contro detenuti.
Il giorno dopo, la Digos lo arresta a Torino, dove era andato a vedere una partita della Juventus dopo aver viaggiato indisturbato per due settimane tra Francia, Germania e Belgio. Il 21 gennaio la Corte d’Appello di Roma dichiara l’arresto “irrituale” per un presunto vizio procedurale: la polizia non avrebbe dovuto agire senza la preventiva consultazione del ministero della Giustizia.
Nelle stesse ore del rilascio, il ministro Piantedosi firma l’espulsione “per urgenti ragioni di sicurezza” e Almasri viene rimpatriato a Tripoli con un aereo di Stato. Ad accoglierlo all’aeroporto di Mitiga, i suoi uomini in festa.
Le contraddizioni
Il governo difende l’operato sostenendo che Almasri, una volta rilasciato, era “pericoloso” e andava espulso. La premier Meloni addossa la responsabilità alla magistratura e rivela di essere stata “a conoscenza” di un mandato di cattura libico “già dal 20 gennaio”, presentando la richiesta di estradizione da Tripoli come concorrente con quella della Corte Penale Internazionale.
La ricostruzione non regge. La richiesta libica arriva ufficialmente al ministero solo il 22 gennaio, quando Almasri è già a Tripoli. E secondo funzionari del ministero della Giustizia sentiti dal Tribunale dei ministri, quella richiesta appare “anomala” e “meramente strumentale”, “totalmente sprovvista di provvedimenti e documentazione”.
Secondo un’analisi pubblicata sulla rivista giuridica Questione Giustizia, la Corte d’Appello “avrebbe potuto convalidare il fermo di Almasri, avendone ricevuto notizia dalla polizia, che il fermo lo aveva operato su diretta richiesta della Corte penale internazionale”. E il Procuratore generale “avrebbe dovuto comunque chiedere l’applicazione della custodia cautelare in carcere” anche indipendentemente dalla convalida dell’arresto, come previsto dall’articolo 11 della legge 237/2012.
Come osservato nell’analisi: “Le ordinanze di non convalida dell’arresto con contestuale applicazione della misura cautelare sono tutt’altro che infrequenti nella prassi”.
La Corte d’Appello aveva persino chiesto esplicitamente al Procuratore generale “se vi sia, comunque, richiesta di applicazione di misura cautelare nei confronti dell’interessato”, ma la risposta fu negativa per la mancata trasmissione degli atti da parte del ministro Nordio. Atti che il ministro aveva ricevuto il 18 gennaio ma non trasmise mai nei giorni cruciali. Il Procuratore generale aveva sollecitato il ministero già il 20 gennaio, senza ricevere risposta.
Il risultato: un uomo ricercato per crimini contro l’umanità torna libero in poche ore e viene riaccompagnato a casa dallo Stato italiano.
ENI e il ricatto energetico
La versione ufficiale del governo cambia radicalmente quando emerge la relazione del Tribunale dei ministri. Dalle oltre novanta pagine emergono i veri timori dei vertici dello Stato: proteggere gli interessi economici italiani in Libia, a partire da ENI.
Giovanni Caravelli, direttore dell’AISE (i servizi segreti per l’estero), riferisce di tre riunioni urgenti – il 19, 20 e 21 gennaio – con i vertici istituzionali. Il prefetto avverte di “possibili ritorsioni per i cittadini e gli interessi italiani in Libia” se Almasri venisse consegnato alla Corte Penale Internazionale. In particolare, spiega Caravelli, le forze Rada controllano il quartiere dove si trova l’ambasciata italiana e l’aeroporto di Mitiga. E soprattutto, potrebbero colpire gli “interessi stanziali” italiani: lo stabilimento ENI di Mellitah, da dove parte il gasdotto GreenStream che porta gas naturale a Gela.
Il timing è eloquente. Nelle stesse ore in cui la polizia arresta Almasri a Torino, a Tripoli è in corso il summit sull’energia sponsorizzato da ENI, con la partecipazione di diplomatici e manager italiani. L’Upstream director di ENI, Luca Vignati, annuncia nuove perforazioni e conferma l’interesse dell’azienda per 22 nuove licenze offshore e onshore previste per il 2025.
Gli investimenti in gioco sono enormi. Nel gennaio 2023, durante la visita della premier Meloni e dell’amministratore delegato Claudio Descalzi, ENI e la compagnia statale libica NOC hanno firmato un accordo da 8 miliardi di euro. A luglio il sottosegretario Mantovano aveva definito “senza precedenti” gli accordi con Libia e Algeria per “materie prime critiche, essenziali nel campo del digitale e dell’energia”.
Il complesso di Mellitah non è un obiettivo ipotetico. È stato attaccato ripetutamente: nel 2013, 2016, 2020 e nell’aprile 2021, quando milizie provenienti da Zuwara hanno assaltato lo stabilimento per due giorni come ritorsione per l’arresto di Abdul Rahman Milad, trafficante di esseri umani poi ucciso nel 2024.
«Abbiamo molti interessi in Libia», confessa a Domani una fonte autorevole vicina al dossier Almasri nell’articolo “Migranti e petrolio, perché Meloni ha liberato Almasri ‘il torturatore’” di Giovanni Tizian, pubblicato il 24 gennaio 2025. «E averlo tutelato porta a casa un grosso vantaggio».
