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La crisi che costrinse alle dimissioni il Segretario del Lavoro di Trump dopo l’arresto di Jeffrey Epstein.

Posted on venerdì 13 Febbraio 2026venerdì 13 Febbraio 2026 By Grande inganno Nessun commento su La crisi che costrinse alle dimissioni il Segretario del Lavoro di Trump dopo l’arresto di Jeffrey Epstein.

Nel luglio del 2019, l’arresto di Jeffrey Epstein, un finanziere miliardario accusato di traffico sessuale di minorenni, aveva tutta l’aria di essere l’ennesima pagina di cronaca nera destinata a spegnersi rapidamente nei titoli dei giornali.

Invece gli effetti si sentirono fino alle sale del potere a Washington, dove un ministro del governo di Donald Trump, Alexander Acosta, fu costretto ad abbandonare il suo incarico e molte domande uscirono allo scoperto su come venivano trattati certi affari giudiziari negli Stati Uniti.

Quello che sembrò un fatto isolato si rivelò essere la punta di un lunghissimo filo che aveva radici storiche, intrecci sociali e dinamiche di potere che attraversano due decenni di storia americana.

L’inizio di un caso e il patteggiamento

La storia giudiziaria di Jeffrey Epstein cominciò molto prima del 2019. Già a metà degli anni Duemila la polizia di Palm Beach, in Florida, iniziò a raccogliere denunce e testimonianze su abusi sessuali nei confronti di ragazze minorenni, alcune di appena 14 anni. L’indagine si allargò e arrivò all’attenzione dell’FBI.

A essere incaricato della prosecuzione dell’inchiesta federale fu Alexander Acosta, che all’epoca era Procuratore degli Stati Uniti per il Distretto Sud della Florida. Dopo anni di indagini, nel 2007 e 2008 venne negoziato un accordo giudiziario tra la procura e la difesa di Epstein, noto come Non‑Prosecution Agreement.

Con quell’accordo, Epstein accettò di dichiararsi colpevole di due reati statali minori legati alla prostituzione, venne condannato a 18 mesi di reclusione con possibilità di uscire durante il giorno per lavorare e fu inserito nel registro dei sessi‑offender.

Come parte dell’accordo, la procura federale accettò di rinunciare ad adire a giudizio Epstein su accuse federali molto più gravi che avrebbero potuto comportare decenni di carcere. L’accordo comprendeva anche una clausola di immunità per potenziali complici, una disposizione che poi sarebbe stata oggetto di controversie legali ulteriori.

Quel patteggiamento fu gestito in segreto rispetto alle vittime, le quali vennero informate solo dopo che l’accordo fu formalizzato e approvato. Nel tempo emerse che questo aveva violato diritti garantiti dalla legge federale sulle vittime di reati, cosa che sarebbe stata ufficialmente riconosciuta anni dopo.

Anni di silenzio e l’inchiesta che riaprì tutto

Per molti anni, quella soluzione giudiziaria restò fuori dall’attenzione del grande pubblico. Le indagini civili delle vittime proseguirono in tribunali civili e molte donne cercarono prove e testimonianze per far riaprire il caso. Ma fu solo alla fine del 2018 che un reportage giornalistico cambiò la storia.

Il quotidiano Miami Herald pubblicò un’inchiesta dettagliata intitolata “Perversion of Justice”, che analizzava come il patteggiamento del 2008 era stato negoziato, quali concessioni erano state fatte a Epstein e quale impatto aveva avuto su chi aveva denunciato gli abusi. L’articolo, frutto di mesi di interviste e analisi di documenti, raccontava anche la sofferenza delle vittime e l’ombra giudiziaria che quel patteggiamento aveva gettato su di esse.

L’inchiesta del Miami Herald suscitò ripercussioni immediate. Il pubblico cominciò a interrogarsi su come fosse stato possibile che un uomo accusato di gravi abusi e traffico di minorenni fosse stato trattato così lieve dalla giustizia federale. Le conseguenze politiche arrivarono presto.

Acosta nel governo Trump

Nel 2017, mentre la vicenda Epstein era ancora largamente sconosciuta ai non addetti ai lavori, Alexander Acosta era entrato nel governo di Donald Trump come Segretario del Lavoro, una delle posizioni di maggior rilievo nel gabinetto federale. Acosta fu confermato dal Senato e rimase in carica fino all’estate del 2019, quando la vicenda giudiziaria esplose a livello nazionale.

Quando Epstein fu arrestato di nuovo il 6 luglio del 2019 con nuove accuse di traffico sessuale di minorenni presentate dal Distretto Sud di New York, l’attenzione si spostò rapidamente sul patteggiamento del 2008 e sulle circostanze in cui era stato negoziato. L’arresto del 2019 avvenne in un diverso distretto federale rispetto alla Florida, e ciò significava che il vecchio accordo giudiziario non avrebbe impedito il nuovo procedimento.