Il generale, spiega la fonte, non è solo il capo della polizia giudiziaria ma anche “il leader di una grossa Katiba” – una tribù con cui sono stati stretti accordi informali per arginare i flussi migratori. Inoltre le milizie libiche “garantiscono protezione tutti i giorni ai soldati dei contingenti a Tripoli e Misurata”.
Il capo della polizia Vittorio Pisani conferma che si voleva scongiurare una dinamica analoga al caso Cecilia Sala, la giornalista arrestata in Iran dopo il fermo di un terrorista iraniano in Italia.
L’accusa della Corte Penale Internazionale
A febbraio la Corte Penale Internazionale apre un fascicolo contro l’Italia per “ostacolo all’amministrazione della giustizia”. A giugno arriva l’accusa formale: il governo ha “impedito alla Corte di esercitare le sue funzioni” e “non ha ottemperato ai suoi obblighi” derivanti dallo Statuto di Roma, ratificato dall’Italia nel 1999.
La Corte Penale Internazionale smonta anche la tesi della richiesta libica:
“Oltre tre mesi dopo il rilascio, l’Italia solleva per la prima volta l’esistenza di una presunta richiesta di estradizione concorrente. Ma la documentazione fornita non include alcun mandato d’arresto presumibilmente emesso dalle autorità libiche”.
Lo Statuto di Roma è chiaro: gli Stati parte hanno l’obbligo di cooperare pienamente con la Corte. In caso di mancata cooperazione, la Corte Penale Internazionale può investire il Consiglio di Sicurezza dell’ONU – particolarmente rilevante nel caso libico, dove la Corte opera proprio su mandato del Consiglio.
Le conseguenze
La Procura di Roma iscrive nel registro degli indagati Meloni, Nordio, Piantedosi e Mantovano per favoreggiamento e peculato. La posizione della premier viene archiviata. Per gli altri tre, il 9 ottobre 2025 la Camera nega l’autorizzazione a procedere con 215 voti contro 119. Esito scontato, con la premier Meloni presente in aula per confermare pubblicamente il sostegno dell’intero esecutivo.
Il Tribunale dei ministri di Roma archivia quindi l’indagine per “mancanza della condizione di procedibilità”. Un atto dovuto e irrevocabile dopo il voto parlamentare. Una mozione di sfiducia contro Nordio era già stata respinta a marzo.
Le vittime di Almasri – tra cui una donna ivoriana e un rifugiato sudanese, torturati a Mitiga e ora in Italia – annunciano richieste di risarcimento contro il governo. “Mi ha reso vittima una seconda volta”, dichiara il rifugiato sudanese.
Il paradosso finale
Ora Almasri è in carcere a Tripoli. La Procura libica lo accusa di torture contro dieci detenuti e di un omicidio. A luglio le autorità libiche avevano chiesto assistenza alla Corte Penale Internazionale per acquisire prove. La stessa Libia che il governo italiano aveva presentato come destinazione legittima per sottrarre Almasri alla giustizia internazionale, ora dimostra maggiore rispetto per lo stato di diritto.
Resta incerto se Almasri sarà processato in Libia o consegnato alla Corte Penale Internazionale. Ma la lezione è già scritta: l’Italia ha scelto di proteggere un comandante accusato di torture e stupri, violando gli obblighi internazionali. Lo ha fatto con un volo di Stato, con la bandiera italiana. E lo ha fatto per tutelare contratti petroliferi e gasdotti.
Perché questo è il punto: non si è trattato di un errore procedurale. È stata una scelta politica precisa. Quando si è trattato di decidere tra la giustizia internazionale e gli 8 miliardi di euro di contratti ENI, tra lo Statuto di Roma e il GreenStream, il governo ha scelto, in poche ore.
Una difesa che trasforma l’imbarazzo in ammissione:
- se Roma sapeva del mandato libico, perché non ha aspettato di riceverlo formalmente prima di liberare Almasri?
- Perché la fretta di espellerlo mentre la Corte Penale Internazionale chiedeva la consegna?
La risposta è nelle relazioni del Tribunale dei ministri: perché nelle stesse ore a Tripoli ENI chiudeva accordi per nuove perforazioni.
Rimane l’immagine di un Paese che proclama l’impegno per i diritti umani mentre rimpatria chi è accusato di violazioni sistematiche. Che ratifica trattati internazionali e poi non li rispetta.
Che finanzia le milizie libiche per fermare i migranti con fondi pubblici, e poi si scandalizza quando quelle stesse milizie vengono perseguite per crimini contro l’umanità. Che tiene in carcere in Italia i profughi sopravvissuti a Mitiga mentre rimanda a casa, su volo di Stato, il loro torturatore.
Il Tribunale dei ministri ha definito “generici” i timori di ritorsioni. Non c’erano minacce concrete, solo previsioni. Ma sono bastate previsioni per violare lo Statuto di Roma. Non è stato neppure opposto il segreto di Stato, che avrebbe almeno avuto una sua coerenza giuridica. Troppo ingombrante, forse, ammettere pubblicamente che ENI vale più della Corte Penale Internazionale.
Il caso Almasri è chiuso sul piano giudiziario interno. Ma la credibilità dell’Italia nelle sedi internazionali ha subito un danno difficilmente riparabile. E le vittime di Mitiga aspettano ancora giustizia, mentre il gas continua a scorrere nel GreenStream.