La pressione mediatica e le dimissioni

Nei giorni successivi all’arresto di Epstein, i media americani e internazionali ripresero le rivelazioni del Miami Herald e approfondirono il ruolo di Acosta nella vicenda. La politica si trovò sotto pressione. Parlamentari di entrambi gli schieramenti esprimevano critiche e richieste di chiarimento sulla gestione del caso da parte dell’ex procuratore.

Acosta cercò di difendersi pubblicamente, sostenendo che a suo tempo aveva cercato di ottenere una pena detentiva per Epstein e che lo scopo era quello di assicurarne una qualche forma di responsabilità giudiziaria, dato il quadro probatorio disponibile all’epoca. Secondo le sue affermazioni, la sua scelta era stata dettata anche da valutazioni su rischi e limiti del procedimento federale.

Tuttavia la pressione pubblica e politica si fece intensa. Arrivò al culmine il 12 luglio 2019, quando Alexander Acosta annunciò la sua uscita dal governo, spiegando che desiderava evitare che la sua presenza distrasse l’attenzione dall’agenda dell’esecutivo. Il presidente Trump, accanto a lui, parlò di una decisione presa dall’ex ministro, apprezzando il suo lavoro nel ruolo istituzionale.

Il ruolo di Trump: percezione e realtà

Una delle domande più frequenti che seguì la vicenda riguardava il ruolo di Donald Trump. La risonanza pubblica sul caso non arrivò da accuse giudiziarie formali, ma da un intreccio di rapporti, contesto sociale e scelte istituzionali.

Negli anni Novanta e nei primi Duemila, prima del caso giudiziario e prima dell’inizio delle indagini federali, Epstein e Trump frequentavano ambienti comuni nella Florida meridionale. Esistono fotografie e testimonianze di eventi sociali in cui erano presenti entrambi, riuniti in contesti mondani dell’alta società.

In un’intervista del 2002 Trump aveva parlato bene di Epstein, definendolo “un ragazzo in gamba” e commentando alcuni aspetti della loro frequentazione sociale. Negli anni successivi, Trump dichiarò pubblicamente di aver allontanato Epstein dalla sua cerchia anni prima, in seguito a liti personali e disaccordi, e di non avere contatti con lui da lungo tempo.

Proprio questo intreccio tra relazione privata, percezione pubblica e scelte istituzionali fu al centro del dibattito: Trump non era parte integrante delle decisioni giudiziarie relative al patteggiamento del 2008, né esistono prove documentali credibili che fosse a conoscenza dei dettagli specifici o delle condotte contestate a Epstein prima del 2019.

Tuttavia, di recente è emersa una notizia secondo cui Trump avrebbe saputo della condotta di Epstein già nel 2006: secondo documenti FBI recentemente resi pubblici, in una telefonata del 2006 con l’allora capo della polizia di Palm Beach Donald Trump avrebbe detto che “tutti sapevano” del comportamento di Epstein e avrebbe ringraziato le autorità per averlo “fermato”, dichiarando anche di essersi allontanato da Epstein quando erano presenti minorenni — un resoconto che contrasta con le sue affermazioni successive di non conoscere gli abusi prima del 2019.

Addirittura, secondo testimonianze rese pubbliche successivamente, Acosta affermò di aver gestito la vicenda senza coinvolgere Trump e di non aver parlato con lui dell’epoca della causa federale.

Ciononostante, il fatto che Trump avesse nominato Acosta e che in passato avesse frequentato Epstein diede al caso una forte carica mediatica, perché nella percezione pubblica questi elementi rischiavano di creare un nesso — di carattere politico e mediatico — tra il presidente e una vicenda giudiziaria così controversa.

Le eredità di un caso complesso

Negli anni successivi alla morte di Epstein in carcere nel 2019, le conseguenze giudiziarie del caso si sono diramate in più direzioni. Ghislaine Maxwell, una collaboratrice storica di Epstein, fu arrestata, processata e condannata nel 2021 per traffico sessuale e reati collegati, con una pena detentiva significativa. Gli avvocati di Maxwell tentarono di usare l’accordo del 2008 per sostenere che l’immunità si estendesse anche a lei, ma corti statunitensi, incluso l’Alta Corte nel 2025, respinsero quelle argomentazioni.

Le discussioni sulla trasparenza delle indagini, sulla responsabilità delle procure e sull’importanza di trattare con attenzione e rispetto le vittime hanno continuato ad animare l’opinione pubblica e il dibattito politico negli Stati Uniti.

La vicenda Epstein‑Acosta‑Trump rimane un caso paradigmatico di come decisioni giudiziarie apparentemente tecniche possano riemergere anni dopo e influenzare la percezione pubblica di istituzioni e leader politici. In un’epoca in cui la fiducia nelle istituzioni è continuamente messa alla prova, storie come questa ricordano quanto sia importante la trasparenza, l’equità processuale e l’attenzione verso chi ha subito un torto.

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